La Storia in Giallo: Hormuz e dintorni

martedì 7 aprile 2026


Un collo di bottiglia strangolerà la Cina? Chi perde e chi vince nella roulette di Hormuz? Diciamo prima “Chi” più di tutti ha da perdere da una sua chiusura prolungata. Indubbiamente, il primo sconfitto tra tutti è l’Europa “che schiava del petrolio Dio la creò!”. Anzi: la viziata Vecchia Signora ci si è messa da sola in trappola, soprattutto quanto ha deciso, a seguito della chiusura delle centrali nucleari tedesche e italiane, di tagliarsi le ali della crescita con la demagogia green, ben sapendo che esisteva già da allora un assoluto monopolista mondiale delle energie pulite: la Cina.

Ma c’è di più: prima della guerra in Ucraina, la Germania merkeliana aveva costruito tenacemente un doppio cordone ombelicale gessifero (una sorta di corda dell’impiccato energetica) ancorato ai giacimenti siberiani di gas, creando un’altra dipendenza strategica dell’Europa dalle forniture russe a buon mercato. Altra strozzatura clamorosa quest’ultima, che sta costando carissima dopo la chiusura di Hormuz. Ma se lo Stretto non riaprirà alla svelta, anche grazie a una manovra a tenaglia tra Paesi del Golfo e Cina nei confronti di Teheran, a piangere lacrime amare subito dopo gli europei sarà proprio Pechino. E questo perché il taglio della crescita in Europa sarà per lei peggio di un reflusso gastrico destinato ad avvelenare l’intero metabolismo commerciale globalizzato della Cina, che si regge quasi esclusivamente sull’export per smaltire quote crescenti di produttività in forte esubero delle sue industrie di beni.

Di Donald Trump si può dire di tutto e di più (e probabilmente non ci si sbaglia), ma non che abbia la vista corta sui disegni di Pechino che intende dominare il mondo con la sua tecnologia e la supremazia digitale. Sogno ambizioso che, fino a ora, poggiava sulle gambe malferme delle forniture di gas e petrolio venezuelane e iraniane, grazie alle alleanze storiche non militari contratte dalla Cina con Caracas e Teheran.

Quindi, ha il suo senso strategico il disegno trumpiano di riportare i due perni energetici dello sviluppo industriale di Pechino sotto il controllo diretto degli Stati Uniti, anche se l’attacco preventivo all’Iran presenta un costo molto elevato per il futuro delle alleanze americane. La vittima collaterale, per così dire, di questo tentativo Usa di accerchiamento energetico della Cina, è il continente europeo, che non può né contare come l’America (ormai autosufficiente nella produzione di gas e petrolio) sull’autonomia energetica, né sulle fonti abbondanti d’importazione dai Paesi produttori del Golfo, presi in trappola dalla ritorsione iraniana contro gli interessi americani nella regione.

L’unica alternativa per i 26 (l’Ungheria si è già chiamata fuori dall’embargo) sarebbe la rimozione delle sanzioni alla Russia, per riaprire i rubinetti del Nord Stream-1, di fatto politicamente impraticabile, almeno fino alla cessazione delle ostilità in Ucraina. Così, un’Europa definita pusillanime dal suo maggiore (quasi ex) alleato, non può nemmeno raccogliere l’invito ironico e sprezzante di Washington a liberare autonomamente con le sue (sparpagliate) marinerie il blocco dello Stretto di Hormuz. E questo accade per la nota mancanza di una difesa comune e, soprattutto, per la categorica avversione delle opinioni pubbliche del Vecchio Continente a entrare in guerra con chicchessia, soprattutto trattandosi di gente come i pasdaran che non si curano affatto delle perdite di vite umane. All’opposto esatto di noi, stando alle recenti vicende storiche. Infatti, quando l’esercito francese ha subito alcune clamorose disfatte nei Paesi africani francofoni, dove Parigi aveva contingenti dell’Armée stanziati sul posto, il governo di Parigi e il suo Presidente ne hanno deciso l’immediato ritiro, lasciando spazio a miliziani senza scrupoli e alla guerra civile, con eccidi e stupri di massa cui hanno tentato inutilmente di mettere fine le milizie russe della Wagner.

Certo, lo strangolamento di Hormuz nuoce meno alla Cina che ai suoi diretti concorrenti, sebbene il suo vantaggio attuale sia destinato a ridursi progressivamente in funzione della durata del conflitto. Tuttavia, per ora la diminuzione delle scorte di greggio non desta preoccupazioni dalle parti di Pechino, che ha accumulato importanti riserve di petrolio (1,3 miliardi di barili) pari a quattro mesi di rifornimenti via mare, anche se il governo cinese è restio ad attingere a scorte di questo tipo il cui utilizzo fa parte del “worst-case-scenario”. Per di più, i cinesi possono contare su di un’accorta diversificazione delle fonti energetiche extra petrolifere, che conta su di un mix di carbone (utilizzabile dall’industria petrolchimica per sintetizzare lo stesso tipo di sostanze chimiche), nucleare e rinnovabili, quest’ultime in rapida espansione. Tuttavia, negli ultimi tempi Pechino ha deciso di aumentare del 13 per cento i costi del carburante al dettaglio, creando ovvio malcontento popolare ma, al tempo stesso, mettendo un freno all’inflazione. E tutto ciò fa il paio con la discesa costante negli ultimi quaranta mesi di fila dei prezzi alla produzione, equivalente al più lungo periodo di deflazione dal 2012 in poi. Tuttavia, il rialzo dei prezzi del petrolio trascina vero l’alto il resto delle materie prime, incidendo negativamente sui costi della manifattura. Di certo, il caro petrolio rimane il modo peggiore di uscire dalla deflazione, dato che si basa sul meccanismo dell’aumento dei costi e non, viceversa, della domanda.

La Cina, però, sa bene come il perdurare della guerra in Iran andrà a incidere negativamente sul suo surplus commerciale con il resto del mondo, che nel 2025 aveva totalizzato il record di 1,2 triliardi di dollari, pari a un terzo della sua crescita complessiva. Se, a causa dell’aumento dei costi dell’energia, il resto del mondo dovesse consumare meno merci cinesi, com’è del tutto probabile, allora ne risentirebbe sia la sua produzione che l’occupazione interna.

Ma il recupero di entrate potrebbe venire proprio dal quasi monopolio cinese sulle terre rare e sulle tecnologie green, se Pechino decidesse unilateralmente il rialzo dei prezzi, dato che non avrebbe conseguenze sull’export cinese nei relativi settori. Sul piano geostrategico, tuttavia, la Cina ritiene di avere tutto da guadagnare, dato che gli alleati Usa del Golfo saranno costretti a rivedere le loro politiche verso Pechino, ritenuta più affidabile oggettivamente dell’America, che non è stata in grado di proteggere gli interessi dei Paesi petroliferi più esposti verso Teheran.

Per di più, la ricostruzione dell’Iran e delle infrastrutture dei Paesi colpiti dalle ritorsioni iraniane favoriranno soprattutto l’export cinese nelle tecnologie green, nei semiconduttori avanzati e nell’industria delle costruzioni. Per non parlare del vantaggio acquisito per quanto riguarda le riserve strategiche della Difesa statunitense, fortemente impoverite a causa del quasi esaurimento degli stock di armi del tipo “stand-off” e di missili-antimissile, la cui ricostituzione richiederà anni per essere completata.

Di qui, una buona notizia per il mondo: dal punto di vista della Cina, il declino americano rende inutile una guerra per Taiwan. Basta mettersi d’accordo con Trump, di sicuro, il Presidente Usa baratterà la riunificazione pacifica dell’Isola per un buon affare!


di Maurizio Guaitoli