giovedì 30 aprile 2026
C’è puzza di onnipotenza delirante. Bene farebbe Trump a fare un bagno profumato di umiltà e di humanitas nell’oasi italeuropea, magari telefonando con penna, taccuino e orecchie ben aperte a Giorgia Meloni e a Leone XVI.
La guerra degli Usa e di Israele all’Iran per la questione nucleare, e per accaparrarsi – o riaccaparrarsi – mire espansionistiche sul piano economico, nonché geopolitico, ha fatto venire al pettine il tema dei temi del diritto internazionale: il rapporto tra moralità e forza. Dove si può spingere la forza, e perché, e dove deve invece arrestarsi in nome della morale? O dove può e deve agire, la forza, in nome della morale?
Senza dubbio, il trumpopulismo da dazifero è diventato bellicifero, e ciò ha comportato non solo un arretramento sul piano delle opportunità economiche per gli europei, ma anche e soprattutto un avvilimento degli equilibri attuali tra potenze nucleari, Usa e Iran in testa. Siamo di fronte ad ingiusti scontri di guerra, ad un avvilimento del diritto umanitario, ad uno stritolamento della morale internazionale, ad un allontanamento ulteriore dagli obiettivi auspicabili di pace globale; siamo di fronte a una scossa inopportuna, tutta ai danni delle nazioni europee. Tra queste, la nostra Italia ha ricevuto un ingiusto affronto da parte di Trump, che avrebbe potuto evitare alcune dichiarazioni.
Il tycoon ha rimproverato sostanzialmente Papa Leone XIV, e in seguito alla giusta difesa del Pontefice da parte del presidente del Consiglio dei ministri d’Italia Meloni, il tycoon ha pure alzato malamente i toni nei confronti dell’Italia. Toni da rispedire al mittente, nel rispetto reciproco tra potenze geopolitiche storicamente amiche.
Tycoon deriva dal giapponese taikun, che, utilizzato originariamente per i sovrani, significa “grande signore”, “magnate”, ma anche un po’ un very big self made man, un uomo molto grosso che si è fatto da solo. A Donald Trump, dunque, occorre ricordare che si può esser fatto da solo, e non sarebbe certamente l’unico (anzi sarebbe in buona compagnia da queste parti), ma per il ruolo che riveste negli Usa e, conseguentemente, nel mondo intero, egli deve considerare la sua postazione come una location sulle spalle dei giganti repubblicani del passato. Gli stessi giganti che, anche sbagliando più di qualche volta, hanno comunque tenuto un equilibrio verso l’Italia, e verso lo Stato enclave Vaticano ubicato a Roma.
Se un pontefice parla di pace di fronte a una situazione inutilmente esacerbata dagli Usa e dalla Israele di Netanyahu, nessuno si sorprende: non dovrebbe sorprendersi nemmeno Trump.
Giustamente il presidente italiano Meloni ha rilasciato una dichiarazione per ribadire un principio sacrosanto, quasi ovvio, ma che ormai così ovvio non è. Ha detto: “Francamente io non mi sentirei a mio agio in una società nella quale i leader religiosi fanno quello che dicono i leader politici, non in questa parte del mondo”.
L’Italia tiene la schiena dritta, mantenendo sempre e comunque un atteggiamento di armonia, in modo diplomatico, responsabile, ma al contempo rimarca la propria moralità non negoziabile.
Il mondo cattolico autentico, inoltre, in ogni Paese ha così l’occasione di guardare con ammirazione all’attuale Italia, geopolitica avvocata della odierna Santa Sede per quel che concerne la pacifica sicurezza globale.
Il mondo Maga statunitense, ossia il mondo politico che ha seguito il coraggioso Charlie Kirk, il mondo cristiano che vorrebbe il vicepresidente degli Usa JD Vance quale futuro presidente degli Stati Uniti d’America, si sarà trovato in imbarazzo non solo davanti all’atteggiamento del Trump d’aprile 2026, ma anche di fronte alle ultime esternazioni dello stesso Vance, poco felice nel dire che il Papa dovrebbe occuparsi di “morale”. Nelle questioni morali forse non rientra l’esortazione a preservare la sicurezza globale per giungere alla pace? Certamente sì.
Forse Vance, per correggere il tiro e assestarsi quale simbolo globale di cattolicità tradizionale, conservatrice e (se vogliamo anche) genuina sui valori di pragmatismo cristiano, dovrebbe ritornare sui passi di Sant’Agostino. Su quegli antichi passi che tanto lo hanno illuminato durante il suo cammino di conversione al cattolicesimo tradizionale.
Sant’Agostino ha sostenuto che i buoni fanno la guerra per necessità, i malvagi per desiderio. Chiediamoci: cosa è necessario e in che modo è opportuno perseguire tali necessità? Chiediamocelo. Disinnescare le armi nucleari dalle grinfie del regime degli ayatollah è cosa buona e giusta, ma a quale prezzo e con quale metodo Usa e Israele stanno facendo ciò? Non è giusto destabilizzare l’equilibrio – anche economico – globale; l’alternativa avrebbe potuto essere – e può ancora essere, probabilmente – quella della deterrenza attraverso la mera disponibilità delle armi. Avere armi, farlo vedere, ma non utilizzarle. E negoziare, utilizzare tutti i canali diplomatici possibili per le negoziazioni.
Altra lezione di Sant’Agostino è quella secondo cui la guerra giusta si ha quando si realizzano tre condizioni, ossia l’autorità legittima, la giusta causa di riparare un torto e la retta intenzione. Rimanendo fermi nel convincimento che la guerra è brutta e che la pace è il primo desiderio che deve diventare comune abitando il cuore delle agende politiche di tutti i Paesi davvero civili, a voler analizzare gli insegnamenti agostiniani in modo attualizzante con riferimento alla realtà globale d’oggi, ch’è sotto gli occhi amareggiati di tutti, le anzidette condizioni non sussistono tutte e tre.
Presumendo che vi sia la “retta intenzione” da parte degli Usa e di una parte di Israele nel non far arricchire il nucleare iraniano, onde evitare eventuali carneficine globali per mano del violento regime islamocratico dell’Iran, la “giusta causa di riparare un torto” subìto dov’è?
La agostiniana “giusta causa di riparare un torto” subìto nell’immediatezza dall’Occidente libero o dalla ex liberaldemocrazia filo-angloccidentalista israeliana in Medioriente, a ben vedere, risulta carente. Non è infatti rintracciabile in modo immediato e diretto un evento anti-Usa o anti-Israele, e quindi d’oltre confine iraniano, a cui dover rispondere nei modi che Usa e Israele hanno tenuto verso l’Iran senza previamente avvisare le nazioni europee.
Ciò lo si rileva pur essendo giustamente tutti contrari all’abominio che il regime islamista iraniano realizza all’interno dei propri confini, e pur essendo tutti preoccupati per il superamento dei limiti all’arricchimento dell’uranio stabiliti nell’accordo sul nucleare del 2015 (JCPOA). L’Iran possiede infatti scorte significative di uranio, oltre 440 kg, arricchite al 60 per cento, un livello vicino al 90 per cento necessario per scopi militari, destando preoccupazioni internazionali, ma le mosse di Usa e d’Israele, anche per le critiche conseguenze economiche globali innescate, sono state sbagliate.
Una prudente deterrenza geopolitica che doti le nazioni civili di armi da esporre (senza utilizzarle), e la non negoziabilità sulla stabilità globale, per ricucire la dura pace tra tutto l’Occidente e tutto il Medioriente, avrebbero dovuto rappresentare la stella polare dell’neo-occidentalismo israelostatunitense. Così non è stato.
A rompere gli utili equilibri da salvaguardare, e a disertare le più ragionevoli strategie geopolitiche, è stato prima Netanyahu con gli eccessivi orrori sui civili di Gaza (mentre dopo il 7 ottobre 2023 egli avrebbe dovuto limitarsi a difendere Israele combattendo soltanto contro il geoterrorismo di Hamas e dei suoi surrogati). A dilatare ulteriormente tale rottura negli equilibri strategici globali, con una ferita politica che nel mondo cattolico conservatore non verrà digerita, si è aggiunto Trump. Quest’ultimo, al posto della tanto decantata – e da tutti noi sperata – pace, ha preferito una dannosa azione di tensione internazionale.
Ma la politica prima o poi porterà i propri conti da pagare. I primi a pagarli, nel frattempo, sono i portatori sani di valori non negoziabili che hanno sostenuto Trump per vedere al governo dell’impero americano ottiche divergenti, rispetto al solito mainstream dem woke-globalista. Però oggi i kirkiani sono delusi. E con essi anche i cattolici conservatori delle nazioni europee.
C’è puzza di onnipotenza delirante. Bene farebbe Trump a fare un bagno profumato di umiltà e di humanitas nell’oasi italeuropea, magari telefonando con penna, taccuino e orecchie ben aperte a Giorgia Meloni e a Leone XVI, dopo aver letto qualche peculiare pagina di Sant’Agostino.
di Luigi Trisolino