venerdì 20 febbraio 2026
L’Argentina vuole “modernizzare” il lavoro. La riforma voluta dal governo di Javier Milei – e osteggiata dai sindacati – ha incassato il primo, necessario “sì” nella votazione alla Camera dei deputati. Destinazione: Senato. La Camera bassa del Parlamento ha approvato il progetto di modernizzazione promosso dall’Esecutivo, ora che è stato soppresso un articolo relativo ai congedi medici. E proprio le unioni sindacali, che vengono decisamente ridimensionate – e de-finanziate – dalla riforma hanno paralizzato il Paese per protesta, mentre il capo di Stato si trovava alla riunione inaugurale del Board of Peace voluto da Donald Trump. Tornado al provvedimento, il testo è stato approvato con 135 voti favorevoli, 115 contrari e nessuna astensione, numeri che certificano una maggioranza costruita grazie al sostegno degli alleati tradizionali e di diversi rappresentanti delle province. Un risultato politicamente rilevante per la maggioranza, che punta a trasformare il disegno di legge in norma entro la prossima settimana.
L’obiettivo è chiaro: consegnare al presidente un successo legislativo di peso prima del discorso di apertura delle sessioni ordinarie del Parlamento, fissato per il 1° marzo. Al termine della votazione generale, la Presidenza argentina ha salutato con favore l’esito del voto, parlando apertamente di svolta per il sistema produttivo nazionale. “L’approvazione di questa legge significa la creazione di occupazione formale, meno informalità, standard di lavoro adeguati al XXI secolo, meno burocrazia, maggiore dinamismo nei rapporti di lavoro e, soprattutto, la fine dell’industria dei contenziosi”, ha dichiarato l’Esecutivo in un comunicato stampa pubblicato sui social. Nel dettaglio, la Casa Rosada evidenzia come la riforma punti a rimuovere le distorsioni che negli ultimi anni hanno frenato la crescita delle Piccole e medie imprese. Il testo prevede incentivi alla formalizzazione del lavoro, procedure di registrazione digitalizzate e semplificate, una revisione delle licenze e delle pratiche amministrative, oltre a un riordino delle responsabilità tra le parti. Secondo la comunicazione ufficiale, il nuovo impianto normativo dovrebbe stabilire regole più chiare sia per i datori di lavoro sia per i lavoratori, con l’intento di ridurre il contenzioso e favorire maggiore certezza giuridica nei rapporti contrattuali.

Nel merito, la riforma interviene su un impianto normativo in vigore dal 1974 e ne ridisegna gli equilibri. Viene introdotta la possibilità di estendere l’orario giornaliero fino a 12 ore attraverso un sistema di banca ore che consente di compensare lo straordinario con riposi o riduzioni di orario. Il datore di lavoro potrà inoltre frazionare le ferie in periodi di almeno sette giorni, garantendo comunque una parte nella stagione estiva ogni due anni. Si amplia il periodo di prova in diversi regimi speciali, tra cui quello dei lavoratori rurali e dei collaboratori domestici, mentre per il lavoro tramite piattaforme digitali si configura un regime specifico che qualifica il lavoratore come autonomo, talvolta senza diritto a ferie retribuite o tredicesima.
Il provvedimento istituisce anche un fondo di assistenza al lavoro alternativo alle tradizionali indennità di licenziamento, finanziato attraverso il sistema di sicurezza sociale, e prevede la possibilità di derogare a diversi statuti professionali, compreso quello del giornalista. Nelle ultime ore, tuttavia, l’esecutivo ha accettato di ritirare la norma che avrebbe consentito di corrispondere tra il 50 e il 75 per cento del salario in caso di assenza per malattia o infortunio non professionale, modifica che impone ora un nuovo passaggio parlamentare al Senato per la sanzione definitiva. Ma soprattutto, la riforma interviene sulla capacità d’azione delle organizzazioni sindacali, limitando gli scioperi nei settori considerati “essenziali”, introducendo sanzioni per i blocchi stradali e riducendo finanziamenti e contributi obbligatori che alimentavano le casse delle sigle. Viene inoltre privilegiata la contrattazione aziendale rispetto a quella nazionale di settore, con un evidente ridimensionamento del peso delle centrali sindacali.
Non sorprende, dunque, la reazione durissima delle associazioni. Mentre l’Aula era impegnata nel voto, all’esterno del Congresso il clima si è fatto incandescente. Nel contesto dello sciopero generale, Buenos Aires è apparsa blindata da un imponente dispositivo di sicurezza. Secondo i media locali, almeno 10 persone sono state arrestate durante gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Le prime tensioni si sono registrate ieri nelle prime ore del mattino, lungo alcuni dei principali accessi autostradali alla capitale. Le forze di polizia hanno fatto ricorso a gas lacrimogeni e spray urticanti per garantire la libera circolazione dei veicoli privati e impedire l’avanzata dei cortei diretti verso Plaza del Congreso, dove era stata convocata una manifestazione in concomitanza con il dibattito parlamentare. Il Ministero della Sicurezza ha confermato l’applicazione del cosiddetto “protocollo antipicchetti”, predisponendo un dispiegamento straordinario che ha coinvolto Polizia federale, Polizia aeroportuale, Polizia penitenziaria, prefettura e Gendarmeria. Ulteriori scontri si erano già verificati nella notte precedente davanti al palazzo del Congresso, durante una mobilitazione promossa da sindacati e organizzazioni di sinistra contro la riforma del lavoro. Le forze dell’ordine sono intervenute con camion idranti e gas lacrimogeni per respingere un gruppo di incappucciati che aveva tentato di forzare le transenne attorno al Parlamento, quando la parte principale del corteo si era ormai dispersa.
di Zaccaria Trevi