giovedì 2 aprile 2026
Come commenterebbe un cittadino nigerino la riconferma di Parigi a roccaforte dei diritti dopo le ultime elezioni comunali? Beh, forse avrebbe qualcosa da ridire. Come lui, tanti altri di ben 14 Nazioni africane la cui valuta ufficiale è niente di meno se non la più grande eredità coloniale francese: il Franco Cfa (Colonie francesi d’Africa). In uso dal secondo dopoguerra, si presenta oggi in due varianti, il Franco Cfa dell’Africa occidentale e quello dell’Africa centrale, dettando gli scambi di una vasta area, un tempo quasi tutta colonia francese. La moneta, prima vincolata da un cambio fisso al franco francese e poi all’euro, viene tuttora stampata dall’erario francese, garantendo la corrispondenza tra un euro e ben 655,96 Franchi Cfa. Dei suoi effetti economici una duplice narrazione viene portata agli occhi dei lettori, incardinata su rappresentazioni dell’Esagono che spaziano da generoso tutore a quello di severo gendarme. Imperativo assoluto nelle argomentazioni a sostegno della valuta è il contenimento della volatilità monetaria per i Paesi aderenti. Ad assolvere questo compito sarebbe proprio il cambio fisso con l’euro, da cui, peraltro, deriva la promessa di stabilità e inflazione contenuta.
A frammentare il quadro appena delineato è, però, un lungo non detto, scoperchiato dai detrattori della divisa, che macchia, e non poco, la gentil e onesta facciata francese. Fonte di imbarazzo fu, alle origini del dibattito, un dato: il 50 per cento delle riserve (anche auree) dei 14 Stati finiva, per legge, nei depositi del Tesoro francese. Fu il presidente del Ciad, Idriss Deby, nel 2015, a denunciare l’ingiustizia per mano parigina, parlando di “un cappio che impedisce lo sviluppo dell’Africa e che deve essere reciso”. Da allora qualcosa si è smosso, nel 2021 è stato, infatti, abolito questo meccanismo, ma solo per otto Nazioni dell’Africa Occidentale. Per le restanti sei, nel cuore del continente, rimane in vigore l’obbligo di deposito. Limite ancora più invalidante deriva dal divieto di svalutazione della moneta, che ostacola le esportazioni e la strutturazione di un settore industriale organico. Il vantaggio economico dato dalla stabilità del cambio rende, infatti, i prodotti francesi importati più attraenti e competitivi di quelli locali, inducendo il comune cittadino senegalese ad acquistare i primi, più economici, invece dei secondi. Sebbene in un contesto di povertà assoluta sia comunque un privilegio poter comprare, che sia merce nazionale o estera, rimane, a tutti gli effetti, una forma di concorrenza sleale.
A ingrigire lo scenario contribuisce quel circuito di rivendita alle ex colonie di prodotti finiti francesi a un prezzo maggiore rispetto a quello delle materie prime che li compongono, spesso esportate, con esigui profitti, dagli stessi Paesi africani. Insomma, se è vero che altrove la moneta unica ha agito come molla per l’integrazione commerciale, qui non si può dire lo stesso. Diversi economisti osservano come l’adozione del Franco Cfa risulti da un accordo volontario, nonché da un nobile scopo di cooperazione. Della serie: “se non gli va bene, sono liberi di recedere”. I fatti, tuttavia, suggeriscono un’interpretazione diversa. Gli anni Sessanta hanno inaugurato più e più tentativi di rivoluzione della struttura monetaria nella zona del Franco, nessuno dei quali giunto a buon fine. A non stupire è, senz’altro, lo zampino tricolore. Primo fra tutti, il caso di Sylvanus Olympio, primo presidente del Togo, assassinato nel 1963, secondo quanto riportato dall’Agi (Agenzia giornalistica Italia), da uno squadrone di soldati appoggiati dalla Francia per tentata emissione di una nuova moneta, in sostituzione al Franco CFA. Similmente, il presidente del Mali, Modibo Keïta, anch’egli avverso alla valuta, fu deposto nel 1968 da Moussa Traoré, formatosi militarmente in Francia.
Nonostante la chiusura francese verso il cambiamento, oggi le voci di dissenso si intensificano. Oltre al movimento panafricanista presente in Burkina Faso, Mali e Niger, l’Anti-Cfa Front, è della Gen Z il merito delle recenti mobilitazioni contro il giogo monetario francese. Toni molto critici vengono anche dall’Europa, specie dai Paesi più esposti ai fenomeni migratori, come l’Italia. In occasione della campagna per le Elezioni europee del 2019, Giorgia Meloni espose il suo chiaro disappunto: “la soluzione non è prendere gli africani e spostarli in Europa, ma liberare l’Africa da certi europei che la sfruttano e consentire a queste persone di vivere di quello che hanno”. Per effetto delle pressioni internazionali e delle proteste locali, nel 2020 è stato annunciato un progetto di sostituzione del Franco Cfa con una nuova moneta, l’Eco, volta ad attribuire maggiore sovranità monetaria ai singoli Stati. A distanza di sei anni, però, è ancora tutto solo su carta, forte di una serie di divergenze tra le Nazioni coinvolte, delle reticenze della Francia e dell’assenza di un’autorità monetaria comune. In virtù del principio dell’uguaglianza sovrana riconosciuto dalla Comunità internazionale, non resta che auspicare un positivo cambio di rotta. Il diritto di uno Stato di sviluppare in piena libertà il proprio sistema economico non è opzionale.
di Siria Santangelo