giovedì 9 aprile 2026
A proposito di guerre croniche dove non si scorge il vincitore e il perdente, la questione dell’avanzata del jihadismo nel Sahel è una espressione di conflittualità che ha grandi possibilità di restare “endemica” a questa area geografica e senza definire la superiorità di una fazione rispetto a un’altra. Dopo il Burkina Faso e il Mali che in modo diverso stanno affrontando la radicalizzazione territoriale di gruppi jihadisti, ora anche il Niger, Paese confinante e lato del triangolo definito “zona dei tre confini” e caratterizzato da una forte presenza estremista islamica, si sta organizzando con proprie “milizie civiche” per affrontare il rischio di essere fagocitato da gruppi jihadisti afferenti alle varie articolazioni dello Stato islamico in Africa. Circa tre mesi fa il governo nigerino alla luce anche dell’assedio effettuato da gruppi jihadisti alla capitale del Burkina Faso, Ouagadougou, parzialmente privata per alcune settimane di cibo e carburanti, ha chiesto la mobilitazione generale al fine di creare un sistema di difesa, anche su base civile, per fronteggiare la dilagante espansione jihadista. Il presidente del Niger, generale Abdourahamane Tiani, a capo di una giunta militare dal 2023, già ad agosto dell’anno scorso aveva comunicato la nascita del programma “Garkouwar Kassa”, ovvero “scudo della patria” in lingua hausa.
Ma come sono arrivate a essere così potenti queste organizzazioni terroristiche islamiche nell’area saheliana? Brevemente: le loro radici affondano a circa 25 anni fa, alla fine della guerra civile algerina (1991-2002), dove si contrapposero le forze governative ai Gruppi armati islamisti (Gia). Dopo decine di migliaia di morti l’operazione del governo algerino fu quella di proporre un amnistia ai terroristi islamici; se una parte accettò, altri continuarono la guerriglia contro il governo di Algeri, organizzando, nel 1998, il Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento (Gspc). Ma le pressioni delle forze di sicurezza governative portarono, nel 2006, alcuni gruppi di questi terroristi a cercare sostegno, affiliandosi, nell’organizzazione jihadista al-Qaeda. Nel 2007 nacque così un nuovo gruppo denominato Aqim, ovvero, al-Qaeda nel Maghreb islamico. Da qui gruppi di jihadisti si spostarono nel Sahel settentrionale e conclusero alleanze con le comunità locali, soprattutto tramite matrimoni tra capi islamici e figlie di capi tribù. Non indugiando sulle dinamiche delle alleanze che hanno strutturato il “sistema jihadista” sub sahariano negli ultimi due decenni, la situazione attuale è soprattutto il frutto di una serie di fallimenti degli interventi occidentali nell’area.
Così il vuoto creatosi dopo l’intervento francese nel Mali e Burkina Faso, iniziato nel 2013 e terminato nel 2022, e il più recente crollo sia della sicurezza che dei finanziamenti degli Stati Uniti e dell’Europa, che hanno causato il progressivo esaurimento del sostegno internazionale alla lotta al terrorismo, e il conseguente indebolimento dei leader regionali appoggiati dall’esterno, ha generato l’espandersi di una forma di estremismo islamico basato sulla violenza e sull’instaurazione della legge islamica, la sharia, sui territori occupati. Ora le organizzazioni jihadiste che hanno come meta la creazione di uno Stato islamico in centro Africa sono: lo Stato islamico nel grande Sahara (Isgs), Jama’at Nusrat al-Islam wal Muslimeen (Jnim), lo Stato islamico nella provincia dell’Africa occidentale (Iswap), oltre una serie di gruppi terroristici islamici con tendenze anarchiche che fanno del saccheggio, della violenza sulla popolazione, stupri, uccisioni e rapimenti a scopo di riscatto, la loro ragione di esistenza. Altri gruppi come Boko Haram in Nigeria, Al-Shabaab in Somalia, hanno una operatività tendenzialmente regionale; comunque al-Qaeda è generalmente un riferimento per il jihadismo. Tutte queste organizzazioni terroristiche utilizzano i Paesi della regione come basi per attaccare indiscriminatamente forze governative e civili. Ma non solo questi sistemi jihadisti hanno approfittato di vuoti di potere, ma anche altri attori, come i mercenari Wagner, poi Africa corps russi, che hanno capitalizzato il potere sull’assenza di coinvolgimento straniero, potendo espandere la propria influenza.
Comunque, la questione della espansione del jihadismo non può essere circoscritta solo alla sicurezza. Così il 27 marzo il governo nigerino ha deliberato una disposizione che crea una struttura paramilitare denominata “Domol Leydi” che il lingua fula è tradotta come “guardiani della terra”, e in pratica è una organizzazione territoriale di autodifesa. Il progetto prevede arruolamento ed addestramento di giovani volontari destinati al pattugliamento dei confini, come delle aree dove i jihadisti si sono localizzati e dove controllano sia la popolazione che le risorse del sottosuolo. Questi ausiliari saranno pagati sia con benefici economici che sociali, e saranno equipaggiati con armi gestiti dall’esercito regolare, effettuando operazioni di difesa e di “intelligence”. La questione non è comunque particolarmente agevole da gestire in quanto l’esercito regolare è piuttosto scettico ne voler cooperare con questi volontari. Ma in gioco non c’è solo la sicurezza, ma i confini degli Stati, in quanto sia il Niger come Mali e Burkina Faso, rischiano che i propri confini geografici mutino a causa dell’espansionismo e del consolidamento territoriale jihadista, che già ora domina aree inserite all’interno dei confini statali dove lo Stato non ha ormai nessun controllo.
di Fabio Marco Fabbri