giovedì 7 maggio 2026
Il quadro geopolitico attuale sta suggellando un aspetto che accomuna i conflitti in atto, ovvero lo stallo. Uno stallo che non riguarda esclusivamente la ricerca senza successo di sottomettere l’avversario, vedi Russia-Ucraina, Stati Uniti e Israele contro Iran, Israele contro Hamas ed Hezbollah – o meglio Ḥizb Allah (Partito di dio) – senza dimenticare Usa e Israele contro Houthi in Yemen, ma anche lo stallo politico e quello degli infruttuosi negoziati tra gli Stati in guerra. Così, nel Libano che veniva considerato la Svizzera del Medio Oriente – anche se recentemente lo “splendore elvetico” è diventato cupo – si è conclamata la realtà di una irrisolvibilità delle criticità che stanno insanguinando il Paese. Il Libano, una piccola Nazione compressa tra politica e geografia, sistematicamente si trova in prima linea nel conflitto regionale. Un conflitto voluto solo da una parte della politica libanese quella degli sciiti, in particolare del partito armato degli Hezbollah che anche senza l’aiuto iraniano continua a rendere instabile il Paese; ma tale precarietà è causata anche dalla incapacità delle restanti forze politiche di controllare il “partito di Dio”, un piccolo Stato organizzato in uno Stato disorganizzato. Ed è proprio questa instabilità che suggella, dopo ogni breve tregua, una ripresa delle violenze e delle distruzioni. Pause delle armi che servono alle parti in conflitto, israeliani e miliziani Hezbollah, a riprendere fiato e a riposizionarsi, in attesa di nuovi “stimoli” causati da crisi regionali che scaturiscono dallo scenario iraniano. Quindi brevi silenzi lungo i confini del Libano, che non sono l’inizio della pace, ma preparazioni ad altri drammi. Così sono ripresi gli attacchi israeliani che rappresentano un chiaro messaggio che ha solo una interpretazione, ovvero che non può esserci tregua in condizioni instabili e non può esserci la pace quando gli equilibri di potere sono squilibrati.
Comunque la guerra in atto in Iran ha rivelato alcuni aspetti precedentemente non chiaramente evidenti, cioè il pragmatismo del regime di Teheran; un significativo cambiamento che ha demolito quella che fino ad alcuni mesi fa sembrava un’alleanza ideologica, trasformata poi in un sistema tentacolare guidato dall'interesse del governo oggi dei pasdaran. La dimostrazione è stata la gestione degli alleati che Teheran ha sempre considerato asserviti, e con i quali ha adottato la razionalità dei costi/benefici, superando il concetto di lealtà, applicando una crescente blandizia nei loro riguardi ancora prima dell’inizio della guerra, il 28 febbraio. Intanto Nabih Berri, presidente del parlamento libanese di confessione sciita nonché stretto alleato di Hezbollah, due giorni fa ha dichiarato che non ci possono essere negoziati con Israele senza una cessazione della guerra, rifiutandosi quindi di appoggiare il percorso di colloqui diretti sostenuto dal presidente cristiano maronita Joseph Aoun e dal primo ministro Nawaf Salam, musulmano sunnita. Così in tutto il Libano domina il caos, e anche la tregua ostentata da Washington non è applicata nel sud del Paese dove è localizzato Hezbollah, e dove Israele martella con pesanti bombardamenti. Allo stato dei fatti, visto anche che i previsti colloqui tra Stati Uniti e Iran potrebbero trasformarsi in “cannonate”, non si può escludere la possibilità di una ripresa totale dei combattimenti tra Israele e Hezbollah. Tanto è che si stanno delineando i contorni di un ulteriore stallo dei negoziati previsti con Israele. Il 14 aprile sotto l’egida di Washington si aprirono i negoziati tra Israele e Libano, ma ad oggi il governo di Beirut è ancora privo di una tabella di marcia. Infatti il 29 aprile è fallito l’ennesimo vertice in programma tra le parti, a causa della intransigenza del rappresentante sciita Berri, leader del partito Amal, uno dei due principali partiti sciiti libanesi, insieme a Hezbollah.
Gli effetti della reticenza del partito Amal sono, oltre la instabilità governativa, fonte di assoluta debolezza politica, che la striscia sud del Paese a gestione sciita è semi occupata e soggetta a distruzione da parte dell’esercito israeliano. Il presidente del Parlamento, Berri, cerca di convincere il “partito di dio”, armato, a adottare modalità di reazione ragionate, in un quadro che vede comunque Hezbollah godere ancora di un ampio consenso popolare nella sua area. Ma Berri deve fare i conti anche con le azioni non controllabili che il movimento armato filo-iraniano ha messo in campo, come quella di essere entrato in guerra il due marzo contro Israele ed Usa a seguito dell’attacco all’Iran. La questione è che questa tipologia di escalation diffusa non ha l’obiettivo di arrivare ad ottenere un risultato risolutivo, ma di impedirlo; ciò rappresenta una delle più pericolose strategie bellico-politiche contemporanee, mantenendo l’area in una condizione di lotta perenne senza delineare il benché minimo orizzonte di cessazione.
In realtà, quello che sta accadendo in Libano non rappresenta solo un ulteriore consueto episodio di un conflitto regionale, ma una ulteriore messa in discussione del concetto stesso di Stato. Quindi, tra una tregua funzionale e l’inizio di nuovi scontri emerge il quesito: il Libano è in grado di tracciare il suo futuro con la propria forza, o resterà sottoposto alle decisioni di altri? Il fattore certo è che la storia non è mai stata indulgente con gli Stati indecisi e incapaci di afferrare la loro occasione, ma soprattutto non ha mai graziato le società che delegano la propria sorte ad altri.
di Fabio Marco Fabbri