La Russia che spegne la Rete

lunedì 11 maggio 2026


C’è qualcosa di profondamente inquietante nel fatto che oggi, nella Russia di Vladimir Putin, Internet possa sparire improvvisamente da intere aree urbane per decisione delle autorità. Non per un guasto tecnico. Non per un sabotaggio straniero. Non per un collasso infrastrutturale. Ma perché il regime ha scelto di spegnerlo. È il segnale di un Paese che non si limita più a reprimere il dissenso: cerca ormai di plasmare la realtà stessa attraverso il controllo delle comunicazioni. Negli ultimi mesi, blackout digitali e rallentamenti della Rete mobile si sono moltiplicati in diverse regioni russe. La giustificazione ufficiale è sempre la stessa: sicurezza nazionale, minaccia di sabotaggi, rischio di attacchi con droni ucraini. Ma dietro questa narrativa emergenziale si intravede il volto sempre più autoritario di un sistema che, dopo oltre venticinque anni di potere putiniano, appare ossessionato dal controllo totale della società. La guerra contro l’Ucraina non ha soltanto militarizzato la politica russa.

Ha accelerato la trasformazione della Federazione russa in uno Stato dove ogni spazio autonomo viene progressivamente ridotto, soffocato o assorbito dall’apparato repressivo. Anche Internet, per anni rimasto relativamente più aperto rispetto ad altri settori della vita pubblica, sta diventando terreno di una stretta sempre più aggressiva. Per molto tempo il Cremlino aveva mantenuto un atteggiamento ambiguo verso la Rete. Da una parte censura, repressione e persecuzione del dissenso; dall’altra una certa tolleranza pragmatica verso piattaforme e strumenti utilizzati quotidianamente da milioni di cittadini. Telegram, Vpn, social network e canali di informazione erano sorvegliati, limitati, talvolta colpiti, ma non completamente eliminati. Oggi quella fase sembra finita. Il regime non vuole più semplicemente monitorare il flusso delle informazioni: vuole dominarlo integralmente. Dietro il concetto di “Internet sovrano” si nasconde infatti qualcosa di molto più profondo di una strategia tecnologica. Si nasconde l’ambizione di costruire una Rete isolata dal mondo esterno, subordinata agli apparati di sicurezza e modellata sulle esigenze politiche del Cremlino.

In altre parole: un ecosistema digitale dove ciò che può essere visto, letto o condiviso dipende sempre più dalla volontà dello Stato. È la logica tipica dei regimi che hanno fatto del controllo totale la propria ragione di sopravvivenza. Quando il consenso reale si indebolisce, il potere smette di cercare adesione spontanea e punta invece sulla gestione ossessiva della percezione pubblica. Se il traffico Internet rallenta, è per ragioni di sicurezza. Se una piattaforma smette improvvisamente di funzionare, è per ragioni di sicurezza. Se le Vpn vengono rese inutilizzabili, ancora una volta la spiegazione è la stessa. La sicurezza diventa così il grande contenitore dentro cui giustificare qualsiasi restrizione delle libertà individuali. In questo sistema, Roskomnadzor e gli apparati di intelligence assumono un ruolo centrale. Non si limitano più a censurare contenuti: partecipano alla costruzione di un ambiente informativo controllato, impoverito e sterilizzato. Un ambiente dove il pluralismo non è considerato una ricchezza, ma una minaccia.

Ed è significativo che il sospetto del Cremlino colpisca ormai perfino ambienti ultranazionalisti e sostenitori della guerra. Telegram, utilizzato da blogger militari e commentatori filoputiniani, viene osservato con crescente diffidenza dalle autorità. È il destino inevitabile dei sistemi fondati sul controllo assoluto: a un certo punto, anche chi sostiene il regime può diventare pericoloso se mantiene margini di autonomia comunicativa. Le nuove restrizioni stanno infatti producendo irritazione persino in settori che fino a ieri avevano accompagnato senza esitazioni la cosiddetta “operazione militare speciale”. Molti canali filogovernativi dipendono dalla Rete per diffondere propaganda, raccogliere fondi, coordinare attività e mantenere visibilità pubblica. Quando Internet viene rallentato o oscurato, il danno non colpisce soltanto quei rari spazi informativi sopravvissuti alla repressione, ma anche una parte dell’ecosistema filoputiniano che aveva contribuito alla radicalizzazione nazionalista della società russa. È uno dei paradossi più evidenti delle autocrazie contemporanee: più il potere tenta di controllare ogni flusso informativo, più finisce per soffocare persino segmenti della propria stessa base di consenso. Perché il controllo totale non tollera spontaneità, ambiguità o autonomia.

Tollera soltanto obbedienza. E allora la domanda finale diventa inevitabile. Se il Cremlino fosse davvero così sicuro della propria stabilità interna e della propria narrativa sulla guerra, avrebbe bisogno di spegnere Internet? Un potere realmente forte non teme il libero flusso delle informazioni. Non teme il confronto. Non teme la connessione con il mondo esterno. Al contrario, è il potere fragile che sente il bisogno di sorvegliare, filtrare, rallentare e bloccare. Dopo oltre un quarto di secolo al vertice della Russia, Putin aveva promesso ordine, stabilità e modernizzazione. Oggi lascia invece l’immagine di un Paese sempre più chiuso, impaurito e militarizzato, dove persino la Rete viene trattata come un nemico interno. E forse è proprio questo il punto più rivelatore: un regime che ha paura di Internet è un regime che, in fondo, ha paura della realtà.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza


di Renato Caputo (*)