Arrestare Cuba? L’altro Fidel

venerdì 29 maggio 2026


Raúl Castro in manette come Nicolás Maduro? Le proporzioni non giustificano una simile misura, dato che il vice-Leader maximo, fratello di Fidel, ci lascerà presto (si suppone) data la sua età avanzata (94 anni), per cui il mito che sia lui il comandante-ombra totipotente fa decisamente un po’ sorridere. Però, la sua estradizione forzata per mano di un commando Cia specializzato ci potrebbe anche stare, visto che dal 20 maggio scorso (una data simbolica, che coincide con l’anniversario dell’indipendenza cubana) sul suo capo pende un’incriminazione da parte del Dipartimento di Giustizia americano. Il motivo? L’anziano leader è ritenuto responsabile di aver dato l’ordine nel 1996, quando era ministro della Difesa, di abbattere due aerei privati appartenenti al Brothers to the rescue (“Fratelli in soccorso”, un’organizzazione di esuli cubani con sede a Miami) in cui morirono quattro persone. Raúl, dopo quella data, ha ricoperto altri incarichi di vertice, come presidente di Cuba e segretario del Partito comunista, prima del suo ritiro avvenuto nel 2021.

Ma, di fatto, secondo i bene informati, Raúl non ha mai lasciato il potere, dato che tutte le decisioni più importanti debbono in qualche modo ricevere un suo assenso, comprese le trattative con Donald Trump e il suo segretario di Stato di origini cubane Marco Rubio. In buona sostanza, gli Usa vogliono un cambio di regime per amore o per forza, da contrapporre verosimilmente per le elezioni di midterm alla mancata caduta della teocrazia iraniana. Il parallelo con Maduro (riguardo alla sicurezza) ci potrebbe anche stare per assicurare alla giustizia un criminale, malgrado esistano forti differenze di contesto. Infatti, mentre il Venezuela è il primo produttore di petrolio (anche se di bassa qualità) del Sud America, viceversa Cuba è da tempo uno Stato fallito per i suoi imperdonabili errori storici.

Il fatto che l’Isola sia praticamente ridotta alla fame è dovuto in buona sostanza all’incapacità politico-gestionale della sua leadership, dato che a causa delle sanzioni e della guerra in Iran non c’è più il carburante per mandare avanti un minimo di servizi pubblici, come la raccolta della spazzatura, senza venire a patti con gli Stati Uniti, per restituire un minimo di dignità al popolo cubano. Ed è proprio questa sua condizione di grave minorità statuale a rappresentare un rischio per la sicurezza Usa, sia per l’afflusso disperato di migranti provenienti dall’isola, data la sua breve distanza dalle coste americane (appena 145 chilometri dalle spiagge della Florida); sia a causa della sua alleanza con Cina e Russia, che ne fanno un avamposto avanzato per possibili tentativi di destabilizzazione e di provocazione sul suolo americano. Può darsi, però, che il regime possa anche implodere al suo interno, stremato dalle sanzioni e dal blocco delle forniture energetiche deciso da Trump. Ci sono stati nel frattempo blandi tentativi della leadership comunista cubana ad aprire a un minimo sindacale di concorrenza, autorizzando le imprese private a importare carburante, compresa la promessa fatta ai cubani emigrati di poter reinvestire in patria. Nel frattempo però, l’Amministrazione Usa ha inasprito le sanzioni nei confronti della cubana Gaesa, un conglomerato militar-industriale che controlla gran parte dell’economia del Paese. Molto simile quindi come organizzazione al cartello dei generali di Maduro e ai pasdaran iraniani, potente milizia armata islamica che ha in mano praticamente tutte le leve economiche del regime teocratico di Teheran.

Rubio, per non sbagliarsi, ha definito Gaesa come “il fulcro del sistema cleptocratrico comunista cubano”: non male come metafora. Il popolo cubano muore di fame, ma i raccomandati del regime godono di decine di migliaia di posti al sole all’interno del mostro burocratico de LAvana, con i loro piccoli-grandi privilegi per quanto riguarda l’assegnazione della tessera annonaria! Intanto, per accelerare i tempi, Trump e Rubio hanno spedito il direttore della Cia a parlare (chiaro) con il nipote di Castro, Raúl Guillermo Rodríguez Castro, portando in dono minacce, tipo: “si sta esaurendo il tempo e la pazienza per apportare al regime cambiamenti radicali”, ma anche la promessa di aiuti per 100 milioni di dollari da parte del clero cattolico. Poiché il risultato dei colloqui non è stato all’altezza delle aspettative, il Treasury’s office of foreign asset control (Ofac) ha varato altre sanzioni a carico degli apparati politici e di sicurezza del regime cubano. Certo, oltre all’apertura della sua economia, gli Usa chiedono a Cuba il rilascio dei prigionieri politici e le compensazioni degli espropri subiti dalle loro proprietà. Ma, non solo questo, dato che il vero obiettivo degli americani (come sostiene The Economist) è lo smantellamento del grande fratello di Gaesa e una vera transizione democratica. Al solito, anche in questo caso Trump alterna un atteggiamento di chiusura con la disponibilità a trattare, anche se Rubio non si fa alcuna illusione sulla disponibilità dei mandarini castristi a lasciare il potere senza il ricorso alla forza.

Uno dei motivi però per non accelerare troppo i tempi è la mancanza di soluzioni di ricambio, che sono invece esistite nel caso di Maduro, in cui si è favorito l’insediamento della sua vice in qualità di presidente ad interim. Come sempre, la minaccia incombente di invasione rafforza il regime, che ha accentuato la sua retorica ideologico-nazionalista (al solito, appoggiata dalle sinistre occidentali), invitando il popolo a resistere all’invasore americano e ad addestrarsi all’uso delle armi. L’esercito cubano, tanto per allentare la tensione, ha fatto diffondere volantini allarmistici in cui si invitano tutti gli uomini validi a prepararsi alla guerra, e il presidente Miguel Díaz-Canel non è stato da meno, avvertendo (l’America, in tutta evidenza) che un attacco causerebbe “un bagno di sangue di incalcolabili proporzioni”. Allora, non resta che attendere l’implosione del regime a causa delle recenti sanzioni a Gaesa, che produce un reddito pari a tre volte il bilancio dello Stato cubano, oltre a controllare qualcosa come 20 miliardi di dollari di attività illecite di cui, però, The Economist non specifica quali siano. Se non, come si può supporre, tangenti su società navali di import-export che hanno continuato a operare nei porti cubani e che oggi, a causa delle sanzioni secondarie, hanno cessato le loro attività. Ora, in assenza questi beni (Cuba importa il 70 per cento del suo fabbisogno alimentare), gli effetti potrebbero essere devastanti per la tenuta del regime. Tanto più che mancando il carburante per le centrali elettriche, i blackout quotidiani durano qualcosa come 22 ore al giorno. Attendiamo quindi fiduciosi che sia il popolo cubano a disfarsi definitivamente del castrismo!


di Maurizio Guaitoli