venerdì 6 febbraio 2026
L’ombra di un massacro sventato nel cuore dell’Europa torna a riaccendere i riflettori sulla vulnerabilità delle frontiere interne e sull’efficacia delle reti di cooperazione extracomunitarie. In un contesto in cui, avvertono Europol e diversi centri di ricerca internazionali, l’allarme terrorismo jihadista è tornato al centro dell’agenda della sicurezza europea, alimentato dalla riorganizzazione diffusa dello Stato Islamico, dalla radicalizzazione online e dall’instabilità di Sahel e Medio Oriente, il recente arresto di un sospetto terrorista in Austria ha dimostrato che il successo della prevenzione dipende sempre più dal “fattore Rabat”. È stata infatti la Dgst (Direction Générale de la Surveillance du Territoire) del Marocco a fornire il supporto decisivo che ha permesso di neutralizzare la minaccia prima che passasse all’azione.
Le indagini, descritte come decisive dal Ministero dell’Interno austriaco, hanno portato al sequestro di materiale propagandistico dell’Isis e di video in cui l’indagato giurava fedeltà allo Stato Islamico. Un quadro probatorio che ha spinto i vertici della sicurezza di Vienna, dal segretario di Stato Jörg Leichtfried al direttore generale della pubblica sicurezza Franz Ruf, a lodare pubblicamente la tempestività dell’intelligence marocchina.
Un attivismo che riflette la “diplomazia della sicurezza” di Abdellatif Hammouchi, capo dell’intelligence interna e della sicurezza nazionale marocchina e interlocutore chiave per le capitali europee. Invitato ufficialmente a Berlino, Hammouchi ha recentemente affrontato dossier critici che vanno dai foreign fighters alla protezione di siti sensibili. La Germania, del resto, conosce bene l’affidabilità informativa di Rabat, da quando nel 2016 i servizi marocchini avvertirono per due volte l’intelligence federale tedesca sulla pericolosità di Anis Amri prima dell’attentato a un mercatino di Natale di Berlino. Un monito rimasto inascoltato ha elevato il Marocco a partner imprescindibile.
In questa struttura spicca il Bureau central d’investigation judiciaire (Bcij), braccio operativo capace di neutralizzare cellule transfrontaliere, come dimostrato nel 2023 dall’operazione congiunta con la Spagna che ha portato allo smantellamento di una cellula legata allo Stato Islamico attiva tra Nord Africa ed Europa. Un dinamismo che ha spinto l’Unione Europea a negoziare accordi per lo scambio di dati tra Europol e Rabat nel 2018, riconoscendo nel Marocco un pilastro per la stabilità del Maghreb e dello scacchiere occidentale.
L’efficacia del modello marocchino poggia su alcuni elementi chiave, primo tra tutti la centralizzazione strategica, in cui la sinergia tra i servizi di intelligence interna (Dgst, Dgsn e Bcij) annulla le rivalità tra agenzie e le paralisi burocratiche tipiche dei sistemi europei, spesso più frammentati. Al contempo, Rabat mantiene un vantaggio competitivo nell’intelligence umana (HumInt): laddove molti Paesi europei investono soprattutto nell’intelligence tecnologica, basata sull’analisi delle comunicazioni e dei dati digitali, il Marocco eccelle nella raccolta di informazioni tramite fonti dirette, informatori e una presenza capillare nelle diaspore. Questa capacità permette di mappare le radicalizzazioni “soft” prima che si trasformino in minaccia operativa.
Un terzo elemento è rappresentato dalla posizione strategica del Marocco, snodo geografico tra Europa e Sahel. Questa collocazione consente ai servizi di Rabat di intercettare precocemente flussi di foreign fighters, reti criminali ibride e movimenti migratori utilizzati come canali logistici da organizzazioni jihadiste, trasformando il Paese in un nodo informativo fondamentale per la sicurezza del Mediterraneo e, di riflesso, dell’Europa.
L’approccio è marcatamente preventivo. Forte dell’esperienza maturata dopo gli attentati di Casablanca del 2003, il Regno si muove con margini di manovra spesso più ampi rispetto ai sistemi europei, vincolati da procedure giudiziarie e garanzie costituzionali più stringenti. Questa capacità, unita alla cooperazione consolidata con gli Stati Uniti e rafforzata con Israele dopo gli Accordi di Abramo, ha progressivamente trasformato l’intelligence in una delle principali leve geopolitiche di Rabat, consolidando il suo peso sui dossier internazionali più sensibili.
In questo contesto si inserisce un asse Roma-Rabat costante e discreto. Per il Viminale e i nostri apparati di sicurezza, il Marocco è uno dei principali filtri per la stabilità del Mediterraneo centrale. Una cooperazione che riguarda anche il monitoraggio della rotta migratoria e la gestione dei rimpatri dei soggetti radicalizzati. Il sistema italiano, storicamente solido nella prevenzione, trova nel Marocco un alleato capace di intercettare i segnali di rischio prima che valichino il confine nazionale. Gli incontri bilaterali tra i vertici dei servizi italiani e marocchini sono frequenti e mirati, consolidando un’intesa che va oltre i protocolli formali per tradursi in scambio informativo e analisi di scenario in tempo reale, a presidio dell’ultima linea di difesa tra il Mediterraneo e l’Europa.
(*) Tratto da La Nuova Bussola Quotidiana
di Martina Margaglio (*)