L’illusione della pace senza deterrenza

giovedì 16 aprile 2026


Le recenti dichiarazioni dell’eurodeputato tedesco Michael von der Schulenburg, esponente del Bündnis Sahra Wagenknecht – formazione nata da una scissione della sinistra radicale (Die Linke) – riaprono un dibattito che ciclicamente riaffiora nel panorama europeo: quello tra chi considera la sicurezza del continente il risultato di un solido equilibrio di deterrenza e chi, al contrario, continua a ritenere il riarmo un errore, indicando nel negoziato con la Russia l’unica via percorribile. Una posizione, quest’ultima, che appare decisamente pericolosa alla luce dei fatti.

Von der Schulenburg sostiene che un aumento delle spese militari non garantirebbe maggiore sicurezza e che, al contrario, l’Europa dovrebbe puntare con decisione su un processo negoziale con Mosca, arrivando persino a riconoscere una sorta di responsabilità condivisa nel mantenimento della pace nel continente. È una visione che si inserisce in una tradizione politica ben precisa, quella di una certa politica europea che, di fronte ai conflitti, sceglie sistematicamente la via più comoda: quella dell’equidistanza. Una postura che non nasce da equilibrio o lucidità, ma da una sostanziale rimozione delle responsabilità, fino a renderle indistinguibili. In questa narrazione, aggressori e aggrediti finiscono sullo stesso piano, le cause vengono confuse con gli effetti e la complessità diventa un alibi per non prendere posizione. È un approccio che attraversa trasversalmente schieramenti diversi, unendo pezzi di sinistra e di destra in una retorica che, sotto l’apparenza del realismo, tradisce una pericolosa rinuncia a distinguere tra chi viola le regole e chi le subisce.

La realtà è che l’Europa si trova di fronte a una minaccia concreta rappresentata dalla Russia. L’invasione dell’Ucraina non è un episodio isolato né il frutto di un equivoco diplomatico, bensì l’espressione di una strategia politica e militare ben definita, portata avanti da anni dal Cremlino. Pensare che sia possibile archiviare tutto questo attraverso un generico “ritorno al negoziato” significa ignorare la natura stessa del problema. Non si tratta di una crisi da gestire con maggiore dialogo, ma di un’aggressione che ha messo in discussione i principi fondamentali su cui si regge l’ordine europeo.

In questo contesto, l’idea di ridurre le spese militari appare non solo irrealistica, ma anche irresponsabile. La deterrenza non è un capriccio ideologico né una concessione agli interessi dell’industria bellica: è uno strumento essenziale per garantire la sicurezza degli Stati. Senza una capacità difensiva credibile, ogni tentativo di negoziato rischia di trasformarsi in una resa mascherata. La storia europea del Novecento offre esempi fin troppo chiari di cosa accade quando si sceglie di affidarsi alla buona volontà di regimi che interpretano il dialogo come un segno di debolezza.

Le parole di von der Schulenburg sembrano invece muoversi in una dimensione quasi astratta, nella quale la guerra può essere fermata semplicemente attraverso la volontà politica di trattare. Ma negoziare presuppone due condizioni fondamentali: la reciprocità e la buona fede. È evidente che queste condizioni non siano oggi presenti nei rapporti con la Russia. Le azioni intraprese dal Cremlino negli ultimi anni suggeriscono esattamente il contrario. In assenza di segnali concreti di apertura, parlare di negoziati rischia di diventare un esercizio retorico, utile più a tranquillizzare le opinioni pubbliche che a produrre risultati reali.

Non meno problematica è l’idea di una responsabilità condivisa tra Europa e Russia nel mantenimento della pace. Una simile affermazione contribuisce ad alimentare una narrazione distorta che porta ad un indebolimento della sicurezza europea. La pace non si costruisce attraverso l’equidistanza morale, ma attraverso il rispetto delle regole e la capacità di difenderle. Senza questi presupposti, ogni discorso sulla sicurezza rischia di perdere di significato.

È comprensibile che, dopo anni di conflitto e tensioni crescenti, emerga in alcune parti dell’opinione pubblica il desiderio di una soluzione rapida, anche a costo di compromessi difficili. Ma è proprio in questi momenti che la politica dovrebbe mostrare maggiore lucidità, evitando scorciatoie che potrebbero avere conseguenze ben più gravi nel lungo periodo. Ridurre le spese militari e puntare tutto sul negoziato può sembrare una scelta pragmatica, ma in realtà equivale a rinunciare a uno degli strumenti fondamentali di cui l’Europa dispone per garantire la propria sicurezza.

Il dibattito sollevato dalle dichiarazioni di von der Schulenburg ha dunque il merito di riportare al centro una questione cruciale: quale modello di sicurezza per l’Europa? Tuttavia, la risposta proposta dall’eurodeputato tedesco appare viziata da un’eccessiva fiducia nella diplomazia disarmata e da una sottovalutazione del contesto geopolitico attuale. In un mondo sempre più instabile, la pace non può essere affidata esclusivamente alle parole. Richiede forza, coerenza e, soprattutto, la consapevolezza che la libertà ha un costo che non può essere ignorato.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza


di Renato Caputo (*)