lunedì 19 ottobre 2026
Negli anni Settanta eravamo giovani, entusiasti e, bisogna riconoscerlo, anche piuttosto ingenui. Scendevamo in piazza gridando: “Viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tse-tung!”, oppure “Fedayn, Tupamaros, Vietcong!”, grosso modo come fanno, con slogan analoghi, molti giovani di oggi. Partecipavamo a riunioni nelle quali campeggiavano i ritratti di Stalin e Mao, senza che la loro presenza suscitasse particolare imbarazzo. Non eravamo necessariamente leninisti, stalinisti o maoisti: semplicemente, quei volti appartenevano al paesaggio culturale nel quale eravamo cresciuti.
Delle vittime delle politiche dei due dittatori sapevamo poco o nulla. Non perché mancassero completamente le informazioni: già allora esistevano opere che documentavano le repressioni staliniane e le catastrofi provocate dal maoismo, ma quelle conoscenze penetravano con difficoltà nella cultura politica della nostra generazione.
Anche molti manuali scolastici, pur pregevoli sotto altri aspetti, dedicavano ai crimini dello stalinismo uno spazio sorprendentemente modesto, talvolta presentandoli come semplici eccessi o deviazioni di un’esperienza storica che conservava, nel giudizio complessivo, una sua presunta grandezza. Era il riflesso di un clima culturale nel quale perfino i crimini più spaventosi potevano essere ridimensionati, quando erano stati commessi dalla parte considerata giusta della storia.
Vivevamo, insomma, dentro una bolla culturale. Una bolla che non impediva necessariamente di studiare, ragionare e dissentire, ma che delimitava preventivamente il campo delle opinioni considerate rispettabili, progressiste e moralmente accettabili.
A distanza di mezzo secolo, osservando alcune manifestazioni studentesche contro il riarmo europeo, viene spontaneo domandarsi quanto di quella cultura sia sopravvissuto. E soprattutto viene da chiedersi se la bolla di oggi non presenti caratteristiche, e conseguenze, persino più inquietanti di quella di allora.
Negli anni Settanta manifestavamo contro la guerra del Vietnam. Gli Stati Uniti avevano impegnato il proprio esercito in un conflitto devastante, lontanissimo dai loro confini. Chiedevamo che ritirassero le truppe e ponessero fine al loro intervento, e le forze politiche che si definivano “progressiste” auspicavano apertamente la vittoria militare dei comunisti vietnamiti.
Non tutto era così semplice, naturalmente. Il ritiro americano avrebbe lasciato il Vietnam del Sud esposto alla conquista da parte del Nord, come effettivamente accadde nel 1975, e la vittoria comunista non avrebbe portato quella libertà che molti manifestanti occidentali immaginavano. Ma il quadro politico era sufficientemente chiaro: si contestava l’intervento militare di una grande potenza in un paese straniero.
Oggi la situazione è radicalmente diversa. Da oltre quattro anni e mezzo, nel cuore dell’Europa, uno Stato sovrano e democratico è sottoposto all’aggressione militare della Russia di Vladimir Putin. Le città ucraine vengono bombardate, le infrastrutture civili distrutte, milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni e molte migliaia massacrate e torturate. Le stragi di Bucha e di altre località occupate hanno mostrato al mondo la brutalità sanguinaria degli aggressori russi.
Non si tratta di una tragedia lontana, della quale arrivino notizie frammentarie e difficilmente verificabili. È una guerra che si sta svolgendo in un paese europeo occupato da una dittatura criminale vicino a casa nostra e che entra quotidianamente nelle nostre case attraverso le immagini televisive, i giornali, le testimonianze e i filmati diffusi in rete.
Eppure, mentre un paese europeo combatte per non essere sottomesso a una potenza sanguinaria, nelle piazze italiane e di altri paesi europei si continua a gridare “Soldi alla scuola, non alla guerra”, “Noi la guerra non la paghiamo”, “La scuola non si arruola”.
Sono slogan che, presi isolatamente, possono apparire ragionevoli. Chi non desidererebbe più scuole, più ospedali, meno guerre? Ma uno slogan non vive nel vuoto: assume un significato politico nella situazione concreta in cui viene pronunciato. E oggi la questione non è scegliere astrattamente fra i libri e i cannoni: è stabilire se l’Europa debba disporre dei mezzi necessari per difendersi e per sostenere un paese che resiste a un’invasione che continua a massacrare deliberatamente i civili.
Il problema non consiste dunque nel desiderio di pace, che è largamente condivisibile, ma nell’assenza di una risposta alla domanda decisiva: come si impedisce a un aggressore criminale militarmente superiore di imporre con la forza la propria volontà, se si rifiutano gli strumenti necessari a contrastarlo?
Qui si manifesta il paradosso storico che potrebbe avere in futuro conseguenze persino più tragiche di quelle attuali. Nei cortei degli anni Settanta si celebravano i Vietcong, i fedayn palestinesi e i Tupamaros uruguaiani. In realtà non se ne sapeva molto, ma la lotta armata dei popoli che erano considerati oppressi non soltanto veniva solo giustificata, ma anche esaltata. Oggi una parte della cultura politica erede di quella tradizione contesta gli aiuti militari all’Ucraina, cioè proprio gli strumenti che consentono a un popolo aggredito di continuare a resistere. Sembra quasi che il diritto alla resistenza armata cambi natura secondo l’identità dell’aggressore e dell’aggredito.
E qui affiora una continuità culturale che meriterebbe di essere studiata attentamente: la tendenza a interpretare i conflitti internazionali attraverso uno schema nel quale l’Occidente, gli Stati Uniti, la Nato e Israele occupano quasi automaticamente il posto dei responsabili principali. Uno schema che, quando diventa impermeabile ai fatti, rischia di sopravvivere persino alla scomparsa delle condizioni storiche che lo avevano generato.
La differenza più inquietante, tuttavia, riguarda proprio l’informazione. Noi avevamo a disposizione i giornali, i telegiornali, i libri che riuscivamo a procurarci e le discussioni nei gruppi politici. I giovani di oggi hanno accesso a una quantità di informazioni che nessuna generazione precedente avrebbe potuto immaginare.
Ma la disponibilità dell’informazione non coincide necessariamente con la conoscenza. I social network consentono di selezionare le notizie e di ripetere indefinitamente le medesime interpretazioni fino trasformare il consenso in una conferma apparente della loro verità. E la bolla culturale può così diventare più vasta, più penetrante e, paradossalmente, più difficile da riconoscere.
Il problema non è che i giovani non possano vedere ciò che accade in Ucraina: è che possono vedere quelle immagini e continuare a interpretarle attraverso categorie ideologiche che attribuiscono un’importanza secondaria all’identità dell’aggressore.
La scuola e l’università sono inevitabilmente luoghi nei quali si formano queste rappresentazioni, ma oggi è legittimo chiedersi se in questi luoghi destinati alla formazione dei cittadini di domani alcune interpretazioni della politica internazionale siano diventate tanto abituali da non essere più sottoposte a un autentico confronto critico.
di Gustavo Micheletti