Anche i sindacati mollano Starmer

giovedì 14 maggio 2026


Undici sono i sindacati inglesi che contribuiscono al finanziamento del partito laburista. E tutti e undici hanno deciso di chiedere conto a Keir Starmer. L’attuale premier dovrà fare un passo indietro. Non è necessario dimettersi subito. Lo sarà, invece, lasciare Downing Street prima delle prossime elezioni. Il problema è quando.

La formazione tipo del sindacalismo britannico, cinghia di trasmissione dell’universo-mondo labour, ha staccato la spina all’inquilino del numero 10 di Downing Street. L’affitto non sarà rinnovabile altri 5 anni (ammesso che riuscirebbe a rivincere le elezioni se si ripresentasse). Secondo Aslef, Community, Cwu, Fbu, Gmb, Mu, Num, Unison, Unite e Usdaw, Keir Starmer non dovrà guidare il partito alle prossime elezioni, e quindi non potrà ripresentarsi come candidato primo ministro.

Nel corso di una riunione piuttosto tesa, i sindacati si sono inizialmente divisi sulla necessità di chiedere a Starmer di definire una tempistica per le sue dimissioni, non fosse altro perché al rinnovo della Camera bassa mancherebbero ancora 3 anni. Quando lasciare, dunque? Domani, tra 1 anno, 6 mesi, a pochi mesi dal voto? Il confronto tra le organizzazioni, come appreso dal Guardian, è stato “forte”. Il dibattito aspro tra le sigle ha poi lasciato il posto all’opportunità di concordare una dichiarazione comune in cui affermano di aspettarsi un cambio di leadership, nonostante Gmb e Community abbiano sostenuto che non fosse nel loro interesse intervenire direttamente su chi dovrà guidare il partito laburista. I sindacati si sono comunque trovati dalla stessa parte nel definire “chiaro” che il partito “non può continuare sulla strada attuale” e che, nonostante alcuni progressi, non sta facendo abbastanza per realizzare il cambiamento che gli elettori avevano votato alle ultime elezioni.

“A un certo punto”, dicono i rappresentanti dei lavoratori, sarà necessario elaborare un piano per l’elezione di un nuovo capo. Pur riconoscendo i progressi compiuti con le riforme del diritto del lavoro e l’aumento del salario minimo, i sindacati riconoscono che il partito laburista “non può continuare sulla strada intrapresa”. Al di là della tempistica o di chi potrebbe considerato essere più fit a guidare il labour per poi correre per Downing Street, tutti sono concordi che Sir Keir dovrà dimettersi prima delle prossime elezioni. E quando dovrebbero queste “prossime” elezioni? L’idea di arrivare alla scadenza naturale potrebbe indebolirebbe ulteriormente il partito. Come fa un premier delegittimato a durare ancora 30-32 mesi? È chiaro che verrà impallinato prima, ovviamente dal suo stesso partito. Basta una sfiducia o un provvedimento respinto dai due terzi della Camera dei Comuni. Allora tanto vale togliersi il dente subito, anticipare i tempi e attivare anche per il labour la modalità Tories, che dall’elezioni del 2019 a quelle del 2024 hanno messo in fila tre primi ministri: Johnson, Truss e Sunak. È quello che vorrebbe Wes Streeting, attuale ministro della salute, che vorrebbe fare le scarpe al premier entro poche settimane.

Streeting, considerato un esponente dell’ala più conservatrice del partito, vicina a Blair, sta organizzando da giorni la fronda contro Starmer. La sua scelta di forzare i tempi per le dimissioni ha scatenato una frenetica corsa all’interno dell’ala sinistra del partito laburista, per trovare un candidato da contrapporgli, con Ed Miliband e Angela Rayner tra i possibili candidati. Sta di fatto che l’instabilità della politica britannica non ha colore.

Il duopolio conservatori-liberali scricchiola e Farage vola (ma ci sarà tempo ovviamente per azzoppare anche lui, anzi il capo di Reform UK è già formalmente sotto inchiesta, dell’organismo di controllo degli standard parlamentari, per una donazione di 5 milioni di sterline da parte del miliardario delle criptovalute Christopher Harborne).

Nella dichiarazione congiunta, intanto, le unions definiscono “devastanti” i risultati delle elezioni amministrative del 14 maggio. La “nostra attenzione − affermano le sigle sindacali − è rivolta al cambiamento di rotta fondamentale in materia di politica economica e strategia politica, di cui i sindacati hanno chiaramente espresso la necessità, e non alle personalità e al dramma politico che si sta svolgendo a Westminster. È chiaro − continuano − che il primo ministro non guiderà il partito laburista alle prossime elezioni e, a un certo punto, sarà necessario elaborare un piano per l’elezione di un nuovo leader”. I rappresentanti dei lavoratori affermano di lavorare “a stretto contatto” tra loro, “per definire una visione condivisa in materia di politiche, strategia politica ed economia che riorienti il partito laburista verso i lavoratori”. 


di Pierpaolo Arzilla