Ayatollah: una carica destinata all’estinzione

lunedì 2 marzo 2026


La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è dunque solamente un atto politico ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi.” Carl von Clausewitz (1780-1831), “Vom Kriege” (Della Guerra), 1832.

Basterebbe leggere il trattato, “Della Guerra”, per comprendere quanto questo non fenomeno sociologico, sia immutabile nel tempo, fisiologico e radicalmente strutturato nell’indole umana.

Così Donald Trump, come pronunciato il 19 febbraio, quando lanciò un ultimatum a Teheran di dieci/quindici giorni prima di fare uso della forza se non si fosse tracciata una prospettiva confacente alle vere richieste statunitensi, pagati i “pedaggi diplomatici”, e scorsi nemmeno i tempi minimi dell’ultimatum, è passato all’azione.

Infatti, i negoziati tra Stati Uniti ed Iran hanno fatto il loro tempo e la loro parte; un dialogo solo coreografico con la soluzione statunitense ufficiosamente già definita. Lo scenario ha visto da una parte i negoziatori di Washington che spingevano per il cambiamento del regime, e dall’altra gli omologhi di Teheran che, con un profondo senso di disperazione, hanno cercato di basare eventuali accordi solo sulla falsa questione della diluizione delle loro scorte di uranio arricchito, comunque lungi dall’essere adatto alla realizzazione di una bomba atomica. Nel mezzo i mediatori dell’Oman, non particolarmente noti per le loro abilità negoziatrici, ma che in questo teatro hanno giocato orgogliosamente il loro “ruolino”, ottenendo come effetto collaterale almeno una ulteriore pubblicità per il loro Paese. Comunque, i colloqui di Ginevra del 26 febbraio sono stati celebrati con lo spirito di un epitaffio, sotto la promessa statunitense di un intervento militare, fattore verificatosi sabato mattina.

Gli uomini del defunto lugubre Ayatollah, Alì Khamenei, hanno tentato di offrire qualsiasi cedimento pur di non rischiare la perdita del potere. Così Teheran dopo avere provato a circoscrivere le questioni da trattare solo al nucleare, si sono trovati a confrontarsi con Washington che da tempo intende affrontare soprattutto il tema della successione politica, ovvero il cambiamento di regime, operazione in atto. In questo contesto la questione dei missili balistici; ad oggi l’unica arma degna di considerazione in possesso all’esercito iraniano, anche questa in fase di definizione, ovvero di annichilimento. Israele ha annunciato la distruzione di buona parte del potenziale balistico iraniano.

Quindi i consueti non progressi di Ginevra di giovedì, dove si è assistito alla “performance” di Sayyid Badr Al-Busaidi, mediatore e Ministro degli Esteri dell’Oman, il quale si era espresso fiducioso sui risultati del negoziato. Solo poche ore dopo tale affermazione l’aviazione israeliana e statunitense ha iniziato a colpire punti cruciali a Teheran, Isfahan, Tabriz ed altri città e siti strategici del Paese, suggellando il fallimento dei negoziati svizzeri e precedenti compresa la mediazione dell’Oman.

Proprio Al-Busaidi sabato si è dichiarato sconvolto, affermando che i negoziati erano attivi e seri e “sono stati ancora una volta compromessi”. Ha esortato poi gli Stati Uniti a non lasciarsi coinvolgere ulteriormente in questa situazione; affermando che “non è la vostra guerra”. Probabilmente ha scoperto il suo vero ruolo rivestito nel quadro dei negoziati, ovvero funzionale all’azione.

Dimostrazione che tali passaggi diplomatici sono solo un pedaggio temporale pagato alla Storia e una immagine da spendere a livello politico per dare l’idea che tentativi pacificatori ci sono stati. Ma intorno ai preamboli dell’evento bellico non è circolata solo la questione strategico-militare, ma anche un tentacolare sistema di interessi che in questo caso ha visto Al-Busaidi favorire anche incontri dei mediatori statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner, non in veste di negoziatori, ma con quella originale di importanti imprenditori nel campo immobiliare, con facoltosi imprenditori dell’Oman.

Comunque, come accaduto in Libano nel settembre del 2024 quando il Mossad permise l’eliminazione dei vertici di Hezbollah tra cui il leader politico-militare del gruppo sciita, Hassan Nasrallah, così i servizi segreti israeliani, composti anche da agenti del Mossad di nazionalità iraniana, sono riusciti nella operazione chirurgica di eliminare il vertice della Repubblica islamica Khamenei, permettendo la  disintegrazione del compound dove alloggiava con alcuni parenti, il capo delle Guardie Rivoluzionarie, Mohammad Pakpour, e uno stretto consigliere della Guida Suprema, Ali Shamjani, più altre figure di peso del regime.

Gli eventuali aspiranti Ayatollah, Mohseni-Eje’i, Gholam-Hossein, Ali Asghar Hejazi e Hassan Khomeini, solo per citare i più segnalati, (attualmente ad interim riveste la carica di Guida suprema Alireza Arafi), probabilmente seguiranno la sorte del predecessore a tempo debito; la questione non è il nome ma la carica destinata all’estinzione, Ayatollah.

La conferma ufficiale della morte della Guida suprema è stata data ieri sera dai media iraniani, ma Benjamin Netanyahu e Donald Trump risulta fossero in possesso da ore della foto di Khamenei morto. Ulteriore conferma della presenza di agenti del Mossad e dei servizi segreti Usa tra le rovine dell’edificio dove era nascosto l’Ayatollah.

La fine di un regime da anni in agonia; ora si aspetta la deposizione delle armi da parte dei Pasdaran; un accordo con la diaspora iraniana e magari l’arrivo in Iran, se non già presente, del figlio dello Scià deposto nel 1979, Ciro Pahlavi.

L’obiettivo è l’istituzione di una democrazia secolare, molto più confacente al popolo iraniano, di una dittatura teocratica che da quarantasette anni massacra il Paese. 


di Fabio Marco Fabbri