Trump peggio di Obama? La bomba Iran

venerdì 8 maggio 2026


Qual è il refrain oggi più in voga nel mondo woke Usa? Ma, naturalmente, che Donald Trump sta facendo molto peggio di Barak Obama per quanto riguarda il nucleare iraniano. Insomma, per i democrat del Nuovo e del Vecchio Continente, non solo in due guerre il duo Donald Trump-Bibi Netanyahu non ha “obliterato” i siti iraniani di arricchimento e stoccaggio dell’uranio, ma per di più si rischia un deal di pace con Teheran che rappresenterebbe un netto arretramento rispetto all’accordo sottoscritto da Obama nel 2015. Il che, è palesemente falso, dato che l’Iran ha violato in segreto tutti i limiti previsti dal Trattato sul tasso di arricchimento dell’uranio, visto che l’accordo lo limitava a 3,5 per gli impieghi civili, mentre anche per l’Aiea è conclamato che l’Iran durante il periodo di vigenza dell’accordo stesso abbia continuato ad arricchire l’uranio, con il risultato di averne oggi a disposizione mezza tonnellata al 60 per cento di arricchimento, per cui basterebbe ancora un ulteriore passetto per poter poi costruire una decina di bombe nucleari. Nessuno, però finora aveva reso noto un rapporto degli ispettori Onu, per cui Teheran disporrebbe attualmente di ben undici (11) tonnellate di uranio variamente arricchito e che, se ulteriormente purificato, potrebbero essere utilizzate per produrre 100 (cento) armi nucleari, e non solo una decina, surclassando il numero di testate (mai dichiarate) di Israele! Il problema dell’umanità è che mentre lo Stato ebraico non le utilizzerebbe certamente per primo, viceversa il suo arcinemico fondamentalista vuole e predica un po’ ovunque la distruzione a ogni costo della “entità sionista”. Facendo finta di nulla, Democrat di tutto il mondo e ProPal giocano pericolosamente alle Tre Scimmiette, portando così il mondo sull’orlo di una tragedia senza ritorno.

Secondo New York Times tutto ciò sarebbe colpa di Trump perché dopo la sua denuncia dell’accordo sottoscritto da Obama, Teheran avrebbe rinunciato a inviare in Russia il 97 per cento (pari a 12,5 tonnellate) del suo uranio variamente arricchito. Invece se questo trasferimento fosse avvenuto come previsto, sostiene il quotidiano, gli sviluppatori iraniani non avrebbero potuto confezionare nemmeno una sola bomba atomica. Oggi, l’America insiste in pratica sullo stesso punto, inserendo nelle clausole della trattativa di pace la richiesta all’Iran di astenersi da ogni pratica di arricchimento, cedendo a un garante terzo tutto l’uranio arricchito prodotto negli ultimi otto anni. Ma, per Trump, tutte le ipotesi di compromesso ruotano attorno al cardine politico interno del confronto con l’era Obama, per cui alla fine l’accordo con l’Iran dovrà mostrarsi oggettivamente più vantaggioso di quello sottoscritto nel 2015 dal grande rivale democrat dell’attuale Presidente Usa. Per Israele e per tutti gli alleati americani della regione del Golfo, però, altrettanto vitale e strategico è poter arrivare a una limitazione drastica delle dotazioni di missili balistici iraniani, in grado di colpire (come si è visto in quest’ultimo conflitto) ogni Paese della regione. Per di più, i negoziatori di Trump debbono trovare modo e maniera di rivendere una illusione di vittoria a tutti i manifestanti iraniani che hanno protestato contro il regime, e sono stati eliminati a decine di migliaia per averlo fatto.

E qui, per colpevole sottovalutazione strategica degli apparati di difesa americani, viene l’aspetto più difficile, che prende il nome di Hormuz, con i pasdaran che con qualche manciata di mine dal costo irrisorio hanno messo in stallo i commerci mondiali. Anche se il contro-blocco americano, prolungato nel tempo, è destinato a prosciugare le entrate iraniane delle vendite di energia, saturando le sue capacità di stoccaggio con la conseguente necessità (costosissima per il successivo ripristino) di chiudere i pozzi di petrolio. Comunque sia, rimane il problema vero della differenza tra una democrazia e un’autocrazia, perché la prima è chiamata periodicamente, attraverso elezioni democratiche (e l’America ha un turn-over veramente eccessivo per l’odierno mondo verticalizzato delle decisioni), a rendere conto a suoi cittadini del proprio operato. Al contrario della seconda che si arrocca sul suo potere indiscusso, per non dover rispondere di nessuno dei suoi errori, soprattutto in materia di politica economica. E così, paradossalmente, il regime teocratico appare rafforzarsi, invece che indebolirsi, a seguito dello scontro su Hormuz, in quanto può rivendicare come un grande successo la chiusura dello Stretto, senza tenere minimamente conto delle conseguenze reali per la sua popolazione, che deve vedersela con una sempre maggiore penuria di beni essenziali.

Anche se va detto che il blocco dei porti iraniani non significa affatto limitare drasticamente le linee di rifornimento di Teheran, che sono libere di passare via terra attraverso più di una decina di Paesi confinanti, raggiungendo il Mar Caspio. Del resto, fino a quando i dirigenti iraniani crederanno di infliggere perdite economiche al loro avversario, più di quante ne subiranno resistendo alla pressione politica e militare dell’America, difficile che i colloqui in atto si rivelino decisivi. Tra l’altro, non vi sono stime affidabili sui tempi di collasso del settore petrolifero iraniano e, pertanto, sottolinearne l’imminente crisi comporta un progressivo rallentamento delle trattative, cosa che deprime quella parte dell’Occidente che dipende da Hormuz per una quota consistente dei suoi rifornimenti energetici. Ed è per questo che l’Iran dei pasdaran è sempre più orientato per la linea dura, nella convinzione che sarà il resto del mondo a far cedere Trump sulle richieste iraniane, che intendono conservare lo status quo, sia per lo sviluppo del nucleare che per i missili balistici, compresa la sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Nella loro hubris non priva di insana follia, i pasdaran parlano di una formidabile rinascita economica del Paese, proprio grazie al controllo dello Stretto, in quanto da hub per la produzione e l’esportazione di petrolio, l’Iran diverrebbe il garante a pagamento del traffico commerciale che passa per Hormuz imponendo un diritto di passaggio, senza che via sia modo per i suoi nemici di ostacolarne il monopolio, decidendo così sul benessere e sulla crescita economica del resto del mondo.

Ora, la domanda è la seguente: senza aver subito una chiara e definitiva disfatta militare, può ragionevolmente un regime dispotico come quello teocratico degli ayatollah rinunciare alla produzione proprio di quei missili balistici e dei droni che hanno inferto gravissimi danni alle economie del Golfo loro nemiche? La risposta è “No”, per l’appunto. A meno che si faccia una santa alleanza per la riapertura manu militari di Hormuz, ispirandosi alla massima cinica di chi sosteneva che, per vincere, bisognasse “terrorizzare i terroristi”!


di Maurizio Guaitoli