Elon Musk arbitro e ago della bilancia in Ucraina

venerdì 20 marzo 2026


Se oggi c’è stato un arbitro nella guerra in Ucraina questo è stato probabilmente Elon Musk. Non con una strategia dichiarata, ma con una rete che si accendeva nel cielo sopra città che si andavano spegnendo. All’inizio, poco dopo l’invasione russa, quando le infrastrutture ucraine venivano colpite, quando le comunicazioni si spezzavano e il rischio più grande diventava l’isolamento, comparvero antenne, terminali, segnali. E un Paese sotto attacco poté continuare a parlarsi.

In quel momento Elon Musk, con la sua rete Starlink, non fu semplicemente un attore tecnologico: fu una possibilità. Senza quella infrastruttura invisibile la resistenza ucraina sarebbe stata più fragile, più lenta, forse disarticolata. La guerra moderna, dopotutto, non si combatte solo con le armi, ma con le connessioni, e in quella fase iniziale Starlink consentì all’Ucraina di avere il tempo per coordinarsi, per adattarsi e reagire moltiplicando l’efficacia della sua difesa.

Fu il tempo della sopravvivenza, ma fu anche, senza che allora fosse chiaro, l’inizio di una trasformazione più profonda: la guerra che esce dal monopolio degli Stati e si appoggia a infrastrutture private, capaci di incidere sul destino dei fronti.

Poi venne il tempo più lungo e più ambiguo, quello in cui non si trattava più soltanto di resistere, ma di vincere, o di non vincere troppo in fretta. L’Occidente sostenne Kiev, ma lo fece con una cautela che, col passare dei mesi, si fece sistema. L’amministrazione di Joe Biden forniva armi, ma gradualmente; sistemi avanzati, ma dopo esitazioni; e soprattutto imponeva limiti precisi. Per lungo tempo all’Ucraina fu negata la possibilità di colpire in profondità il territorio russo. I missili a lungo raggio arrivarono tardi, e con restrizioni.

Il risultato fu un’asimmetria evidente: la Russia poteva sostenere la guerra da una profondità relativamente sicura; l’Ucraina combatteva entro un perimetro ristretto. Poteva difendersi, poteva contrattaccare, ma non poteva disarticolare davvero il sistema del nemico. Non era una strategia per far perdere Kiev. Ma non era neppure una strategia per farla vincere.

In questo quadro la figura di Musk tornò a farsi decisiva in una forma diversa. Nell’autunno del 2022, durante la prima grande controffensiva ucraina, emersero dei chiari limiti nel suo sostegno: la copertura non venne attivata in alcune aree sensibili, ci fu il rifiuto di supportare alcune operazioni in Crimea e anche la dichiarata volontà di evitare un’escalation nucleare.

Non si trattò di un rovesciamento della sua precedente posizione, ma di una sua modulazione. Lo stesso strumento che aveva reso possibile la resistenza contribuiva ora a delimitare la controffensiva, non per cambiare campo, ma per contenere il rischio.

A questo punto, però, una domanda s’impone: chi stava realmente ponendo i limiti? La risposta, se si resta ai fatti, è duplice. Da un lato lo Stato: l’amministrazione Biden definiva infatti il perimetro politico e militare: cosa fornire, come usarlo, fin dove spingersi. Dall’altro il privato, perché Musk controllava l’infrastruttura tecnica: dove funzionava, per quali usi, con quali restrizioni.

Non esistono prove di un ordine diretto tra i due, e tuttavia, osservando gli effetti, emerge una convergenza. Lo Stato limita l’uso delle armi, il privato limita l’uso della rete. L’effetto è lo stesso: l’Ucraina resta contenuta in uno spazio operativo che consente la resistenza, ma rende difficile la controffensiva.

Non serve una regia segreta quando si condivide la stessa logica che considera come primo fattore di rischio di un’escalation una deriva nucleare. Eppure, proprio dentro questa logica, si apre un ulteriore livello, quello più invisibile e, forse, più decisivo. Perché è vero: nessuna rete può sostituire il coraggio di un esercito o la capacità di un popolo di resistere. L’Ucraina ha dimostrato una straordinaria efficienza nell’adattarsi, nel coordinarsi, nel trasformare la necessità in metodo. Ma proprio per questo, ogni strumento capace di moltiplicare questa capacità ha assunto un peso strategico.

Sotto questo profilo Starlink non è stata solo una tecnologia: è stata un moltiplicatore di efficienza. E qui emerge, dietro un andamento incostante, una linea prevalente e abbastanza coerente, perché Elon Musk ha prima rafforzato le capacità difensive ucraine e poi ha contribuito, almeno in parte, a sottrarre alla Russia una quota di quella stessa forza invisibile.

Negli sviluppi più recenti, infatti, l’incremento dei controlli sull’uso della rete − anche per impedire utilizzi impropri da parte russa − ha introdotto un ulteriore elemento di riequilibrio, che pur non essendo decisivo da solo risulta comunque non trascurabile. Non è cioè sufficiente a spiegare una controffensiva, ma è capace di comunque d’incidere sui fattori che condizionano in modo determinante la qualità della guerra, ovvero la velocità, la precisione, la capacità di reagire. Il dosaggio di Starlink, infatti, se non può da solo cambiare la direzione del conflitto, ne può modificare il ritmo, e in una guerra di logoramento il ritmo può diventare decisivo.

Nel frattempo, sul piano politico, si affacciava una prospettiva diversa. La figura di Donald Trump introduceva la prospettiva di una fine rapida del conflitto mediante una pace decisamente favorevole al dittatore criminale del Cremlino. Magari non proprio una vittoria proclamata della Russia, ma comunque una soluzione che avrebbe potuto consolidarne i risultati conseguiti sul campo.

Una simile soluzione rapida e punitiva per l’Ucraina fino ad oggi non si è realizzata, e forse in questa mancata attuazione del disegno trumpiano hanno giocato qualche ruolo anche le divergenze nel frattempo sopravvenute con Musk., tanto che, sebbene non sia corretto dire che Musk ha fatto partire una nuova controffensiva, perché non dipendeva certo da lui, è anche grazie alla sua gestione di Starlink che l’Ucraina ha potuto continuare a combattere in modo efficace, riuscendo prima ad adattarsi e poi a rilanciare. Il proprietario di Starlink non ha cioè fatto vincere l’Ucraina, ma ha contribuito a impedire che perdesse abbastanza in fretta da rendere inevitabile una pace alle condizioni russe.

E forse è proprio qui che si intravede il tratto più nuovo di questa guerra. Non una guerra diretta soltanto dagli Stati, ma una guerra in cui infrastrutture private, decisioni individuali e paure condivise si intrecciano fino a produrre effetti convergenti.

Non una guerra progettata per essere persa, ma comunque una guerra che nessuno ha voluto fino ad oggi che l’Ucraina corresse il rischio di vincere davvero, forse perché considerava imprevedibile e pericolosa la reazione del dittatore del Cremlino se messo alle corde o forse, ancor più semplicemente, perché considerava imprevedibile la reazione dei propri rispettivi elettorati di fronte alla concreta eventualità di una vera escalation che coinvolgesse anche il proprio Paese.

Anche per questo, Elon Misk ha potuto forse giocarvi il ruolo di arbitro, o di ago della bilancia, tanto da poter risultare, alla fine dei conti, forse decisivo. Del resto, non sarebbe una novità assoluta, perché non sono certo poche nella Storia le circostanze in cui una singola persona, anche non un politico di professione e comunque molto meno ricca e potente di Musk, può aver giocato un ruolo importante per determinare l’esito finale di un conflitto.

Da Juan Pujol García, un privato cittadino spagnolo che, fingendosi agente al servizio dei nazisti, li ingannò sistematicamente riuscendo a convincere il comando tedesco che lo sbarco alleato sarebbe avvenuto a Calais e non in Normandia, contribuendo concretamente al successo del D-Day; a Virginia Hall, una civile americana che organizzò reti di resistenza, sabotaggi e comunicazioni nella Francia occupata, fornendo un contributo strategico importante nel supportare gli Alleati sul territorio. Da Stanislav Petrov, un tecnico militare che nel 1983 interpretò correttamente come falso un allarme nucleare, evitando con il suo sangue freddo una guerra nucleare globale, fino ad Alan Turing, il noto geniale matematico che contribuì a decifrare i codici tedeschi contribuendo a ridurre significativamente la durata della Seconda guerra mondiale e incidendo quindi indirettamente anche sul suo esito.

A differenza di tutte queste persone, straordinarie per ragioni diverse, che intelligenza a parte combatterono praticamente ad armi nude, Elon Musk – par altri versi ostentatore di gesti oscenamente evocatori del nazismo e di varie prese di posizioni assai discutibili in vari campi − lo ha fatto come capo e proprietario del più grande impero economico privato del mondo: avrebbe quindi potuto forse fare molto di più per un popolo invaso e massacrato da un invasore criminale, ma solo la storia potrà dirci un giorno esattamente quanto e in che modo.


di Gustavo Micheletti