venerdì 5 giugno 2026
L’America si trova ad affrontare una manovra a tenaglia di stampo marxista, come non si vedeva dai tempi in cui i carri armati sovietici entravano in Ungheria e in Cecoslovacchia negli anni Cinquanta e Sessanta. Questa volta, però, la minaccia non assume la forma di un’invasione militare finalizzata a soffocare la libertà, ma non per questo è meno pericolosa, perché essa è insidiosa per il nostro stile di vita. Da un lato, vi sono i comunisti americani che dall’Avana, capitale del comunismo militante mondiale, promuovono disordini di piazza e invocano una sollevazione di massa negli Stati Uniti, mentre i comunisti cubani li sostengono incontrando cittadini americani sul suolo statunitense per istruirli su come esercitare pressione sul Congresso. Dall’altra parte, i loro compagni detengono le leve del potere a New York. Questi gruppi, legati ai Fratelli musulmani, dichiarano apertamente che si comporteranno come i bolscevichi che sono, confiscando la proprietà privata ai legittimi proprietari e consegnandola a organizzazioni non governative a loro amiche.
Il primo fronte della manovra a tenaglia è guidato da Ong marxiste finanziate dalla Cina, con dirigenti formatisi all’Avana e nelle campagne cubane. Il secondo fronte è costituito dai marxisti che hanno assunto il controllo del Municipio di New York, il sindaco Zohran Mamdani, la sua principale responsabile della pianificazione urbana Cea Weaver e gli altri loro altri biechi compagni. Come gli Stati Uniti, la terra della libertà e patria dei coraggiosi, siano finiti in questa situazione, è, per usare un eufemismo, una questione che merita di essere analizzata. Un tempo l’America era il baluardo contro il comunismo internazionale, guidando il mondo libero durante la guerra fredda e garantendo che le proprie istituzioni nazionali non venissero sopraffatte dai marxisti. Che cosa è successo? In breve, abbiamo smesso di insegnare ai cittadini autoctoni la grandezza dell’America e quanto il marxismo sia intrinsecamente nocivo. Allo stesso tempo, abbiamo aperto le nostre frontiere agli immigrati, senza preoccuparci della loro condivisione dei valori e dello stile di vita della società americana, e abbiamo smesso di favorirne l’integrazione. Abbiamo insegnato sia ai nativi che agli immigrati a odiare l’America e l’Occidente.
Zohran Mamdani, un musulmano di origine indiana nato in Uganda, è uno di quegli immigrati che detestano lo stile di vita americano e soprattutto il capitalismo, uno dei suoi elementi principali, e che cercano di contrastarlo. Entrambi i suoi genitori sono molto critici verso gli Stati Uniti: suo padre, Mahmood Mamdani, docente alla Columbia University, accusa regolarmente il suo Paese d’adozione di “imperialismo” e “genocidio”. Un altro immigrato che detesta l’America è Manolo De Los Santos, dirigente di una Ong di orientamento marxista che la scorsa settimana, in un'intervista rilasciata nella capitale cubana, ha invocato “una mobilitazione di massa negli Stati Uniti per cambiare la realtà interna del Paese”. Manolo ha definito “l’Impero americano” un “cancro per l’umanità”, affermando che “è giunto il momento di combattere. Ora è tempo di non restare a casa, di scendere in piazza, di mobilitarsi, di unirsi, di organizzarsi”. E ha inoltre espresso il proprio sostegno a Paesi tradizionalmente ostili agli Usa, tra cui Cuba e Iran. Manolo è nato nella Repubblica Dominicana e si è trasferito nel South Bronx all’età di 5 anni. Secondo una delle sue biografie, ha trascorso anni a Cuba. I suoi post sui social media includono molte foto con i dittatori cubani, tra cui un incontro avvenuto all’inizio di quest’anno con l’intero Politburo.
Non si tratta di vane minacce. Il People’s Forum da lui guidato è una delle numerose Ong finanziate dall’estero che seminano il caos nelle strade americane con il pretesto delle questioni del momento: Gaza, l’Iran, l’Immigration and Customs Enforcement, i cambiamenti climatici e altre ancora. Se i telegiornali serali riportano notizie di una manifestazione di protesta su uno di questi temi, è quasi certo che il People’s Forum vi abbia preso parte o che l’abbia organizzata nella sua sede nel centro di Manhattan. E naturalmente, mentre Manolo ci racconta dall’Avana come intende creare una rivolta qui, riceve il sostegno di diplomatici cubani che si incontrano con attivisti statunitensi per coordinare la strategia di pressione sul Congresso. Praticamente lo stesso giorno dell’intervista di Manolo, David Ramirez Alvarez ha detto a questi attivisti che gli Stati Uniti stanno commettendo “crimini contro l’umanità”. Il modo in cui persone come Mamdani e De Los Santos riescono a superare il colloquio presso un’ambasciata statunitense e a ottenere un visto per gli Stati Uniti è una questione che di per sé richiederebbe una trattazione autonoma. Normalmente, il Dipartimento di Stato chiede ai candidati se siano membri di partiti nazisti o comunisti, circostanza che di norma è motivo di esclusione. Ma ovviamente ciò non è sufficiente. Per fortuna, alcune ambasciate ora esaminano attentamente i profili social dei candidati e, se questi risultano “ripuliti”, ciò costituisce un motivo di esclusione.
Ma come ha fatto Mamdani a farsi eleggere sindaco della Grande Mela? Convincere un funzionario consolare a rilasciarti un visto d’immigrazione è una cosa. Convincere 1,1 milioni di newyorkesi, poco più del50 per cento dell’elettorato, a votare per te è tutt’altra impresa. Beh, in parte grazie al forte sostegno della popolazione nata all’estero, circa il 62 per cento secondo i sondaggi. E quanto più breve era la loro permanenza negli Stati Uniti, tanto più fervente era il loro sostegno. Secondo gli exit poll di ABC News, nel 2025, Mamdani ha vinto incassando “l’81 per cento dei consensi tra chi viveva a New York da meno di 10 anni”. Di conseguenza, ora egli sarebbe pronto a promuovere misure di ampia portata in materia di proprietà privata perché non ha dovuto convincere elettori che conoscono e apprezzano gli Stati Uniti dopo decenni o generazioni di permanenza nel Paese, ma soltanto una base elettorale alla quale non sarebbe stato insegnato il metodo ideato da Benjamin Franklin delle 13 virtù americane: temperanza, ordine, determinazione, frugalità, silenzio, operosità, sincerità, giustizia, moderazione, pulizia, tranquillità, castità e umiltà (un elenco che per Franklin era “necessario e desiderabile” per ottenere la perfezione morale, ndt.).
E la “confisca della proprietà privata”, come nella Rivoluzione cubana all’inizio degli anni Sessanta, nella Russia bolscevica del 1917 o nella Cina di Mao Zedong dopo il 1949, è esattamente ciò che Mamdani intende fare. “Quando necessario, adotteremo energiche misure legali per rimuovere proprietari e amministratori immobiliari negligenti”, ha dichiarato Zohran Mamdani davanti a una folla di entusiasti sostenitori della sinistra a Brooklyn, il 26 maggio scorso. “Per gli edifici colpiti da una cronica mancanza di manutenzione, lavoreremo per trasferirne la proprietà a gestori responsabili, tra cui community land trust, organizzazioni no-profit o persino gli stessi inquilini”. Per inciso, il grado di “negligenza” che sarà necessario per tali espropri immobiliari sarà facilmente prodotto alla luce del quadro normativo molto più rigido che Mamdani e Weaver intendono introdurre. Per la deputata Nicole Malliotakis (repubblicana dello Stato di New York), i fatti parlano da soli: se qualcosa sembra un’anatra e starnazza come un’anatra, allora è difficile sostenere che non lo sia. “Chiamiamo le cose con il loro nome: si tratta di un tentativo di espropriare la proprietà privata. Questo è comunismo”, ha dichiarato a Fox Business, e sicuramente lei lo sa bene, memore delle storie raccontate dalla madre, nata a Cuba.
Ma non è che l’entourage di Mamdani faccia molto per nascondere le proprie intenzioni. “Sono stato eletto come socialista democratico e governerò come socialista democratico”, ha dichiarato Mamdani con tono di sfida nel suo discorso di insediamento. Nel frattempo, Cea Weaver ama pubblicare sui social media slogan del tipo “la proprietà è un furto” o “confiscare ogni proprietà”. Non molto tempo fa, ha affermato: “Per secoli abbiamo trattato la proprietà come un bene individuale, e non come un bene collettivo, e ora passeremo a considerarla un bene collettivo”. È interessante osservare come questi elementi possano essere tra loro collegati, non solo per la comune influenza di riferimenti teorici a Karl Marx tra attivisti Ong, formatori cubani, finanziatori in Cina, nonché figli di famiglie influenti e beneficiari di fondi fiduciari che occupano Gracie Mansion, come Zohran Mamdani e Cea Weaver. Tuttavia, secondo questa lettura, un ulteriore fattore rilevante è rappresentato, come recita il noto adagio, dal seguire i flussi di denaro.
L’editorialista Miranda Devine, che segue da vicino le vicende del Municipio di New York per il New York Post, cita Vickie Paladino, acerrima nemica di Mamdani ed esponente repubblicana del Queens, nonché una dei soli cinque repubblicani rimasti nel Consiglio comunale di New York. Secondo Paladino, Mamdani starebbe destinando risorse finanziarie a Ong come The People’s Forum, in risposta ai tagli ai finanziamenti attribuiti all’amministrazione Trump. La maggior parte delle Ong che sostengono il regime comunista cubano e fomentano la violenza nelle strade degli Stati Uniti sono in parte finanziate da un multimilionario di origine americana residente a Shanghai, Neville Roy Singham. Tra i gruppi da lui finanziati figurano il People's Forum, l’Answer Coalition, Code Pink e altri simili. Singham è inoltre sposato con Jody Evans, co-fondatrice di Code Pink. Le attività non finanziate da Singham sarebbero sostenute da altri soggetti vicini all’area progressista, come la Tides Foundation, il Southern Poverty Law Center e la galassia di enti collegati al finanziere George Soros e ora a suo figlio, Alex. Anche l’United States agency for international development (Usaid) viene citata come possibile fonte di finanziamento. Con lo smantellamento di questa rete attribuito al presidente Donald Trump, si sarebbero resi necessari nuovi canali di sostegno. “Le mosse dell’amministrazione Trump per smantellare gli sprechi della sinistra, come l’Usaid, per perseguire il Southern Poverty Law Center e indagare su mega-donatori legati al Partito comunista cinese, come Neville Roy Singham, rappresentano una minaccia esistenziale per le reti di finanziamento che sostengono l’infrastruttura attivista della sinistra militante”, ha scritto Miranda Devine. “Di conseguenza, la soluzione di Mamdani è quella di destinare potenzialmente centinaia di miliardi di dollari di patrimonio immobiliare di New York a organizzazioni no-profit alleate”.
Lo stesso Mamdani sa di ricevere finanziamenti da organizzazioni con discutibili legami con l’estero. Il Council on american islamic relations è stato tra le sue principali 10 fonti di sostegno finanziario. L’organizzazione ha contribuito alla campagna elettorale di Mamdani per la carica di sindaco nel 2025 principalmente attraverso il suo super Pac, l’Unity & Justice Fund, che ha contribuito con 120mila dollari. Il Cair annovera tra i suoi fondatori figure come Omar Ahmad e Nihad Awad, che in passato sarebbero stati attivi in organizzazioni associate ai Fratelli musulmani e ad Hamas, tra cui l’Islamic association for Palestine. Il Cair è stato inoltre indicato come “co-cospiratore non incriminato” nel procedimento del 2007 noto come Holy land foundation case, relativo ad accuse di finanziamento nei confronti di Hamas e della fratellanza musulmana. Non sarà facile per gli Stati Uniti districarsi da questa situazione. Trump potrebbe pensare di usare il potere federale per impedire a Mamdani di procedere a espropri di proprietà privata. Il Dipartimento di Stato dovrebbe convocare l’ambasciatore cubano.
(*) Tratto dal Washington Examiner
(**) Traduzione a cura di Angelita La Spada
di Mike Gonzalez (*)