L’annientamento umano in tempo di guerra

venerdì 8 maggio 2026


Nel tempo delle notizie che scorrono veloci e delle tragedie che rischiano di diventare abitudine, c’è un dovere che non possiamo permetterci di dimenticare: continuare a guardare l’Ucraina. Perché non esistono guerre di serie A e guerre di serie B. Non esistono sofferenze più degne di attenzione di altre. E soprattutto non possiamo accettare che l’orrore, con il passare dei mesi, diventi normalità.

Da oltre tre anni il popolo ucraino vive sotto bombardamenti, deportazioni, torture e violenze sistematiche. Tra le pagine più drammatiche di questo conflitto emergono le testimonianze di donne, uomini e bambini vittime di violenza sessuale nei territori occupati: crimini che, secondo numerose organizzazioni internazionali, non rappresentano episodi isolati, ma strumenti deliberati di guerra e di annientamento umano.

Per comprendere cosa significhi davvero raccontare queste ferite, documentarle e chiedere giustizia, oggi ne parliamo con Olesya Tataryn, presidente dell’Associazione Italia–Ucraina MAIDAN e rappresentante di SEMA Ukraine in Italia, da anni impegnata nel sostegno alle sopravvissute e nella difesa dei diritti umani.

Nel corso della guerra in Ucraina, numerose organizzazioni hanno documentato casi di violenza sessuale nei territori occupati dai russi. Dal suo osservatorio, quanto questi episodi possono essere considerati parte di una strategia sistematica piuttosto che atti isolati, e quali elementi emergono che indicano un uso deliberato della violenza contro le donne come strumento di guerra?

Le testimonianze raccolte in questi anni mostrano chiaramente che non ci troviamo di fronte a episodi isolati o alla semplice brutalità individuale di singoli soldati. La ripetizione degli stessi metodi, in territori diversi e in momenti diversi della guerra, dimostra l’esistenza di una pratica sistematica. La violenza sessuale viene utilizzata come arma di guerra e come strumento di annientamento psicologico e sociale. Non colpisce soltanto il corpo della vittima: mira a distruggere la dignità umana, la coesione della comunità e il futuro stesso del popolo aggredito.

Abbiamo visto questa logica già nella storia europea del Novecento. Oggi la ritroviamo nei territori occupati dell’Ucraina: a Bucha, Kherson, Zaporižžja e in molte altre città. Le vittime non hanno età né genere. Donne, uomini, anziani e persino minori sono stati sottoposti a violenze, torture e umiliazioni. Quando migliaia di testimonianze raccontano dinamiche quasi identiche, quando le camere di tortura vengono organizzate in modo sistematico e quando intere unità militari arrivano già equipaggiate con strumenti destinati alle torture, non possiamo più parlare di “eccezioni”. Parliamo di un metodo di guerra deliberato.

Lei ha sottolineato che queste violenze non colpiscono solo le singole vittime, ma mirano al futuro di un popolo, intaccandone identità, continuità e coesione sociale. In che modo questo tipo di violenza produce effetti collettivi e intergenerazionali, e quali segnali di queste fratture si stanno già manifestando nella società ucraina?

La violenza sessuale in guerra non distrugge solo una persona. Distrugge famiglie, comunità e intere generazioni. È una ferita collettiva. Le donne vengono spesso colpite anche per il valore simbolico che il loro corpo assume nei conflitti: attraverso di esse si tenta di colpire la continuità biologica, sociale e culturale di un popolo. Diventano simbolicamente il bersaglio attraverso cui si tenta di colpire la continuità biologica e storica di un popolo. Ma le conseguenze vanno oltre. Le vittime spesso vivono con traumi profondissimi, isolamento sociale, senso di colpa, paura e perdita di fiducia nel mondo circostante. Anche i familiari subiscono conseguenze devastanti. Molti bambini crescono in ambienti segnati dal trauma, dalla paura costante e dalla perdita di sicurezza. Nei territori occupati o vicini alla linea del fronte, la popolazione vive ancora oggi nell’angoscia permanente di poter essere nuovamente catturata, torturata o deportata.

Vediamo già le fratture nella società ucraina: migliaia di persone traumatizzate, famiglie spezzate, bambini cresciuti sotto i bombardamenti e comunità intere segnate dalla violenza sistematica. La guerra non termina quando cessano i combattimenti. Le sue conseguenze psicologiche e sociali possono durare decenni.

Nel lavoro di SEMA Ukraine, quali sono le principali difficoltà che le sopravvissute incontrano nel raccontare la propria esperienza, e quanto incidono fattori come stigma, paura di ritorsioni o sfiducia nelle istituzioni sulla possibilità di documentare questi crimini in modo completo e affidabile?

La difficoltà principale è la paura. Paura di essere giudicate, paura di rivivere il trauma, paura di non essere credute e, nei territori occupati o vicini al fronte, paura concreta di ritorsioni. Molte persone che hanno subito torture o violenze sessuali vivono ancora in condizioni estremamente vulnerabili. Alcuni hanno familiari nei territori occupati, altri temono di poter tornare sotto occupazione. E sappiamo bene che la Russia cerca sistematicamente di eliminare testimoni e prove.

Esiste poi anche il peso dello stigma sociale, che spesso impedisce alle vittime di parlare apertamente. Per questo moltissimi casi restano ancora non documentati. Il lavoro di organizzazioni come SEMA Ukraine è fondamentale proprio perché offre uno spazio sicuro, umano e professionale, dove le sopravvissute possano raccontare ciò che hanno vissuto senza sentirsi sole o colpevoli. Ma dobbiamo essere consapevoli che i numeri ufficiali rappresentano solo una parte della realtà.

Lei ha richiamato la necessità di meccanismi internazionali efficaci per garantire giustizia e riparazioni. Quali strumenti concreti ˗ giuridici, istituzionali o politici ˗ ritiene indispensabili per rendere l’accountability realmente credibile, e quali limiti strutturali emergono oggi nell’azione delle istituzioni internazionali?

La prima necessità è rafforzare i meccanismi internazionali di giustizia e garantire che i crimini di guerra non restino impuniti. Servono strumenti concreti: sostegno alle indagini internazionali, raccolta sistematica delle prove, protezione dei testimoni, cooperazione giudiziaria tra Stati e un meccanismo internazionale efficace di risarcimento, compresa la confisca dei beni dell’aggressore. Oggi uno dei principali limiti è la lentezza delle istituzioni internazionali rispetto alla velocità con cui vengono commessi i crimini. Le vittime non possono aspettare anni o decenni per ottenere riconoscimento e giustizia.

Esiste inoltre un problema politico: troppo spesso il diritto internazionale dipende dalla volontà politica degli Stati. Ma senza accountability reale, senza conseguenze concrete per i responsabili, il sistema internazionale perde credibilità e si crea un precedente estremamente pericoloso.

Al di là della condanna formale, cosa significa in termini concreti garantire giustizia e riparazione alle sopravvissute? Quali misure ˗ dal supporto psicologico al riconoscimento legale, fino alle compensazioni materiali ˗ dovrebbero essere prioritarie per rispondere ai bisogni reali delle vittime?

La giustizia non può limitarsi a una dichiarazione politica o morale. Per le sopravvissute significa innanzitutto riconoscimento: riconoscere ufficialmente ciò che hanno subito e chiamare questi crimini con il loro nome. Servono supporto psicologico di lungo periodo, cure mediche specializzate, assistenza legale, protezione sociale e programmi concreti di reintegrazione. Molte vittime hanno perso casa, lavoro, salute e stabilità familiare. Le riparazioni devono essere anche materiali. Non possiamo parlare di giustizia se una persona torturata o violentata viene poi lasciata sola a sopravvivere senza alcun sostegno. Ma c’è anche un altro elemento fondamentale: la restituzione della dignità. Le vittime devono sentire che il mondo non le ha dimenticate e che la loro sofferenza non è stata ignorata per ragioni politiche o diplomatiche.

Guardando al ruolo dell’Italia e dell’Europa, quali azioni immediate e di lungo periodo ritiene necessarie per sostenere le vittime e contrastare l’impunità? E, più in generale, quale messaggio sente di rivolgere alla comunità internazionale affinché queste violenze non restino invisibili né senza conseguenze?

L’Italia e l’Europa possono svolgere un ruolo fondamentale, sia nel sostegno umanitario sia nella lotta contro l’impunità. Nel breve periodo servono assistenza concreta alle vittime, programmi medici e psicologici, sostegno alle organizzazioni che documentano i crimini e protezione dei rifugiati e dei sopravvissuti. Nel lungo periodo è indispensabile sostenere la giustizia internazionale, rafforzare i meccanismi di accountability e impedire che questi crimini vengano relativizzati o dimenticati con il passare del tempo.

Alla comunità internazionale voglio dire una cosa molto semplice: il silenzio protegge l’aggressore, non le vittime. Se oggi il mondo accetta che torture, stupri, deportazioni di bambini e camere di tortura possano esistere nel cuore dell’Europa senza conseguenze reali, allora nessun principio internazionale avrà più valore. La giustizia non è soltanto una necessità morale. È la condizione essenziale per una pace duratura.


di Claudia Conte