martedì 21 aprile 2026
La Russia del “dopo” non sarà, con ogni probabilità, una Russia “diversa”. È questa la conclusione più scomoda e, al tempo stesso, più realistica che emerge dall’analisi del sistema costruito da Vladimir Putin, della storia politica del Paese e delle dinamiche profonde che ne plasmano identità, élite e consenso. L’idea, diffusa soprattutto in Occidente, che l’uscita di scena del capo del Cremlino possa aprire automaticamente una stagione di riforme, distensione e democratizzazione appare più come una speranza che come una previsione fondata. La Russia, piuttosto, sembra destinata a rimanere sé stessa anche quando cambierà il volto del suo vertice. Per comprendere questo scenario occorre partire da un dato strutturale: la longevità politica di Putin non è un’anomalia nella storia russa, ma si inserisce in una tradizione di potere personale accentrato e duraturo. Dopo l’esperienza del dittatore Iosif Stalin, nessun altro uomo forte post-zarista ha governato così a lungo. Questo ha consentito a Putin non solo di consolidare il proprio dominio, ma di modellare in profondità lo Stato e la società. Il sistema che ne è derivato – la cosiddetta “verticale del potere” – non è stato progettato per facilitare la successione, bensì per impedirla. In questo equilibrio precario tra élite rivali, controllate e al tempo stesso reciprocamente diffidenti, la figura al vertice non è facilmente sostituibile senza esporre l’intero impianto a rischi di instabilità. La storia russa, del resto, è costellata di transizioni traumatiche.
Il passaggio di potere raramente è stato lineare o pacifico: più spesso si è consumato attraverso crisi, congiure o brusche rotture. E quando si sono aperti spiragli di riforma, questi sono stati seguiti da nuove strette autoritarie. Il passaggio da Nikita Chruščëv a Leonid Brežnev, o la parabola di Mihail Gorbacëv, dimostrano come i tentativi di cambiamento abbiano spesso innescato reazioni opposte, fino al collasso del sistema. Il trauma associato agli anni di Gorbacëv – percepiti da molti russi come sinonimo di caos, perdita di potenza e umiliazione – continua ancora oggi a pesare come un monito contro ogni ipotesi di trasformazione radicale. In questo contesto, chi succederà a Putin si troverà a operare entro margini estremamente ristretti. Sul piano interno, la priorità sarà consolidare il potere in un sistema frammentato, dove leve politiche, economiche e militari sono distribuite tra gruppi che si sorvegliano a vicenda senza fidarsi gli uni degli altri. Gli apparati di sicurezza – dall’Fsb alla Guardia nazionale – non sono soltanto strumenti dello Stato, ma pilastri del sistema stesso e potenziali arbitri della successione. Sfidarli apertamente equivarrebbe a mettere a rischio non solo la propria sopravvivenza politica, ma anche l’incolumità personale. A questi vincoli interni si aggiunge un contesto internazionale deteriorato. La guerra contro l’Ucraina ha trasformato Kyiv in un avversario permanente e ha incrinato i rapporti con l’Occidente per una generazione. Anche in presenza di un cessate il fuoco, le sanzioni difficilmente verranno rimosse in tempi brevi, mentre la necessità di mantenere un apparato militare consistente continuerà a gravare sul bilancio statale.
La crescente dipendenza dalla Cina, che negli ultimi anni ha offerto un sostegno economico e tecnologico essenziale, non rappresenta una soluzione strutturale: Pechino agisce in base ai propri interessi e non ha alcuna intenzione di sostenere indefinitamente Mosca. È proprio l’economia a rivelare le contraddizioni più profonde. La tenuta mostrata negli ultimi anni nasconde squilibri evidenti: crescita sostenuta in larga parte dalla produzione bellica, inflazione elevata, tassi di interesse alti e un sistema finanziario sotto pressione. Il passaggio da un’economia di guerra a una di pace, lungi dall’essere una prospettiva rassicurante, potrebbe tradursi in una fase di recessione, con aumento della disoccupazione e tensioni sociali. In un simile scenario, qualsiasi uomo di potere sarebbe spinto a preservare l’esistente, anche a costo di ulteriori sacrifici per la popolazione, piuttosto che avventurarsi in riforme potenzialmente destabilizzanti. Eppure, il vincolo più profondo è forse quello culturale. La Russia contemporanea non è soltanto il prodotto delle scelte politiche di Putin, ma affonda le sue radici in una visione del mondo stratificata nei secoli: il senso di missione storica, la percezione di accerchiamento da parte dell’Occidente, la nostalgia per la grandezza imperiale e la diffidenza verso i modelli liberali. Questa identità, rafforzata dalla propaganda e dalle esperienze degli ultimi decenni, riduce drasticamente lo spazio per compromessi, soprattutto su dossier sensibili come quello ucraino.
Le rilevazioni disponibili, pur da maneggiare con cautela, indicano che una parte consistente della società si riconosce in questa visione. Il desiderio di essere percepiti come grande potenza tende a prevalere sull’aspirazione a un miglioramento delle condizioni materiali, e il sostegno alle politiche assertive del Cremlino si estende ben oltre la cerchia del potere. In un simile contesto, un capo disposto a concessioni significative verrebbe rapidamente accusato di debolezza o tradimento, esponendosi al rischio di essere rovesciato. Per queste ragioni, l’ipotesi di una svolta radicale appare oggi poco plausibile. Non impossibile, ma subordinata a condizioni straordinarie: una crisi interna capace di mettere in discussione le fondamenta stesse del sistema, oppure uno shock esterno in grado di ridefinire il ruolo della Russia nello scenario globale. In assenza di eventi di questa portata, è più realistico attendersi una continuità, magari accompagnata da aggiustamenti tattici, ma non da un cambiamento di rotta. Il futuro della Russia potrebbe dunque configurarsi come una lunga transizione senza vera discontinuità. Un nuovo uomo forte, proveniente con ogni probabilità dalla stessa cerchia ristretta, condividerà convinzioni, vincoli e obiettivi del suo predecessore. Potranno cambiare i toni, forse i metodi, ma difficilmente la direzione di fondo. In questo senso, la Russia del “dopo” rischia di essere semplicemente una nuova fase della Russia plasmata da Putin: un sistema destinato a sopravvivere al suo stesso artefice.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)