Dubai: storie da vetrina al fronte di guerra

mercoledì 11 marzo 2026


Sotto la patina dorata di Dubai vive un’architettura digitale che non ammette interferenze. Tra imprenditori e influencer che vi risiedono, infatti, la narrazione condita per i propri follower dall’inizio dell’offensiva iraniana è quasi la stessa: una città sicura, impermeabile ai conflitti. La vita continua, i locali sono gremiti e i servizi funzionano; insomma, recensioni da 5 stelle, anche in tempi di guerra. 

A stridere con il dipinto mondano emiratino sono gli aggiornamenti dei media locali, tra cui Gulf News che documenta un bilancio di 3 vittime e 112 feriti dall’inizio delle aggressioni militari. Nel mirino del regime islamico figurano hub turistici ed edifici di lusso simbolo della metropoli, come il Burj Al Arab e il Fairmont The Palm, nonché zone ad alto traffico come il porto di Jebel Ali e l’aeroporto internazionale di Dubai. Panacea di ogni timore sembra, però, essere la decantata efficienza dei sistemi di intercettazione missilistici, stimata intorno al 90 per cento dalle fonti governative, di cui gli imprenditori digitali tessono le lodi dai loro rooftop da sogno.

Se, in effetti, una realtà come Dubai, imperniata nel profumo di denaro, culla della defiscalizzazione e ricettrice di investimenti non fosse tarata su un clima di assoluta sicurezza, chi ci vivrebbe? Specie in un panorama internazionale segnato da tensioni croniche, la promessa di stabilità non è mai stata tanto imperativa. Così se, da un lato, la stampa del Golfo riduce a “incidenti” gli attacchi che hanno avuto successo, dall’altro, sui social si professa incondizionata fiducia nella calma della leadership. Chi fa affari proprio con le piattaforme non può permettersi di alimentare un panico da fuga di capitali, né di perdere visibilità o esporsi a critiche che rischierebbero di compromettere i loro rapporti con i grandi brand.

Supervisore attento del vocio digitale rimane, però, il governo emiratino. Il Decreto-Legge Federale n.43 del 2021, bibbia degli influencer di Dubai, regola le pubblicazioni online. L’articolo 25, “Insulto allo Stato e ai Simboli”, proibisce l’uso delle reti per deridere, insultare o danneggiare il prestigio degli Emirati Arabi, delle sue autorità, della bandiera o di qualsiasi simbolo nazionale. L’articolo 52, invece, vieta la diffusione di notizie false che possano disturbare l’ordine pubblico o minare l’interesse e l’economia nazionali. Un semplice commento negativo sull’operato delle istituzioni potrebbe suscitare scontento tra i vertici politici ed essere limitato nella sua diffusione.

Nell’utilizzo dei social come vettore di positività ricade, inoltre, un video diffuso da Dubai Media Office che mostra il presidente degli Emirati e il vice primo ministro passeggiare in un centro commerciale, seguito dalla sua schiera d’élite. Un frammento di fulgida quotidianità pensato per contrastare il terrorismo mediatico. 

I racconti di chi, invece, ha scelto e potuto lasciarsi alle spalle questa “oasi di tranquillità” non danno spazio a interpretazioni. Tra il riverbero delle esplosioni e le sirene delle ambulanze si registrano spostamenti verso l’Oman per imbarcarsi su voli di linea che toccano i 3.000 euro a biglietto. Una testimonianza tangibile di come, oggi, la sicurezza sia un bene di lusso. Numerosi, inoltre, coloro che hanno acquistato voli di ritorno alternativi per aggirare lo spazio aereo medio-orientale, facendo schizzare alle stelle i prezzi. 

Con un conflitto ormai entro le porte di casa, la Grande Mela araba deve fare i conti con la realtà: crogiolarsi sotto una pioggia di elogi con il rischio, però, che il tempo eroda le aspettative e la fiducia dei suoi grandi investitori. Riuscirà il polmone d’oro emiratino a sostenere questa narrazione o si troverà a dover riconsiderare le sue priorità?


di Siria Santangelo