mercoledì 8 aprile 2026
C’è una parola che ricorre con sorprendente leggerezza nel dibattito contemporaneo e che, tuttavia, continua a essere trattata come se il suo significato fosse immutabile: deterrenza. Si condannano azioni unilaterali, si invocano consultazioni tra alleati, si richiamano i precedenti della Guerra fredda, ma raramente ci si sofferma su una questione tanto semplice quanto decisiva: la deterrenza non è un principio astratto, bensì un equilibrio concreto, che dipende in modo cruciale dalla geografia, dalla demografia e dalla vulnerabilità materiale degli attori coinvolti.
Nel giudicare le scelte di Israele e degli Stati Uniti rispetto all’Iran, questo dato elementare viene spesso rimosso. Si ragiona come se il modello della deterrenza nucleare tra superpotenze fosse universalmente applicabile, come se bastasse evocare il precedente della contrapposizione tra Guerra Fredda per concludere che anche nel Medio Oriente di oggi un equilibrio del terrore sarebbe in grado di prevenire il conflitto. Ma è proprio qui che si annida l’equivoco.
La deterrenza tra Stati Uniti e Unione Sovietica funzionava, per quanto precariamente, perché poggiava su una sostanziale simmetria: entrambe le potenze disponevano di vasti territori, di profondità strategica, di una capacità di secondo colpo tale da rendere irrazionale qualsiasi attacco iniziale. Anche dopo aver subito un colpo devastante, ciascuna avrebbe potuto reagire infliggendo all’altra una distruzione inaccettabile. È questa reciprocità, più ancora della mera disponibilità di armi nucleari, ad aver fondato la stabilità relativa di quell’equilibrio.
Trasporre questo schema al rapporto tra Israele e Iran significa ignorare una differenza strutturale: l’asimmetria territoriale. Israele è uno Stato di dimensioni estremamente ridotte, con una concentrazione demografica e infrastrutturale tale da renderlo vulnerabile in modo radicale. In un simile contesto, anche un numero limitato di ordigni nucleari lanciati contemporaneamente potrebbe compromettere in modo irreversibile la capacità di sopravvivenza e di reazione del Paese.
Non si tratta di una valutazione ideologica, ma di un dato fisico. La deterrenza presuppone che nessuno dei due attori possa eliminare la capacità di risposta dell’altro con un primo colpo. Ma quando uno dei due soggetti è territorialmente compresso, questa condizione viene meno. La distruzione non è più distribuita nello spazio, ma concentrata; non è più assorbibile, ma potenzialmente totale. In questo senso, la deterrenza cessa di essere reciproca e diventa, per uno dei due, un azzardo esistenziale.
È su questo punto che molte analisi correnti appaiono piuttosto superficiali. Si tende a immaginare che un Iran dotato di arma nucleare verrebbe automaticamente contenuto dalla minaccia di una risposta israeliana, replicando lo schema della mutua distruzione assicurata. Ma tale schema presuppone una resilienza territoriale e una capacità di assorbimento del colpo che Israele, per ragioni evidenti, non possiede nella stessa misura. L’idea di una deterrenza “equilibrata” diventa allora più una costruzione teorica che una possibilità concreta.
A ciò si aggiunge un ulteriore elemento, raramente affrontato con la necessaria franchezza: la percezione del rischio e del sacrificio. Le dottrine strategiche non sono fatte solo di numeri e di chilometri quadrati, ma anche di visioni del mondo, di concezioni della morte, del martirio, della sopravvivenza collettiva. Quando queste visioni divergono profondamente, la razionalità su cui si fonda la deterrenza classica può risultare indebolita, se non addirittura compromessa.
In questo quadro, l’ipotesi che Israele e i suoi alleati possano ritenere inaccettabile la prospettiva di un Iran nuclearizzato non appare affatto irrazionale, né tantomeno il prodotto di una pulsione aggressiva fine a sé stessa. Al contrario, può essere letta come la risposta a una configurazione strategica percepita come intrinsecamente instabile. Se la deterrenza non è garantita, o lo è solo in modo imperfetto, allora la prevenzione − nelle sue varie forme, più o meno radicali − tende a diventare una tentazione, se non una necessità.
Questo non significa, naturalmente, che ogni azione preventiva sia giustificata o efficace. Al contrario, proprio perché si tratta di operazioni ad altissimo rischio, esse richiedono una valutazione estremamente rigorosa delle conseguenze. Interventi di questo tipo, per avere una qualche possibilità di successo, devono essere sostenuti da una chiara strategia di lungo periodo, da una conoscenza approfondita del contesto e, per quanto possibile, da un coordinamento con gli alleati. In assenza di questi elementi, il rischio è quello di aprire scenari ancora più instabili, nei quali l’obiettivo iniziale, e cioè la sicurezza, finisce per allontanarsi ulteriormente.
Resta però il nodo di fondo, che non può essere eluso: la deterrenza non è un dogma universale, ma un equilibrio storicamente determinato. Funziona in certe condizioni e fallisce in altre. E tra le condizioni che ne determinano la riuscita o il fallimento, l’estensione territoriale e la conseguente vulnerabilità strategica occupano un posto centrale.
Ignorare questo dato significa fraintendere la natura stessa del problema. E forse anche, nel tentativo di applicare schemi rassicuranti del passato, esporsi al rischio di non comprendere fino in fondo le ragioni − giuste o sbagliate che siano − delle scelte che oggi si stanno compiendo.
di Gustavo Micheletti