La grande illusione: come l’Occidente ha frainteso la Russia

mercoledì 1 aprile 2026


Per oltre 30 anni l’Occidente ha raccontato a sé stesso una storia rassicurante: quella di una Russia in cammino, magari incerto, ma inevitabile verso la democrazia liberale. Era una narrazione potente, figlia dell’entusiasmo seguito alla fine della guerra fredda, quando tutto sembrava possibile e il modello occidentale appariva destinato a diventare universale. Eppure, quella storia era in gran parte un’illusione. All’indomani del crollo dell’Unione sovietica, Stati Uniti ed Europa guardarono a Mosca con una lente familiare, cercando segnali di pluralismo e apertura e interpretando le dinamiche politiche russe come se fossero varianti imperfette delle proprie. Partiti, elezioni e istituzioni sembravano indicare una trasformazione in atto, ma sotto quella superficie si muoveva un sistema profondamente diverso. La politica russa non era guidata da ideologie o da un confronto tra visioni del mondo, bensì da una competizione tra gruppi di potere legati a interessi economici, reti informali e alleanze mutevoli, in un intreccio in cui il confine tra Stato e interessi privati risultava sempre più sfumato e in cui le istituzioni democratiche, pur esistendo, erano spesso strumenti funzionali a equilibri di potere già definiti altrove. In questo contesto, le elezioni non rappresentavano tanto l’espressione della volontà popolare quanto una fase della lotta tra élite, mentre le regole formali convivevano con pratiche informali decisive che sfuggivano a qualsiasi lettura tradizionale della democrazia. Eppure, per lungo tempo, l’Occidente ha preferito non vedere, anche per una ragione psicologica: dopo decenni di confronto ideologico, la fine del comunismo sembrava aver risolto il problema principale e si pensava che la Russia avrebbe inevitabilmente intrapreso un percorso simile a quello delle democrazie occidentali. Era una conclusione logica solo in apparenza, perché il comunismo non era la radice del modello di potere russo, ma una sua manifestazione storica, mentre dietro di esso esisteva una continuità più profonda che attraversava secoli di storia, un sistema basato su relazioni personali, fedeltà, patronato e controllo centralizzato, capace di cambiare forma senza mutare sostanza.

A rendere ancora più difficile una corretta interpretazione contribuiva un elemento tipico della cultura politica russa: la costruzione deliberata di rappresentazioni, una politica che diventava teatro, messa in scena e narrazione, non semplicemente propaganda ma qualcosa di più sofisticato, cioè la creazione di realtà alternative credibili e funzionali al potere, in cui verità e finzione tendevano a confondersi e in cui episodi inventati, dichiarazioni mai pronunciate e narrazioni distorte venivano ripetuti fino a diventare per molti fatti acquisiti. Non si trattava di errori, ma di una strategia che mirava a creare ambiguità, a rendere difficile distinguere il vero dal falso e a influenzare l’avversario inducendolo a prendere decisioni che apparissero autonome ma che, in realtà, favorissero Mosca, esercitando una pressione sottile che agisce sulle percezioni prima ancora che sui fatti.

Di fronte a tutto questo, l’Occidente ha spesso reagito con ingenuità, perché leader politici e analisti, soprattutto negli Stati Uniti e in Europa occidentale, avevano investito politicamente e simbolicamente nel successo della trasformazione russa, una trasformazione che avrebbe confermato la validità del modello occidentale e il senso stesso della vittoria nella guerra fredda, e mettere in discussione questa prospettiva significava in qualche modo mettere in discussione anche sé stessi. Così si è scelto di chiudere un occhio su molti segnali, dalla concentrazione del potere all’ascesa degli oligarchi, dalle interferenze nei processi democratici alla violenza interna ed esterna, interpretandoli come deviazioni temporanee e non come caratteristiche strutturali, mentre nel frattempo il sistema russo si consolidava e le vecchie reti sovietiche non scomparivano ma si adattavano, mantenendo pratiche informali come le pressioni politiche sulla giustizia e l’uso delle relazioni personali per ottenere vantaggi, fino a creare un modello in cui Stato e interessi privati risultavano sempre più intrecciati. Quando negli anni Duemila la Russia ha iniziato a mostrare con maggiore chiarezza le proprie ambizioni, molti in Occidente sono rimasti sorpresi, ma quella sorpresa era il risultato di una lunga sottovalutazione, perché l’invasione dellUcraina nel 2022 non ha rappresentato una rottura improvvisa ma il punto di arrivo di un percorso già visibile da tempo, fatto di escalation graduali, segnali ignorati e interpretazioni errate.

Guardando indietro emerge una domanda inevitabile, cioè come sia stato possibile fraintendere così a lungo una realtà tanto complessa, e la risposta sta probabilmente nell’incontro tra due dinamiche: da un lato la capacità russa di costruire narrazioni e mascherare la realtà dietro una rappresentazione, dall’altro la disponibilità occidentale a credere in quella rappresentazione perché coerente con le proprie aspettative, cioè l’incontro tra chi crea l’illusione e chi ha bisogno di crederci. Una lezione che oggi, in un contesto internazionale sempre più instabile, appare più attuale che mai perché comprendere la natura del potere al di là delle apparenze non è solo un esercizio accademico ma una condizione essenziale per evitare di ripetere gli stessi errori.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza


di Renato Caputo (*)