Iran, Khamenei jr promette un regime ancora più duro

martedì 10 marzo 2026


La Repubblica Islamica dell’Iran si arrocca: nominato il figlio di Khamenei, Mojtaba, quale Guida Suprema. Non è una guida dottrinale riconosciuta, ma il tramite fra il clero e le Guardie Rivoluzionarie. Ed è più estremista del padre.

La nomina di Mojtaba Khamenei a Guida Suprema dell’Iran segna una delle svolte più controverse nella storia politica della Repubblica islamica, trasformando per la prima volta il massimo potere teocratico in un’eredità dinastica. Questa successione non deriva da elezioni popolari o da consenso pubblico, ma dalla decisione dell’Assemblea degli Esperti, l’organo clericale incaricato di scegliere il successore alla morte del precedente leader, in un momento di fragilità estrema per il regime.

La transizione è avvenuta nel cuore di una tempesta geopolitica, dopo che l’ayatollah Ali Khamenei è stato ucciso negli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele. La scelta di affidare il comando a suo figlio è stata quindi una decisione carica di simbolismo e contraddizioni, più che un atto ordinario.

A differenza di molti leader contemporanei, Mojtaba Khamenei è una figura cresciuta nell’ombra. Senza mai ricoprire cariche elettive o ministeriali, ha accumulato un potere immenso dietro le quinte agendo come “guardiano della porta” dell’ufficio paterno. Vero punto di collegamento tra il potere clericale e quello militare, in particolare con la Guardia rivoluzionaria iraniana (Irgc) e la milizia Basij, è stato per anni il regista occulto delle scelte strategiche del Paese. Secondo analisti e osservatori stranieri, Mojtaba controllava l’accesso alla Guida Suprema, coordinava le fazioni conservatrici e aveva voce nelle nomine chiave dello Stato. La sua ascesa attuale non è dunque un salto nel buio, ma il culmine di una precisa strategia di consolidamento interno del regime.

Tuttavia, la nomina non è priva di critiche interne. Le fondamenta ideologiche della Repubblica islamica, nate per opporsi alla monarchia dello Scià, rifiutano la successione ereditaria. L’elezione di un figlio, anche se formalmente decisa dall’Assemblea, proietta inevitabilmente l’ombra di un modello dinastico su un sistema che si professa teocratico, incrinando la legittimità stessa del regime.

Appoggiato dai principali organi militari e di sicurezza, in particolare dai Pasdaran, che hanno giurato “fedeltà e totale obbedienza”, Mojtaba Khamenei è considerato ancora più intransigente del padre. Questo si riflette in una profonda connessione con l’apparato repressivo e in una politica di scontro frontale con Israele, Washington e gli alleati occidentali.

La sua nomina incendia uno scenario già compromesso, dove la pioggia di droni e missili sull’area si intreccia alla minaccia esplicita di Israele di colpire i vertici del comando nemico, rendendo la stabilità regionale un obiettivo quasi irraggiungibile.
Molti aspetti di questa successione rimangono poco chiari al pubblico internazionale e persino all’interno dell’Iran. Resta da decifrare quanto Mojtaba abbia effettivamente pesato sulle grandi decisioni strategiche prima dell’investitura formale e quale sia stato il suo ruolo reale nella definitiva marginalizzazione delle fazioni moderate. 

Un nodo critico riguarda la legittimità religiosa e giuridica: il leader supremo dovrebbe possedere un’alta autorità religiosa, tipica di un ayatollah. Mojtaba, pur studiando nei seminari di Qom e detenendo il rango di hojjatoleslam, non gode di un riconoscimento universale come figura dottrinale dominante, sollevando dubbi sulla conformità della sua nomina ai canoni teologici ufficiali.

Nei prossimi mesi, la leadership di Mojtaba Khamenei potrebbe innescare una pericolosa doppia intensificazione della strategia di regime. Sul fronte interno, è prevedibile un inasprimento della repressione contro la dissidenza politica e la società civile, approfondendo la frattura tra l’élite clericale e una popolazione giovane e urbana sempre più alienata. Sul piano internazionale, la nuova Guida Suprema sembra intenzionata a spingere sull’acceleratore della conflittualità regionale, utilizzando i propri alleati nello Yemen e in Libano contro Israele e Stati Uniti in una strategia di scontro che non ammette compromessi.

Quanto si è definito nelle ultime ore non è un semplice avvicendamento, ma la scelta di un sistema che si rifugia nella continuità dinastica per sopravvivere alle proprie fragilità. Davanti a questa chiusura, la comunità internazionale è chiamata a bilanciare la fermezza diplomatica con il sostegno alle aspirazioni di una popolazione sempre più distante dai palazzi del potere. Il futuro di Teheran dipenderà dunque dalla capacità del mondo esterno di mantenere alta l’attenzione sui diritti umani, esercitando una pressione coordinata che impedisca al regime di scivolare in un isolamento ancor più pericoloso per la stabilità globale.

(*) Tratto da La Nuova Bussola Quotidiana


di Souad Sbai (*)