Russia-Kenya: gli africani sul fronte russo

martedì 24 febbraio 2026


La strategia russa sin dall’inizio della “operazione militare speciale” in Ucraina, che sarebbe dovuta durare pochi mesi, ha fatto utilizzo forzatamente, ingannevolmente o volontariamente, di risorse umane non russe. Gli spazi di azione in questo contesto hanno abbracciato mercenari organizzati come i Wagner, miliziani volontari, soldati ceceni e nordcoreani, ma anche personale, definirlo combattente è improprio, arruolato in vari Paesi africani. L’ultima concreta testimonianza della presenza sulla linea del fronte russo-ucraino di soldati di colore è stata rappresentata da Kiev a fine novembre 2025, quando l’esercito ucraino ha identificato, in vario modo, quasi 1.500 africani, tra individuati visivamente, catturati e cadaveri, tutti abbigliati con divise militari dell’esercito russo. Fu accertato che questi improvvisati combattenti provenivano da oltre 30 Paesi africani; inoltre in quelle settimane il variegato esercito russo stava subendo pesanti perdite sul territorio ucraino.

La questione ha sollevato proteste da parte di molte famiglie di giovani africani partiti per la Russia, soprattutto in Kenya, dove a fine settimana scorsa il Parlamento di Nairobi ha presentato un rapporto su circa 1.000 keniani scomparsi nel labirinto del fronte russo. In questo quadro da alcune settimane vari organi di stampa, anche locali, hanno evidenziato le modalità con cui centinaia di giovani kenioti, provvisti solo di istintive capacità di rissa, quindi lontani dalla necessaria professionalità militare fondamentale per prolungare al massimo la sopravvivenza, sono stati attratti in Russia con promesse non limpide. Una volta giunti nelle varie destinazioni sul territorio russo sono stati costretti a firmare un contratto con l’esercito di Mosca e rapidamente spediti al fronte in Ucraina, dove il destino fatalmente li attendeva. Il Parlamento keniano, anche a dicembre, aveva dichiarato che i connazionali partiti per la Russia non superavano i 200, ma da un recentissimo rapporto elaborato da un deputato con il supporto dei servizi segreti e della Direzione delle indagini criminali keniota, risulta che il numero dei keniani “reclutati per combattere nella guerra russo-ucraina”, supera abbondantemente i 1.000.

Il politico keniota che sta sollevando questa articolata questione è Anthony Kĩmani Ichũng’wah, del partito Alleanza democratica unita, il quale oltre a evidenziare una problematica sociale che sta coinvolgendo le famiglie dei kenioti spediti in Russia, ha aperto anche un altro filone di indagine che concerne il ruolo delle agenzie che si occupano di tale mercato. Gli organismi coinvolti sono sia pubblici che privati, e il comune denominatore di questa dinamica interessa corruzione e collusione a carico degli attori di tale mercato di esseri umani. Va aggiunto l’aspetto cinico dell’operazione che ovviamente conduce questi sprovveduti al fronte dove si trasformano in carne da cannone. In questo contesto è entrata in gioco anche l’ambasciata russa a Nairobi che chiaramente riveste il ruolo di “fabbricatore di documenti” per un legale ingresso dei keniani in Russia.

Sempre secondo questo rapporto, i kenioti di cui non si ha più traccia sono oltre 40, alcune decine ricoverati in pseudo ospedali, il resto viene comunicato essere presenti al fronte. Ma tali dati sono tendenzialmente inattendibili come quelli che riguardano tutto lo scenario del fronte di battaglia. I media keniani hanno dato ampio spazio a tale notizia, definendola “uno scandalo”, e attribuendo a Mosca gravi responsabilità su tutta la questione; tuttavia giovedì scorso 19 febbraio, il portavoce dell’ambasciata russa a Nairobi ha negato che sia stato fatto un arruolamento illegale di cittadini kenioti, negando anche la presenza di combattenti africani nel suo esercito. L’ambasciata russa ha altresì chiarito che la legislazione russa non impedisce ai cittadini stranieri di arruolarsi volontariamente nelle forze armate della Federazione russa, soprattutto se il loro impegno è quello di combattere insieme ai militari russi, contro gli ucraini nazisti sostenuti dalla Nato.

In pratica, la paga per questi “mercenari africani a termine” risulta essere di circa 2.700 dollari mensili, più un incentivo di circa 9.000 dollari; il profilo è quello di disoccupati, ex soldati, ma anche soggetti emarginati, con età che va dai 20 fino alla cinquantina. Molti partono con la promessa di fare la sorveglianza nei supermercati o per agenzia russe; altri per fare le pulizie o lavori da operaio. È nota la creatività dei vertici militari russi nel arruolare personale per il fronte; in questi quattro anni hanno attinto agli ergastolani ai quali veniva promessa la libertà se attivi al fronte per un tempo stabilito da contratto, sempre con l’incognita del tempo di sopravvivenza. Altri carcerati godevano di uno sconto della pena proporzionato, contrattualmente, alla loro presenza al fronte, salvo morte anticipata. Quindi, i Wagner hanno avuto un ruolo determinante sotto vari aspetti: da quello di combattenti a quello di procacciatori di mercenari. I ceceni hanno dato la loro parte di nota ferocia poi spentasi, nel tempo, tra le anguste trincee. Infine, i notoriamente impreparati soldati nord coreani, almeno 20-30mila, impantanati in una guerra che combattono solo per volere del loro padrone Kim Jong-un. Inoltre sono presenti al fronte anche gruppi di mercenari provenienti da paesi euroasiatici ma anche dall’Europa. Gli africani, forse qualche migliaio, spesi sul fronte dal 2023, sono solo un altro macabro aspetto di una guerra della quale non si scorge il termine. O meglio, non si vuole che finisca anche a causa della strutturata economia di guerra diventata ormai l’economia dominante, soprattutto per la Russia.


di Fabio Marco Fabbri