La prigione di Vladimir Putin: la “logica bellica”

giovedì 26 febbraio 2026


Quattro anni di guerra senza risultati adeguati né alla durata del conflitto, né al territorio occupato, ma certamente con una dimensione del dramma a livelli elevatissimi. Una guerra dove il capo del Cremlino fatica a mantenersi a galla in un pantano dove il logoramento è costante. Vladimir Putin a metà 2021 aveva fatalmente pubblicato sul sito ufficiale del Cremlino un saggio intitolato Sull’unità storica di russi e ucraini. Forse il titolo storicamente più esatto sarebbe il seguente: “Sullunità storica di ucraini e russi”, in quanto il Principato del Rusdi Kiev (IX secolo), antesignano territorio slavo-orientale, è precedente alla realtà sociale di Mosca (metà XII secolo circa); e per cause storiche, mongoli, Mosca ha raccolto l’eredità socio culturale del “Rus’ di Kiev”. Ma non indugiano sull’aspetto storico dove i Cosacchi hanno delineato la storia del popolo e del territorio oggi ucraino, il saggio di Putin reso noto sette mesi prima del 24 febbraio 2022, tracciava quella che sarebbe stata la sua “logica bellica”. In quella occasione furono delineati i tratti dell’operazione militare speciale, che sarebbe dovuta essere una rapida azione militare atta ad abbattere il governo ucraino e rafforzare agli occhi dell’Occidente l’influenza russa nei perimetri dell’ex Unione sovietica. Un Occidente considerato da Putin “aggressivo e decadente”. Ma tale obiettivo dopo quattro anni resta assolutamente non raggiunto, in quanto il presidente ucraino di allora Volodymyr Zelensky è ancora in carica, in più ha acquisito una notorietà mondiale, anche se non sotto tutti gli aspetti positiva, e l’Occidente è compatto, anche se a comparti variabili, nel sostenere Kiev.

Ora la propaganda russa sta sfoderando rimembranze storiche che cavalcano la linea della logica putiniana. Così i quattro anni della guerra russo-ucraina, contro quelli che lo Zar Putin considera i nazisti di Kiev, sono posti sulla stessa linea ideologica della grande guerra patriottica contro la Germania nazista, 1941-1945. Un riferimento ideologico-storico speso all’interno della Federazione russa per giustificare le ragioni di una guerra che sta seminando morti tra la popolazione russa e tra una variegata pluralità di miliziani, soldati nordcoreani, ceceni, e mercenari, precipitati nel vortice della “causa” di Putin. Un sistema che ha forgiato il complesso economico russo su un economia di guerra con effetti correlati sulla società, sui numerosissimi reduci affetti da Post traumatic stress disorder, sui rapporti internazionali e su una diffusa incertezza che ormai impregna la società e si diffonde a causa di un conflitto di cui non si scorge una ipotesi di fine.

Una “crociata” tra cristiani che con l’ingresso nel quinto anno di guerra vede ancora Putin evitare di parlare del perché la sua “operazione” non sia ancora completata e ormai basata sul logoramento. Una guerra costosa in vite umane e che ha definito nettamente i tratti di cosa significa “guerra globalizzata”, rispetto a “guerra globale”. In breve: che si verifica in un contesto di erosione dellautonomia; che si focalizza sulla politica dell’identità piuttosto che su obiettivi geopolitici; Che si combatte per il controllo della popolazione il cui effetto è l’inversione tra morti civili e militari; e che si combatte con milizie private rendendo spesso difficile stabilire i combattetti dai non combattenti. Intanto Putin continua a parlare di vittoria contro quello che definisce anche “regime fascista”, ma l’impegno occidentale è riuscito a fare fallire i piani del Fsb, erede del Kgb, servizi segreti che avevano garantito al presidente una rapida riuscita dell’operazione speciale.

Ora Putin è evidentemente impantanato, fuori dal contatto con una realtà che non prevede che l’Ucraina perda la guerra, forse non totalmente isolato a livello internazionale, ma con una economia che dopo la fisiologica “effervescenza” dovuta alla guerra, ora ha tendenze critiche; tanto è che i dati economici riferiscono una previsione di deficit di bilancio che supererà quasi il 4,5 per cento del Pil nel 2026. La sua attuale logica bellica, quindi anche un prosieguo della guerra, obbliga ad aumentare i finanziamenti per la difesa. Altre stime osservano che tra il 2025 e il 2027 c’è stato un aumento del 30 per cento delle spese militari, il che significa che questa voce assorbe almeno il 40 per cento delle spese totali. A questo si contrappone il crollo delle vendite degli idrocarburi – l’Inda sta facendo la sua parte avendo promesso a Donald Trump di non acquistare più petrolio dalla Russia – che era la fonte di introiti maggioritaria per il motore economico del Paese, oltre le innumerevoli sanzioni che con tutte le perplessità nell’applicarle certamente non agevolano l’economia russa.

Tuttavia, secondo l’agenzia russa dichiarata indipendente Levada, non governativa ma gestita dallo Stato, almeno l’80 per cento della popolazione russa approva le azioni di Putin. Un dato che va inserito nella propaganda del Cremlino, e trattato come qualsiasi altro sondaggio costruito in nazioni dove la libertà di espressione è nulla, e dove gli intervistati mentono per timore di essere denunciati. Va aggiunto che oggi l’esercito russo ha difficoltà nell’arruolamento di soldati senza agire tramite una politica di mobilitazione generale ispirata dalla “causa nazionale”, o tramite i noti artifici di ingaggio. Ora Putin ostentando sicurezza e controllo è aggrappato alla sua logica bellica che lo vede proiettarsi verso la ricerca di una vittoria dalle caratteristiche esistenziali, al fine di giustificare le sue ambizioni militari, ma soprattutto la sua “visione storica” dell’operazione militare. Come già scritto alcuni mesi fa, non escluderei che Putin valuti una via di fuga dal ginepraio in cui si sta muovendo tramite l’apertura di un nuovo fronte bellico nella regione, magari quello iraniano. Una via di fuga irrazionale, ma di razionale sullo scenario globale e sul fronte ucraino si fatica a vederne traccia.


di Fabio Marco Fabbri