mercoledì 10 giugno 2026
L’avvocato Jeffrey Rath e il rapporto con le prime nazioni
La traiettoria professionale e politica di Jeffrey Rath, fondatore dello studio Rath&Company in Alberta, incarna una delle contraddizioni più profonde della storia giuridica e costituzionale del Canada contemporaneo: un cortocircuito in cui gli strumenti di emancipazione del passato si trasformano nelle armi di ostruzione del presente. Per oltre due decenni, il nome di Rath è stato indissolubilmente legato alla strenua difesa dei diritti delle Prime Nazioni. Una reputazione culminata nel celebre caso Mikisew Cree Nation v. Canada, in cui l’avvocato guidò con successo la tesi difensiva davanti alla Corte Suprema, ottenendo una pietra miliare della giurisprudenza nazionale con il riconoscimento del dovere costituzionale della Corona di consultare i popoli indigeni prima di avviare riforme o progetti che possano impattare sui loro territori e diritti ancestrali. Eppure, in un singolare rovesciamento della sorte, quel medesimo principio giuridico è diventato il muro contro cui si è infranto il suo più ambizioso progetto politico.
Oggi, infatti, Rath è uno dei principali ideologi e strateghi legali del movimento separatista dell’Alberta, schierato al fianco dell’Alberta Prosperity Project e promotore della petizione Stay Free Alberta, volta a innescare un referendum per la secessione della provincia dal resto della federazione. Questa virata radicale ha aperto una faglia insanabile con i suoi ex alleati storici, culminata nella decisione della giudice Shaina Leonard della Corte dell’Alberta, che ha accolto il ricorso d’urgenza presentato da storiche coalizioni indigene, bloccando la certificazione delle oltre trecentomila firme raccolte dai separatisti proprio a causa della totale assenza di una consultazione preventiva con i popoli autoctoni. La contraddizione assume contorni quasi teatrali. I leader indigeni utilizzano i precedenti giurisprudenziali creati anni prima dallo stesso Rath per neutralizzare la sua iniziativa politica. Le Prime Nazioni evidenziano come un’Alberta indipendente non avrebbe alcuna legittimità giuridica per ereditare o gestire i Numbered Treaties, accordi storici firmati dai nativi direttamente con la Corona britannica e con lo Stato federale, e non con l’amministrazione provinciale.
Dal canto suo, alcuni esponenti libertarian dell’Alberta, giustificano questo scenario attraverso una lente ideologica radicata nella dottrina della sovranità individuale, del libero mercato e della reazione viscerale contro il centralismo di Ottawa. Tali esponenti tendono a rileggere le rivendicazioni indigene in chiave puramente contrattualistica ed economica. Sostengono che l’autonomia delle Prime Nazioni possa realizzarsi solo emancipandosi dal paternalismo statalista del sistema federale, che attraverso sussidi e burocrazia manterrebbe i nativi in una condizione di perenne dipendenza. Nella retorica dei sostenitori di Rath, un’Alberta indipendente e padrona assoluta delle proprie risorse petrolifere offrirebbe alle Prime Nazioni la possibilità di siglare accordi commerciali diretti e privatistici, liberi dai vincoli ambientali imposti dal governo centrale. I critici del centralismo di Ottawa ritengono essenziale tutelare il diritto all’autodeterminazione dei cittadini dell’Alberta. Di contro, per i leader autoctoni questa visione nasconde il tentativo di spogliare le Prime Nazioni delle tutele costituzionali per consegnare i territori ancestrali agli affaristi dell’industria petrolifera.
Questo scontro frontale trasforma la figura di Rath nello specchio deformante delle tensioni del Canada occidentale, dove l’originaria battaglia per i diritti si è fusa nelle dinamiche incendiarie della secessione.
di Domenico Letizia