Russia: il potere che uccide, ieri come oggi

mercoledì 29 aprile 2026


La lunga tradizione dell’assassinio politico nella storia russa è una chiave di lettura essenziale per comprendere la natura del potere che oggi si esprime al Cremlino. Da Ivan il terribile fino all’epoca sovietica, passando per Iosif Stalin, l’eliminazione fisica dell’avversario è stata non un’eccezione, ma uno strumento sistematico di governo. Ciò che dovrebbe inquietare l’Europa di oggi è che questa pratica, lungi dall’essere relegata ai capitoli più oscuri del passato, continua a manifestarsi con sorprendente continuità nella Russia di Vladimir Putin. Non si tratta di singoli episodi isolati o di deviazioni imputabili a funzionari deviati. Al contrario, la persistenza di avvelenamenti, tentativi di assassinio e morti sospette indica una precisa cultura politica, radicata negli apparati di sicurezza e mai realmente messa in discussione. Già un secolo fa, l’intelligence sovietica celebrava i propri successi arrivando a esporre i cadaveri di presunti nemici nella sede della Lubyanka, trasformando l’eliminazione dell’avversario in una macabra forma di legittimazione interna.

Quel gesto non appartiene solo al folklore di un regime totalitario ormai scomparso: ne rappresenta piuttosto l’eredità simbolica, che sopravvive nella mentalità di chi oggi governa la Federazione russa. Durante la Guerra fredda, il Kgb fece largo uso dell’assassinio per colpire le organizzazioni di opposizione dell’Europa orientale rifugiatesi in Occidente, in particolare in Germania Ovest. L’obiettivo era chiaro: spezzare qualsiasi tentativo di autonomia nazionale attraverso la paura e l’eliminazione mirata dei leader. Eppure, persino in quel contesto emerse una figura come Nikolai Khokhlov, incaricato nel 1954 di assassinare Georgi Okolovich, esponente dei movimenti antisovietici russi in esilio. La sua decisione di disobbedire, presentandosi pubblicamente accanto alla sua potenziale vittima e mostrando l’arma destinata all’omicidio – una pistola modificata per spruzzare cianuro, occultata in un pacchetto di sigarette – rappresentò un raro momento di rottura morale all’interno di un sistema altrimenti impermeabile a ogni scrupolo. Oggi, un gesto simile appare quasi impensabile, segno di un apparato che ha progressivamente eliminato non solo i nemici esterni, ma anche le possibili crepe interne. Sarebbe impossibile, in questa sede, elencare tutti i casi di morti sospette, avvelenamenti e omicidi che negli ultimi anni hanno colpito in Europa dissidenti, oppositori e figure legate al potere russo, spesso colpevoli di aver manifestato, in forme diverse, un qualche dissenso. Il loro numero è ormai tale da sfuggire a una ricostruzione esaustiva. Nel mondo post-sovietico, ci si sarebbe potuto attendere un cambiamento radicale, una progressiva adesione a standard internazionali che escludessero pratiche di questo tipo. È accaduto esattamente il contrario.

I casi di avvelenamento di dissidenti, oppositori politici e disertori dimostrano che la Russia contemporanea non solo non ha abbandonato questi metodi, ma li ha raffinati e rilanciati come strumenti di intimidazione globale. Il messaggio è tanto semplice quanto brutale: chi tradisce o si oppone al Cremlino non è al sicuro, ovunque si trovi. Tuttavia, a questa apparente determinazione si accompagna un elemento di crescente goffaggine operativa, come dimostrato dal caso di Avvelenamento di Sergej Skripal a Salisbury nel 2018, che ha esposto al pubblico internazionale modalità d’azione tanto aggressive quanto maldestre. È proprio questa combinazione di aggressività e inefficienza a rendere particolarmente preoccupante la Russia di oggi. L’autocrazia putiniana, lungi dal produrre una macchina statale impeccabile, sembra generare un sistema in cui la fedeltà conta più della competenza, e in cui le operazioni più delicate vengono condotte senza una reale capacità di valutarne le conseguenze politiche. Gli errori, lungi dall’essere episodici, riflettono un modello di governance che privilegia il controllo e la repressione a scapito della razionalità strategica.

Non è un caso che le stesse dinamiche siano visibili anche nella gestione economica, segnata da inefficienze, isolamento e crescente dipendenza da logiche di potere interne. Continuare a interpretare questi eventi come anomalie significa non cogliere la natura profonda del problema. L’uso dell’assassinio politico da parte della Russia contemporanea non è un residuo del passato, ma un indicatore della sua attuale identità politica. È il segno di uno Stato che percepisce il dissenso non come un elemento fisiologico, ma come una minaccia da eliminare fisicamente. In questo senso, ogni avvelenamento, ogni morte sospetta, ogni operazione fallita all’estero non è soltanto un crimine, ma un messaggio politico deliberato. Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, la lezione dovrebbe essere chiara. Non si tratta solo di condannare singoli episodi o di reagire a crisi diplomatiche contingenti, ma di riconoscere che ci si trova di fronte a un modello di potere incompatibile con i principi fondamentali dello stato di diritto. Fingere che si tratti di deviazioni occasionali equivale a sottovalutare un fenomeno strutturale. La storia, da Ivan il terribile fino a Vladimir Putin, mostra una continuità che non può più essere ignorata. In ultima analisi, ciò che emerge non è l’immagine di una grande potenza sicura di sé, ma quella di un sistema politico che, pur dispiegando ogni possibile strumento di costruzione del consenso, continua a ricorrere alla violenza mirata come leva ultima del proprio potere. E proprio in questa apparente forza si cela la sua debolezza più profonda.

 

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza


di Renato Caputo (*)