sabato 9 maggio 2026
Le linee di scontro per la salvaguardia della civiltà occidentale erano state tracciate molto prima dell’assassinio del regista olandese Theo van Gogh nel 2004. Le azioni ingannevoli di molti leader europei sono state, da allora, sotto gli occhi di tutti. Ora, sia gli Stati Uniti che Israele, nel loro tentativo di fermare gli instancabili nemici dell’Occidente e preservare il libero scambio, la democrazia e la deterrenza militare contro questi predatori, potrebbero aver visto i propri sforzi vanificati. Da chi? Nientemeno che dai loro stessi “alleati”: Belgio, Francia, Spagna, Italia, Paesi Bassi, Germania e Regno Unito. Queste nazioni, insieme a Norvegia, Danimarca, Slovenia e Canada, hanno imposto sanzioni, restrizioni e misure punitive di vario genere contro Israele mentre esso cercava di difendere sé stesso (e loro!) dai nemici della civiltà e dell’Occidente. La minaccia, alimentata da missili balistici, sarebbe provenuta dall’Iran, ormai a un passo dal dotarsi di armi nucleari, nel giro di due settimane o meno, oltre che dalle milizie jihadiste sostenute del regime, come Hezbollah e gli Houthi.
Misure simili, volte a contrastare la coalizione israelo-americana contro un Iran apertamente predatorio, sembrano derivare da due fonti principali. La prima è l’influenza antidemocratica dell’Islam negli affari interni dell’Europa occidentale; la seconda, una dottrina antisemita profondamente radicata in Europa, oggi più presente che mai e decisamente rafforzata. Sin dai tempi dei faraoni, 4.000 anni fa, gli ebrei sono stati considerati indesiderati ovunque si trovassero. Vennero espulsi dai Babilonesi nel 597 avanti Cristo, dai Romani nel 136 dopo Cristo, dagli Inglesi nel 1290, dai Francesi nel 1306 e dagli Spagnoli nel 1492. Dopo le atrocità della Shoah negli anni Quaranta, quando la Germania deportò gli ebrei nei campi di sterminio per essere torturati, ridotti alla fame e uccisi, l’odio verso gli ebrei sembrava essersi sopito. Non per molto. Oggi, l’odio verso gli ebrei in Occidente, grazie a una diffusa alleanza tra neomarxisti, attivisti per il clima e propagandisti islamisti, è tornato ad essere “normalizzato” e diffuso, diventando perfino in alcuni ambienti piuttosto popolare.
Le tensioni tra gli alleati occidentali, ostentatamente dovute a visioni contrastanti sull’Islam e su Israele, hanno di recente raggiunto un nuovo picco. Alla base vi sarebbe, con ogni probabilità, una profonda invidia per il fatto che un manipolo di donne e uomini sciatti e perseguitati sia riuscito a trasformare un territorio arido e inospitale in una potenza tecnologica e militare avanzata, pur continuando a fronteggiare minacce provenienti dai Paesi vicini che cercavano di annientarli. Un tale risultato, ovviamente, deve essere punito. In primo luogo, l’alleanza occidentale di 40 nazioni ha imposto sanzioni a Israele mentre quest’ultimo difendeva non solo la propria esistenza, ma anche la loro. A tali misure sono seguite immediatamente le rinnovate richieste di creare uno Stato palestinese belligerante direttamente al confine con Israele, nonostante gli stessi palestinesi abbiano respinto per ben sei volte sia l’offerta di uno Stato palestinese sia quella di una “soluzione a due Stati”, preferendo una soluzione a uno Stato “dal fiume (Giordano) al mare (Mediterraneo)”.
Lo scopo di questi Paesi sarebbe stato quello di favorire un presunto “popolo” che non solo ammette di essere stato “inventato”, ma che da decenni si impegna senza remore ad annientare Israele. Come proposto dall’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee: “Se la Francia è davvero così determinata a vedere uno Stato palestinese, ho un suggerimento per loro: dovrebbero ritagliarsi un pezzo della costa azzurra e creare uno Stato palestinese. Sono liberi di farlo, ma non sono liberi di imporre questo tipo di pressione su una nazione sovrana”. Nel marzo scorso, il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump, mentre pianificava la sua azione congiunta con Israele per porre fine al programma nucleare iraniano, ha avanzato una richiesta agli alleati americani. Non ha chiesto all’Europa truppe né armamenti. Si è limitato a chiedere l’autorizzazione al sorvolo dello spazio aereo europeo da parte di velivoli statunitensi o l’accesso a basi militari che gli Usa contribuiscono da tempo a finanziare per la sicurezza del Vecchio continente e che, in alcuni casi, come la base di Diego Garcia, condividono direttamente con il Regno Unito. Dopo i precedenti rifiuti da parte dell’Europa e del Canada a un coinvolgimento nel conflitto, una mossa che sarebbe stata nel loro interesse, le richieste di Trump sono state respinte.
Si è scoperto così che l’Iran disponeva realmente di missili balistici in grado di raggiungere il cuore dell’Europa, eppure i governi europei non hanno mostrato particolare preoccupazione per la minaccia rappresentata da tali capacità militari. Questi Paesi europei, nel tentativo di rivendicare una superiorità morale appellandosi al “diritto internazionale” e ai tanto proclamati diritti umani, hanno espresso l’intenzione di non farsi coinvolgere, né attivamente né passivamente, nell’operazione che Stati Uniti e Israele consideravano necessaria e che essi reputavano illegittima. Una posizione assunta, nonostante Washington fosse ampiamente “coinvolta” nella difesa dell’Europa di fronte alle minacce provenienti dalla Russia. Trump ha poi manifestato il proprio disappunto, ordinando il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania e valutando la possibilità di ritirarne altri dall’Italia e dalla Spagna. Il distacco dalla realtà dei codardi leader europei si manifesta altresì nella loro scelta di ignorare non solo il brutale trattamento riservato dall’Iran ai propri cittadini, ma anche i sanguinosi attacchi che il regime e i suoi proxy hanno perpetrato contro ebrei innocenti e altre persone in ogni parte del mondo.
Nel frattempo, l’Iran e i suoi proxy jihadisti sembrano estranei ai concetti occidentali, definiti dagli “infedeli”, di guerra giusta, diritto internazionale, diritti umani o convenzioni di Ginevra. A guidarli, a quanto pare, è principalmente la legge islamica medievale della Sharia. Dopo la Seconda Guerra mondiale, gli Stati Uniti sono stati la colonna portante della Nato, mentre l’Europa avrebbe beneficiato in larga misura della protezione degli Usa senza contribuire in modo equivalente sul piano militare. Invece di sviluppare una preparazione difensiva, i Paesi europei hanno, per anni, ridotto le proprie forze armate, destinando risorse, oltre che ai propri cittadini, anche all’accoglienza di milioni di nuovi arrivati che non esitano a esprimere il loro disprezzo per i Paesi di accoglienza, e a strategie orientate verso “energie rinnovabili” (inclusi gli impianti eolici) che sono state al centro di un acceso dibattito politico ed economico, con sostenitori e detrattori divisi sulla loro sostenibilità ed efficacia nel lungo periodo. Senza l’onere di costruire apparati militari pienamente operativi, inizialmente le economie europee sono prosperate notevolmente, a spese dell’America. Ora si sono rivelate essere “tigri di carta”, mentre la Russia è impegnata nel tentativo di consolidare il controllo sulla Crimea e sull’Ucraina.
Nel suo complesso l’Europa possiede una delle economie più grandi e sviluppate al mondo con un Pil da 32mila miliardi di dollari, sostanzialmente comparabile a quello degli Stati Uniti. Insieme le due sponde dell’Atlantico costituiscono le maggiori economie mondiali. I Paesi europei, pertanto, avrebbero la capacità finanziaria di sostenere un’ingente spesa militare, come richiesto da Trump. Ma a dire il vero, dopo che l’Europa diede inizio a due guerre mondiali nel secolo scorso, si è consolidata una forte riluttanza, in particolare da parte della Germania, a contemplare l’idea che simili eventi potessero ripetersi. Inoltre, la Nato è concepita, presumibilmente in modo intenzionale, come un’alleanza di natura difensiva e non offensiva. La contrarietà dei suoi membri a partecipare alla campagna contro l’Iran nell’ambito di un’azione collettiva dell’Alleanza Atlantica risulta, quindi, in parte, comprensibile. Ciononostante, non c’è motivo per cui non possano partecipare individualmente, al di fuori del perimetro della Nato, come hanno fatto gli Stati Uniti, soprattutto attraverso la concessione dell’utilizzo di basi militari e dei diritti di sorvolo. Trump, ancora una volta, non ha esitato a esprimente il proprio pensiero: “A tutti quei Paesi che non possono ottenere carburante per aerei a causa dello stretto di Hormuz, come il Regno Unito, che si è rifiutato di intervenire nella decapitazione dell’Iran, ho un suggerimento per voi: numero uno, comprate dagli Stati Uniti, ne abbiamo in abbondanza, e numero due, fatevi coraggio, recatevi allo stretto e prendetevelo. Dovrete iniziare a imparare a difendervi da soli, gli Usa non saranno più lì ad aiutarvi, proprio come voi non siete stati lì per noi”.
Senza l’America, l’Europa sarebbe smarrita, come è successo in entrambe le guerre mondiali. In queste circostanze, segnate da una rapida espansione dell’influenza islamica in Europa, sarebbe forse saggio che il premier britannico Keir Starmer e il presidente francese Emmanuel Macron (spesso entrambi oggetto di critiche per la loro gestione della politica estera e di sicurezza), trasferissero i loro arsenali nucleari sul territorio statunitense. L’Islam ha iniziato ad esercitare una crescente presenza nel continente, attraverso la diffusione di moschee, tribunali della Sharia, scuole islamiche e una più ampia disponibilità di cibo halal, oltre all’elezione di figure considerate radicali a posizioni politiche di rilievo a livello locale e nazionale. “La leadership nei momenti di crisi”, si dice, “non si misura dall’assenza di rischio, ma dalla disponibilità ad accettarlo”. Evitando il rischio, i codardi leader dell’Europa occidentale, coloro che si sono venduti a un elettorato musulmano estremista sempre più ostile, da cui dipendono sempre più per l’accesso alle cariche politiche, sono una vergogna per le loro nazioni. Sono anche una grossa delusione per quanti credono nella preservazione della più grande civiltà della storia: una civiltà caratterizzata da libertà, democrazia, diritti umani e da un solido fondamento morale giudaico-cristiano.
Questi leader sembrano rifiutare qualsiasi obbligo di opporsi ai tentativi di distruggere il tradizionale stile di vita delle loro nazioni. Sulla scia del primo ministro britannico Neville Chamberlain, che nel 1938 immaginava di aver raggiunto un accordo di pace con Adolf Hitler, si sono assunti un rischio maggiore: quello dell’appeasement. A quanto pare, le nazioni europee hanno ceduto all’islamizzazione. Lo dimostrano i rapidi cambiamenti demografici, l’incapacità di proteggere adeguatamente le piccole comunità ebraiche dall’odio più veemente, i compromessi sulle libertà individuali fondamentali nei propri Paesi e lo dimostra il rifiuto di sostenere gli Stati Uniti, un tempo loro protettori. Gli estremisti islamici devono sentirsi enormemente incoraggiati nei loro tentativi imperialisti di colonizzare l’Europa. L’inettitudine di questi leader deboli, che voltano le spalle agli sforzi compiuti da Stati Uniti e Israele per salvare l’Occidente, è ormai pienamente emersa. L’obiettivo ultimo dell’islamizzazione, a quanto pare, è smantellare la civiltà occidentale e imporre un califfato islamico mondiale basato sulla legge della Sharia, come è già stato realizzato con successo in Turchia, un tempo cuore del grande Impero bizantino cristiano, e in gran parte del Nord Africa e dell’Asia centrale e meridionale.
Nel Regno Unito, questo processo di islamizzazione ha dato molti frutti: l’Islam è diventato una cultura dominante. Gli esempi abbondano: l’incapacità di affrontare adeguatamente il problema degli abusi sessuali di massa, perpetrati per anni ai danni di migliaia di minori inglesi e il crescente numero di arresti di cittadini britannici che, online o di persona, criticano la sconcertante erosione culturale del Regno Unito. Dal punto di vista demografico, la Gran Bretagna è ormai una nazione in cui il nome più popolare per i neonati maschi, da ben 16 anni a questa parte, è Mohammed (nelle sue varie varianti ortografiche). La Gran Bretagna è una nazione in cui gli estremisti islamici rappresentano una delle principali preoccupazioni in materia di sicurezza e criminalità; dove la coesione sociale è frammentata e dove il cosiddetto “vecchio mondo” sarà presto sostituito da una cultura non solo priva di valori giudaico-cristiani, ma addirittura in contrapposizione ad essi. Benvenuti nella nuova Europa! I suoi antagonisti sono già dentro, senza aver sparato un solo colpo.
(*) Tratto dal Gatestone Institute
(**) Traduzione a cura di Angelita La Spada
di Nils A. Haug (*)