martedì 24 febbraio 2026
Sono passati quattro anni da quando le colonne corazzate russe puntavano su Kyiv convinte di entrare in una capitale destinata a cadere in pochi giorni. Doveva essere una “guerra lampo”, l’ennesima dimostrazione di forza di una potenza che si raccontava invincibile. È diventata invece una guerra di logoramento, di gelo, di buio e di ostinazione, 1.461 giorni in cui l’Ucraina ha continuato a respirare sotto le bombe, a combattere quando la davano per spacciata, a esistere quando altri ne avevano già scritto l’epitaffio.
A Kyiv oggi il muro con le fotografie dei caduti non è soltanto un memoriale: è uno specchio in cui si riflette un intero popolo che ha pagato un prezzo altissimo per difendere la propria casa. Ogni volto racconta una storia interrotta, un padre che non tornerà, una figlia che non riabbraccerà la madre, un ragazzo che aveva vent’anni e un futuro davanti. Eppure, proprio in quella sequenza di immagini c’è anche la misura della resistenza ucraina: non la retorica astratta dell’eroismo, ma la concretezza di chi ha scelto di non arrendersi.
In queste settimane la capitale attende visite ufficiali come quella di Ursula von der Leyen e di Antonio Costa, mentre sul terreno si attende l’ennesima ondata di attacchi. È la contraddizione di questa guerra: la diplomazia prova a ritagliarsi uno spazio, ma il negoziato continua a farsi soprattutto con le armi. E tuttavia, anche su quel piano che sembrava dominio esclusivo di Mosca, la narrazione della superpotenza granitica si è incrinata. Quando i servizi ucraini hanno colpito l’impianto petrolifero di Kaleykino, nel Tatarstan, a oltre mille chilometri dal confine, dimostrando di poter raggiungere un nodo nevralgico dell’oleodotto Druzhba, l’immagine di una Russia impenetrabile ha subito un colpo simbolico e strategico. Per quasi 1.200 chilometri droni ucraini hanno volato beffando radar e difese, ricordando al Cremlino che nessuna profondità geografica garantisce l’immunità. Mosca ha minimizzato, parlando di detriti e incendi circoscritti, ma le immagini geolocalizzate raccontano un’altra verità: la macchina bellica russa non è infallibile, il suo territorio non è intoccabile. Anche sul fronte orientale, lungo la direttrice che passa per Oleksandrivka e si estende verso Dnipropetrovsk, Zaporizhzhia e Donetsk, le forze ucraine hanno rivendicato la riconquista di centinaia di chilometri quadrati e di diversi insediamenti.
Al di là delle difficoltà di verifica indipendente, diverse fonti locali parlano di un arretramento russo progressivo. È un dato che pesa non solo in termini militari, ma psicologici: la Russia che doveva travolgere l’Ucraina in pochi giorni si trova, al quinto anno di guerra, a difendere posizioni, a ricalibrare obiettivi, a spiegare ai propri cittadini perché la vittoria promessa non è arrivata. Nel frattempo, nelle città ucraine, il gelo non è solo quello dell’inverno ma quello delle case senza luce, dei quartieri con l’elettricità razionata, del riscaldamento che non parte. Eppure, la vita continua. Le scuole riaprono quando possibile, i medici operano sotto i generatori, i volontari distribuiscono cibo e coperte.
Questa normalità ostinata è forse la forma più alta di eroismo: non l’atto eclatante, ma la perseveranza quotidiana. Anche sul piano energetico, quando Ungheria e Slovacchia hanno accusato Kyiv di aver chiuso i rubinetti del petrolio russo e hanno minacciato di interrompere forniture elettriche vitali per l’Ucraina, si è vista la complessità di una guerra che non si combatte solo al fronte. Kyiv ha denunciato attacchi russi contro infrastrutture nell’Ucraina occidentale e ha risposto colpendo a sua volta. È una partita dura, in cui ogni mossa ha conseguenze che si riverberano ben oltre la linea del fuoco.
In questo scenario si inseriscono nuovi tentativi di colloquio, con un round annunciato per fine febbraio e mediato dagli Stati Uniti. Il capo dell’ufficio presidenziale ucraino, Kyrylo Budanov, ha parlato di una questione di protocollo che coinvolgerebbe più parti, lasciando intendere quanto fragile e complesso sia il percorso verso un cessate il fuoco. Il Cremlino non smentisce ma non conferma, mantiene l’ambiguità come strumento di pressione. L’unica certezza, ripetuta da molti osservatori, è che la guerra potrà dirsi conclusa davvero solo quando Volodymyr Zelenskyy e Vladimir Putin si incontreranno. Ma anche qui la retorica russa tradisce una volontà di delegittimazione: l’idea che Zelenskyy debba recarsi a Mosca per parlare, o che nuove elezioni possano cambiare l’interlocutore, suggerisce che l’obiettivo non sia solo territoriale ma politico, quasi esistenziale.
Eppure, dopo oltre dodici tentativi di attentato contro il presidente ucraino in quattro anni, Kyiv è ancora lì, con il suo governo, le sue istituzioni, la sua bandiera. La Russia che si presentava come una superpotenza capace di riscrivere le mappe d’Europa in poche settimane ha dovuto fare i conti con la determinazione di un popolo che non ha accettato di essere pedina. Ha mostrato crepe logistiche, difficoltà operative, limiti tecnologici che l’hanno costretta a rivedere più volte piani e obiettivi. L’Ucraina, al contrario, pur con risorse inferiori, ha dimostrato adattabilità, creatività militare, coesione sociale. Non è un conflitto romantico: è sporco, doloroso, pieno di lutti. Ma dentro questa sofferenza c’è una verità che interroga anche noi europei: la libertà, quando è minacciata, non è un concetto astratto ma una scelta concreta che si rinnova ogni giorno, spesso a costo della vita.
Guardando le fotografie sul muro di Kyiv, si comprende che la parola “eroismo” non è un’esagerazione retorica ma una descrizione imperfetta di una realtà fatta di volti e nomi. E si comprende anche che la Russia, pur dotata di arsenali imponenti e di una macchina propagandistica potente, non è l’entità invincibile che voleva apparire. Se dopo quattro anni non ha piegato l’Ucraina, è perché la forza di un Paese non si misura solo in carri armati o in chilometri di oleodotti, ma nella volontà dei suoi cittadini di restare in piedi.
In questo inizio di quinto anno, mentre le sirene possono tornare a suonare e i negoziati restano incerti, l’immagine che resta è quella di un popolo che, pur stremato, continua a scegliere la propria sovranità. È un’immagine che chiede empatia, non pietà; rispetto, non compassione. Perché la storia di questa “guerra lampo” diventata guerra lunga è soprattutto la storia di una resistenza che ha smentito un mito di potenza e ha ricordato al mondo che anche contro un gigante si può resistere, se si difende la propria casa.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)