venerdì 15 maggio 2026
Una tregua di poche ore, chiesta ed ottenuta da Vladimir Vladimirovič Putin, presidente la Federazione Russa, giusto il tempo di una parata sveltina per celebrare la vittoria, nel 1945, dell’Unione Sovietica sul Terzo Reich tedesco, e subito finita con un bombardamento di case, campi e strutture civili subito dopo la cessazione della stessa. Una frase sull’imminente fine della guerra. L’affermata disponibilità a trattarne con europei, mai sia con gli ucraini. L’indicazione, come possibile mediatore, non di una carica istituzionale dell’Unione europea, ma di un vecchio esponente socialdemocratico tedesco il quale, negli anni Novanta, Putin mise a libro paga col dargli la direzione della maggior compagnia petrolifera russa.
Le condizioni poste per la pace sono: la cessione delle province del Donbass, mai conquistate in quattro anni di conflitto, dopo che l’invasione partì, nel 2022, con una lunga teoria di mezzi corazzati in marcia verso Kiev, nell’intento di sottomettere tutta l’Ucraina in pochi giorni; la cessione del porto di Odessa; l’instaurazione, attraverso elezioni truccate, di un governo filo russo a Kiev; il disarmo ucraino, cioè dello Stato forse al mondo adesso più avanti nella produzione di nuovi armamenti.
È di qualche settimana fa una battaglia in cui gli ucraini hanno spinto alla resa, fatto prigionieri e messo in fuga i russi con soli droni e robot terrestri. Si consideri che ciò annulla la più grande superiorità possibile dei russi: gli uomini, dato che la Federazione Russa ricopre un sesto delle terre emerse. In definitiva, la Russia sta inopinatamente perdendo il conflitto e vuole vincerlo con le condizioni di un trattato di pace. È come Trallallà, o vo’ vince o vo’ impattà, si direbbe a Roma.
di Riccardo Scarpa