venerdì 27 febbraio 2026
Nel corso di questi quattro anni di guerra su vasta scala contro l’Ucraina, la strategia del Cremlino ha assunto contorni sempre più chiari e inquietanti: di fronte alle difficoltà nel conseguire risultati decisivi sul campo di battaglia. Mosca ha intensificato una campagna sistematica contro le infrastrutture essenziali del Paese, con l’obiettivo di logorarne la capacità di resistenza e di minarne la vivibilità. La leadership guidata da Vladimir Putin avrebbe progressivamente spostato il baricentro della pressione militare verso il sistema energetico, logistico e civile ucraino, trasformando centrali elettriche, sottostazioni, reti idriche e snodi ferroviari in bersagli strategici. In questo quadro, città come Kyiv, Kharkiv, Odesa e Dnipro sono diventate non soltanto simboli della resilienza nazionale, ma anche punti nevralgici di una rete infrastrutturale costantemente sotto attacco.
La logica che sembra guidare questa strategia è quella del logoramento prolungato. Se l’avanzata territoriale incontra ostacoli e costi elevati, colpire l’elettricità e il riscaldamento durante i mesi invernali significa incidere direttamente sulla quotidianità di milioni di persone, mettendo alla prova la tenuta sociale ed economica del Paese. I blackout ripetuti non rappresentano solo un disagio temporaneo: paralizzano ospedali, scuole, sistemi di pompaggio dell’acqua, reti di comunicazione e impianti industriali. Ogni centrale danneggiata rallenta la produzione, ogni sottostazione distrutta complica la distribuzione dell’energia, ogni linea ferroviaria colpita ostacola il trasporto di merci, aiuti e rifornimenti militari. L’infrastruttura, in questo senso, diventa il campo di battaglia invisibile su cui si gioca una parte decisiva del conflitto. Il sistema ferroviario, storicamente centrale per la mobilità e l’economia ucraine, assume un valore ancora maggiore in tempo di guerra. Le linee che collegano il Paese ai partner europei rappresentano corridoi vitali per l’afflusso di sostegno economico e militare. Interromperle o danneggiarle significa tentare di isolare l’Ucraina, riducendo la fluidità dei collegamenti con l’Unione europea e complicando la logistica interna. Allo stesso modo, gli attacchi contro depositi di carburante e infrastrutture portuali mirano a comprimere la capacità di esportazione e a indebolire ulteriormente un’economia già messa a dura prova da anni di conflitto.
Un altro elemento cruciale di questa strategia riguarda la difesa aerea. Ogni ondata di missili e droni non ha soltanto lo scopo di infliggere danni materiali, ma anche di mettere sotto pressione le scorte di intercettori ucraini. Saturare i sistemi di difesa significa costringere le autorità di Kyiv a scelte difficili: proteggere un centro urbano densamente popolato o un impianto industriale strategico? Difendere un nodo ferroviario o una struttura militare? In questa dinamica, la guerra delle infrastrutture si intreccia con una guerra di risorse, in cui la capacità di sostituire rapidamente ciò che viene distrutto diventa tanto importante quanto la capacità di respingere l’attacco iniziale. Dal punto di vista politico, rendere l’Ucraina progressivamente meno vivibile potrebbe essere visto come un tentativo di piegare la volontà collettiva attraverso l’esasperazione e la stanchezza. Vivere tra allarmi aerei, interruzioni di corrente e incertezze continue genera un logoramento psicologico che si somma alle perdite umane e materiali. Tuttavia, l’esperienza di questi anni ha mostrato anche un’altra faccia della medaglia: la capacità della società ucraina di adattarsi, di organizzare reti di solidarietà, di ripristinare rapidamente i servizi essenziali e di continuare a funzionare nonostante le difficoltà. Tecnici e operai che lavorano giorno e notte per riparare linee elettriche danneggiate sono diventati parte integrante della resistenza nazionale, tanto quanto i soldati al fronte.
La comunità internazionale gioca un ruolo determinante in questo equilibrio fragile. Il sostegno in termini di sistemi di difesa aerea, generatori, trasformatori e fondi per la ricostruzione d’emergenza incide direttamente sulla capacità dell’Ucraina di neutralizzare o mitigare gli effetti della campagna contro le infrastrutture. Ogni nuova fornitura rafforza la resilienza del Paese; ogni ritardo o incertezza rischia di amplificare l’impatto degli attacchi. In questo contesto, la guerra assume una dimensione globale, in cui le decisioni prese lontano dalla linea del fronte influenzano concretamente la vita quotidiana di milioni di cittadini. Al termine del quarto anno di conflitto, appare evidente che la contesa non riguarda soltanto il controllo di territori, ma la sopravvivenza di uno Stato moderno nelle sue funzioni fondamentali. Rendere un Paese “invivibile” significa tentare di spezzarne la coesione interna, di minarne l’economia, di trasformare l’ordinaria amministrazione in un’impresa straordinaria. Eppure, proprio nella capacità di mantenere accese le luci, far circolare i treni e garantire acqua e riscaldamento si misura la determinazione di una nazione a restare in piedi. La guerra contro le infrastrutture è dunque una guerra contro la normalità stessa, ma finora l’Ucraina ha dimostrato che, anche sotto attacco costante, la normalità può essere difesa, ricostruita e riaffermata come atto di sovranità.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)