Dal letame opportunità per l’economia spagnola

martedì 5 maggio 2026


Un problema che diventa soluzione. I fertilizzanti sono bloccati nello Stretto di Hormuz. Il Golfo Persico fornisce un terzo dei fertilizzanti azotati mondiali. Paesi come l’Iran e l’Arabia Saudita, importanti produttori di gas naturale, esportano il 43 per cento dell’urea mondiale, il 44 dello zolfo e il 23 dell’ammoniaca, tutti ingredienti essenziali per questi fertilizzanti da cui dipende metà dei raccolti mondiali. Senza di essi, la produzione alimentare globale diminuirebbe della metà e una persona su due nel pianeta soffrirebbe di insicurezza alimentare (stime Fao). Prezzi fuori mercato e carenza strutturale hanno reso improvvisamente il letame l’alternativa più competitiva per la fertilizzazione delle colture. Uno scenario che esalta la Spagna come potenza zootecnica, per trasformare un costoso prodotto di scarto in una fonte di reddito per molte aziende agricole. Si tratta, dunque, di trasformare gli escrementi in euro. Quello che viene oggi considerato un rifiuto che contamina le falde acquifere può diventare risorsa facilmente accessibile. Una questione agronomica, si fa notare, diventa questione geopolitica, con un impatto maggiore sugli agricoltori dei Paesi meno sviluppati, che non possono permettersi i costi aggiuntivi.

Questa crisi di approvvigionamento del fattore produttivo più importante per il settore primario riflette la vulnerabilità del modello agricolo globale basato sui fertilizzanti sintetici che dipendono da ammoniaca e urea derivate dal gas naturale. L’agricoltura spagnola importa il 60 per cento dei fertilizzanti che utilizza e questa crisi sta già costando al settore circa 3 milioni in più al giorno per ogni giorno di chiusura dello Stretto di Hormuz. Colture come mais, grano, riso e ortaggi stanno subendo un aumento di prezzo tra gli 80 e i 250 euro per ettaro per i costi dei fertilizzanti, secondo la Coag (Confederazione spagnola delle organizzazioni di agricoltori e allevatori). Che fa notare però, come questa crisi sia un’”opportunità storica” per l’allevamento spagnolo, che potrebbe assumere un ruolo di fornitore strategico di fertilizzanti, riporta la Rtve.

Le 140mila aziende zootecniche del Paese rappresentano una fonte costante di nutrienti organici. L’enorme volume di liquami prodotti dai 34 milioni di suini, insieme al letame generato dai 7 milioni di bovini e dai 17 milioni di ovini e caprini, contiene grandi quantità di azoto, fosforo e potassio, equivalenti ai fertilizzanti sintetici di cui c’è carenza. Questi tre nutrienti primari sono proprio ciò di cui le piante hanno bisogno e, secondo la Coag, potrebbero compensare l’attuale deficit di fertilizzanti azotati applicando fertilizzanti organici a base di letame e liquami compattati con residui di potatura, che agiscono come agente strutturante. E pensare che finora il liquame suino era considerato un rifiuto zootecnico con un costo di smaltimento e gestione di 2,50 euro al metro cubo. Secondo il Centro di ricerca e tecnologia agroalimentare dell’Aragona (Cita), il valore agronomico di questo letame potrebbe variare tra i 5 e i 7 euro al metro cubo, trasformando una spesa in un beneficio per le migliaia di allevamenti suini concentrati principalmente in Catalogna, Aragona, Murcia e Castiglia e León. Secondo il Coag, un allevamento intensivo medio di suini in Spagna, con circa 2mila capi, produce all’anno circa 3.500 metri cubi di liquame, equivalenti a circa 32mila chili di urea. Il che rappresenta un valore economico di circa 25mila euro sul mercato dei fertilizzanti. Detraendo i costi di gestione del liquame, questo potrebbe tradursi in un aumento del reddito per l’allevatore di quasi 15mila euro all’anno.

Estendendo queste cifre a livello nazionale, il beneficio annuo per il settore suinicolo spagnolo supererebbe i 250 milioni di euro. C’è però un limite di applicazione, secondo le normative europee. I fertilizzanti organici possono essere applicati solo fino a un massimo di 170 unità di azoto per ettaro, mentre molte colture come mais, erba medica, grano e alcuni ortaggi ne richiedono tra 200 e 250. Finora, questa differenza è stata colmata dai fertilizzanti minerali (sintetici), proprio quelli che ora scarseggiano e sono diventati quasi il 50 per cento più costosi a causa del conflitto in Medio Oriente. Il settore spagnolo fa pressione affinché il ministero dell’agricoltura aumenti il limite di applicazione di almeno il 40 per cento, fino a 230 o addirittura 250 unità per ettaro, come hanno fatto Irlanda, Danimarca, Austria, Germania e Paesi Bassi. I vantaggi, dicono gli allevatori, sarebbero duplici: oltre a produrre fertilizzanti con materie prime locali, la gestione di queste risorse consentirebbe la produzione di biogas e biometano, due alternative facilmente reperibili in Spagna al gas naturale, di cui la penisola iberica è carente.


di Pierpaolo Arzilla