lunedì 25 maggio 2026
Entrata ormai nel suo quinto anno, la guerra in Ucraina continua a mettere alla prova una delle convinzioni su cui il Cremlino ha costruito gran parte della propria narrativa: l’idea che la Russia disponga di risorse umane pressoché inesauribili e possa sostenere un conflitto lungo meglio dell’Ucraina e dei suoi alleati occidentali. Per anni questa percezione ha rappresentato uno dei pilastri della strategia russa. La storia, la demografia e la vastità geografica del Paese sembravano offrire a Mosca un vantaggio strutturale. La Russia è stata spesso descritta come una potenza in grado di assorbire perdite enormi senza compromettere la propria capacità di continuare a combattere. Ma le guerre moderne hanno una caratteristica che spesso sfugge alle narrazioni politiche: consumano uomini a una velocità che nemmeno i grandi Stati possono ignorare indefinitamente. Dietro i bollettini quotidiani, le mappe con linee che avanzano o arretrano di pochi chilometri e le dichiarazioni ufficiali, esiste una realtà molto più concreta: ogni metro conquistato ha un costo umano. E quando questo costo diventa troppo elevato, perfino una potenza che ambisce a presentarsi come una fortezza militare autosufficiente è costretta a cercare nuove soluzioni. Negli anni di guerra Mosca ha progressivamente ampliato i propri canali di reclutamento. In una prima fase si era fatto ricorso ai detenuti delle carceri, seguendo un modello reso celebre dal Gruppo Wagner.
Successivamente sono stati utilizzati incentivi economici sempre più consistenti per attirare volontari russi, con bonus di arruolamento elevati e stipendi particolarmente competitivi rispetto al reddito medio di molte regioni del Paese. Oggi però il fenomeno sembra aver assunto una dimensione ancora più ampia. Un numero crescente di cittadini stranieri viene coinvolto nel conflitto attraverso meccanismi che attraversano Asia, Africa, Medio Oriente e America Latina. La parola “volontario”, tuttavia, rischia di essere fuorviante. Dietro molti di questi reclutamenti emergono realtà estremamente diverse tra loro. Vi sono lavoratori migranti ai quali vengono promessi stipendi elevati, studenti stranieri, persone in condizioni economiche difficili, individui attratti dalla prospettiva di ottenere la cittadinanza russa o semplicemente uomini che vedono nella guerra una via di fuga da situazioni personali e sociali particolarmente complesse. In alcuni casi sono emerse persino accuse secondo cui persone sarebbero state attirate con promesse di lavoro per poi ritrovarsi inserite in contesti militari. Questo fenomeno racconta qualcosa che va oltre la semplice esigenza militare. Una grande potenza che deve cercare combattenti fuori dai propri confini non sta soltanto cercando uomini; sta cercando tempo. Per il Cremlino il problema non è infatti soltanto numerico. Una nuova mobilitazione generale, sul modello di quella avviata nel 2022, potrebbe produrre conseguenze politiche significative all’interno della Federazione russa. Richiamare centinaia di migliaia di cittadini significherebbe riportare la guerra nelle case di milioni di famiglie russe, ricordando a tutti che quella che viene spesso presentata come un’operazione controllata continua invece ad assorbire enormi quantità di risorse umane.
L’impiego di combattenti stranieri offre quindi un vantaggio che non è soltanto militare. Riduce l’impatto psicologico sulla popolazione russa, distribuisce il costo umano della guerra e consente di evitare, almeno in parte, decisioni potenzialmente impopolari. Ma contiene anche una contraddizione profonda. Per anni Mosca ha giustificato il conflitto presentandolo come una battaglia esistenziale per la sopravvivenza della Russia, una sorta di scontro storico e identitario contro l’Occidente. Eppure oggi una parte crescente degli uomini chiamati a combattere questa battaglia non è russa, non condivide necessariamente quella visione e spesso non possiede alcun legame culturale o politico con gli obiettivi dichiarati del Cremlino. Quando una guerra definita patriottica inizia a essere combattuta da migliaia di uomini reclutati in ogni parte del mondo, emerge inevitabilmente una domanda: quanto a lungo un sistema può sostenere un conflitto quando deve cercare all’estero coloro che dovrebbero mantenerlo in vita?
Le guerre finiscono per molte ragioni. Alcune terminano perché uno degli eserciti viene sconfitto sul campo. Altre perché l’economia cede. Altre ancora perché la volontà politica si esaurisce. Ma spesso esiste un elemento più semplice e brutale degli altri: finiscono quando diventa troppo difficile trovare altri uomini da mandare a combattere. Ed è forse proprio questo il segnale più significativo che emerge oggi dal fronte ucraino. Non tanto chi controlla qualche chilometro di territorio in più o in meno, ma la crescente necessità di sostituire continuamente coloro che non torneranno più. Perché ogni guerra, prima ancora di esaurire munizioni, carburante o denaro, esaurisce persone.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)