L’Occidente a confronto con due Islam

giovedì 15 ottobre 2026


Zineb Riboua, una ricercatrice marocchino-americana, ha sviluppato un’analisi originale nel suo recente saggio pubblicato su City Journal, intitolato The West Faces Two Islams  (L’Occidente di fronte ai due Islam). L’autrice distingue tra un Islam presente in Occidente, permeato dal terzomondismo e incentrato sulla questione israelo-palestinese, e un Islam diffuso nei Paesi musulmani del Medio Oriente, del Nord Africa e dell’Asia. In queste regioni, ampie fasce della popolazione hanno ormai abbracciato la modernizzazione, guardano con entusiasmo alle nuove tecnologie e puntano a instaurare con l’Occidente relazioni nuove, libere dai condizionamenti del passato coloniale.

La linea di frattura, dunque, si sarebbe spostata sul suolo dei Paesi occidentali, dove l’Occidente si trova oggi a fare i conti con un nuovo Islam autoctono, intriso di risentimento anticoloniale e plasmato dalla causa palestinese.

La lettura di Riboua trova conferma nell’orientamento di numerosi Paesi musulmani, tra cui gli Emirati Arabi Uniti, che hanno scelto di investire nella modernizzazione e di rafforzare la cooperazione internazionale. L’ostilità islamica nei confronti dell’Occidente, osserva l’autrice, non si manifesta più nella politica estera dei Paesi musulmani, bensì attraverso le divisioni che attraversano le stesse società occidentali: nelle manifestazioni di protesta contro il colonialismo, il razzismo e Israele.

Le osservazioni della ricercatrice sono fondate, ma non confutano la teoria dello “scontro di civiltà” di Samuel Huntington: riflettono semplicemente un cambiamento di strategia, adeguato alle trasformazioni demografiche prodotte dalla massiccia immigrazione musulmana in Occidente. I finanziamenti del Qatar e di altri Stati produttori di petrolio hanno trasferito la tradizionale ostilità nei confronti della civiltà giudaico-cristiana dai confini nazionali al cuore stesso di questi Paesi. A questa novità si aggiunge il ricorso al terrorismo indiscriminato, una pratica di cui l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) si fece promotrice già negli anni Sessanta.

Le denunce dell’imperialismo, del colonialismo e del razzismo, inoltre, prendono di mira esclusivamente l’Occidente e mai i Paesi musulmani, tutti islamizzati attraverso conquiste condotte in nome del jihad e, successivamente, caratterizzati da un sistema di discriminazione istituzionalizzata nei confronti delle popolazioni autoctone non musulmane, note come dhimmi, cui era riconosciuto uno status giuridico subordinato e una condizione di cittadini di seconda classe.

È opportuno ricordare che con il termine dhimmitudine si indica il sistema giuridico-religioso islamico che disciplinava la condizione delle popolazioni non musulmane sconfitte nelle guerre di conquista condotte in nome del jihad. Tale sistema affonda dunque le proprie radici nell’ideologia del jihad e nelle norme giuridiche di carattere militare e viene qui indicato come uno dei principali strumenti di sottomissione e islamizzazione delle popolazioni autoctone, attraverso deportazioni di massa, riduzione in schiavitù, rapimento di donne e bambini, imposizione della jizya (il tributo obbligatorio richiesto ai non musulmani in cambio della protezione) e conversioni all’Islam.

Dall’VIII al XII secolo, la giurisdizione musulmana si estese, parallelamente all’espansione militare dell’Islam, su territori cristiani quali la Spagna, parte dell’Italia meridionale, la Sicilia, il Levante, l’Iraq (l’antica Mesopotamia, abitata in larga misura da ebrei e cristiani), l’Asia Minore e altre regioni dell’Impero bizantino. In questi territori, per reprimere le popolazioni autoctone non musulmane, venne applicato un sistema che combinava i testi sacri islamici, la legge della sharia e le disposizioni antiebraiche elaborate in ambito cristiano tra il V e il VI secolo: la dhimmitudine.

Un comune sentimento antiebraico portò talvolta cristiani e musulmani ad allearsi nella persecuzione degli ebrei nei Paesi musulmani, soprattutto nella terra storica degli ebrei, islamizzata prima della nascita dello Stato di Israele in epoca moderna. Questa ostilità persistente, spesso alimentata dal clero, tanto dalla Chiesa cattolica quanto dalle Chiese orientali, si intensificò nel XIX secolo contro le Chiese evangeliche protestanti favorevoli agli ebrei. All’inizio del XX secolo, l’alleanza islamico-cristiana contro gli ebrei, ricorrente nel contesto della dhimmitudine, assunse una dimensione globale, indirizzandosi contro il sionismo.

Negli ultimi decenni, l’Europa è diventata il nuovo continente della dhimmitudine, importando al proprio interno l’odio antiebraico, sfrenato, trionfalistico ed esultante, tipico del mondo tradizionalmente segnato da tale sistema. Nel XX secolo, questa tendenza raggiunse il suo apice con la Shoah in Europa.

L’attuale ondata di antisemitismo sarebbe stata programmata e pianificata attraverso una campagna promossa dall’Organizzazione Mondiale Islamica per l’Educazione, le Scienze e la Cultura (ICESCO), una delle principali istituzioni dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OCI), una sorta di califfato globale che rappresenterebbe 56 Paesi musulmani. Il piano sarebbe stato delineato nel corso di una serie di conferenze tenute in Marocco nel 1993 e in Giordania nel 2004, nell’ambito del Dialogo islamico-cristiano. In tale contesto, il giordano Abdallah Kanaan avrebbe illustrato una strategia articolata per infiltrare le politiche islamiche in tutti i settori culturali e mediatici occidentali, facendo leva sulla causa palestinese. Una strategia che, secondo l’autore, corrisponderebbe perfettamente al programma di attività elaborato dalla “Alleanza delle Civiltà”. 

Oggi, l’ondata antisraeliana che attraversa l’Europa, con il pieno sostegno dei governi, sta diffondendo in tutto il continente le pratiche della dhimmitudine. Quanto prima gli europei prenderanno familiarità con questo sistema di civiltà, che per tredici secoli ha caratterizzato ampie aree dell’Europa, dell’Asia e dell’Africa, tanto meglio potranno comprendere le insidie e le minacce del presente.

Il colonialismo europeo, inoltre, potrebbe aver rappresentato, in alcuni casi, la riconquista di territori un tempo cristiani, precedentemente colonizzati dall’Islam, come il Nord Africa e il Levante. Il concetto di dar al-harb (“dimora della guerra”), che designa i territori ancora da conquistare all’Islam e considerati il regno del male assoluto, dove vige l’ingiustizia delle leggi degli infedeli, è tuttora presente e operante nella teologia islamica. È questo concetto che oggi spinge alcuni immigrati musulmani in Occidente a rifiutare l’integrazione in società che non applicano la sharia. In altre parole, lo scontro di civiltà persiste, ma si manifesta ormai all’interno delle stesse società occidentali, la cui omogeneità è stata alterata dai cambiamenti demografici e che ospitano un gran numero di immigrati musulmani intenzionati a imporre le proprie leggi.

La situazione attuale richiama le tradizionali ondate di conquista jihadista dei territori abitati da cristiani, ebrei e altre popolazioni non musulmane. Per secoli, gli storici greci, serbi e slavi hanno raccontato con amarezza le vicende dei traditori interni (esponenti militari, aristocratici decaduti e principi della Chiesa) che stringevano accordi con i conquistatori musulmani, consegnando loro cittadelle e città.

L’attivismo radicale che caratterizza oggi la diaspora musulmana nelle società occidentali e il suo rifiuto dell’integrazione, menzionati da Riboua, deriverebbero da direttive impartite dall’Organizzazione della Cooperazione Islamica. Questo attivismo radicale non costituisce una novità storica. Storicamente, l’espansione del dominio islamico prendeva avvio dall’occupazione militare di un territorio da parte di un contingente musulmano relativamente esiguo, in regioni abitate in larga maggioranza da cristiani e, in misura minore, da ebrei. La dhimmitudine documenta il regime di subordinazione giuridica e religiosa imposto alle popolazioni non musulmane nei territori conquistati e assoggettati al dominio islamico.

Oggi, il jihad si concentra soprattutto lungo i confini di Israele, dove le organizzazioni terroristiche islamiste hanno realizzato estese reti di tunnel, assimilabili a una versione sotterranea dei ribāṭ islamici: fortezze militari che, per tredici secoli, hanno terrorizzato i Paesi cristiani.

In Occidente, il jihad si articola su più livelli: il terrorismo indiscriminato; la censura della “blasfemia”; la ridefinizione delle norme sociali e dell’ordinamento giuridico; il ricorso alle urne; l’appropriazione di concetti occidentali per rivolgerli contro gli stessi europei, come nel caso della cultura della cancellazione (volta a escludere ciò che viene considerato espressione del male occidentale); gli appelli alla “resistenza” (contro le leggi di matrice cristiana, nel solco dei principi jihadisti di conquista e dominio) e alla “liberazione” (intesa come sostituzione delle leggi degli infedeli con la sharia).

Assistiamo inoltre al sistematico ricorso al ribaltamento delle accuse, per cui i responsabili vengono presentati come vittime, e alla delegittimazione del sapere degli infedeli, attraverso il rifiuto della cultura occidentale, della sua storia e della storia contemporanea, sostituite da costruzioni linguistiche artificiose come il razzismo dei bianchi, il colonialismo occidentale e “l’islamofobia”.

Purtroppo, non mancano motivi di profonda preoccupazione: la pedofilia, la pena di morte per presunta blasfemia o apostasia, lo stupro degli infedeli considerato lecito, le brutalità contro le donne e gli omosessuali, la lapidazione per adulterio (pena che può essere inflitta anche alle vittime di stupro) e così via. I principi del diritto islamico, fondati sul Corano e sulla sharia, si pongono in radicale contrasto con quelli del diritto laico occidentale: subordinano i diritti individuali a quelli collettivi e non contemplano la parità di genere né l’uguaglianza tra musulmani e non musulmani. La testimonianza dei non musulmani non gode della stessa considerazione riservata a quella dei musulmani, mentre il riconoscimento dei loro diritti di proprietà e della loro sovranità politica e territoriale è condizionato da criteri di natura religiosa. Anche la giustizia è definita sulla base di parametri propri della tradizione islamica. Ne consegue che termini come “diritti, liberazione, resistenza, giustizia e Dio” possono veicolare significati e implicazioni spesso profondamente contraddittori rispetto a quelli loro attribuiti in Occidente, senza che gli occidentali se ne rendano conto.

Questa divergenza, che sfocia in uno scontro, emerge con particolare evidenza nelle sedi delle Nazioni Unite, dove i 56 Paesi islamici voterebbero in blocco contro Israele, secondo una concezione jihadista della giustizia fondata sui concetti di harbi (i non musulmani considerati in stato di guerra con l’Islam) e jahiliyya (“l’età dell’ignoranza”, espressione riferita alle società non musulmane ritenute miscredenti, comprese quelle ebraiche e cristiane). Tale concezione si fonda sull’idea che, prima dell’avvento dell’Islam nel 622 d.C., il mondo fosse dominato dal caos, dal male e dalla barbarie.

I progressi sul piano sociale e della pacificazione rispetto al radicalismo, evidenziati da Riboua nelle politiche estere degli Stati musulmani, come gli Accordi di Abramo, sono incoraggianti, a condizione che non si limitino alla conquista delle leve del potere occidentale, come invece sembrano fare sempre più spesso.

Secondo Riboua, il jihad perdurerà finché le rappresentazioni demonizzanti elaborate da Edward Said, che hanno descritto in modo distorto Israele come paradigma del colonialismo, continueranno a soppiantare progressivamente lo studio della storia umana in Occidente. L’antichità viene così relegata in secondo piano e sostituita dal concetto di jahiliyya, che designa il mondo com’era prima dell’avvento dell’Islam. È proprio perché la jahiliyya si sostituisce alla Bibbia che il popolo ebraico, privato della propria eredità nazionale e spirituale, risalente a tremila anni fa, viene accusato di colonialismo da coloro che, secondo l’autore, ne usurpano la terra e la cui storia ha inizio nel VII secolo. Il conflitto arabo-israeliano costituisce un esempio di questa sostituzione: la storia biblica ebraica e cristiana, insieme alla civiltà che ne è scaturita, viene negata e (come osserva l’autore, pur senza che Riboua lo rilevi) cancellata dalla jahiliyya, lasciando il posto al nulla che, in questa visione, precedeva l’avvento dell’Islam.

Non sorprende che sia stato un cristiano egiziano, Edward Said, animato da un odio antiebraico di natura paranoica, a forgiare armi ideologiche islamiche per distruggere il Cristianesimo e cancellare l’Ebraismo. Il nome “Palestina”, infatti, appartiene alla storia ebraica. Secondo questa interpretazione, sarebbe impronunciabile in arabo e assente dai testi canonici dell’Islam. I musulmani lo avrebbero ricevuto in dono dai cristiani, in un gesto di umile sottomissione, per poi trasformarlo in un’arma contro Israele. I loro alleati musulmani lo adattarono quindi alla propria versione islamica della Bibbia e del Vangelo: una versione in cui, nel Corano, tutte le figure ebraiche vengono islamizzate, compreso Gesù, che diventa Isa, un profeta musulmano la cui missione sarebbe abolire tutte le religioni degli infedeli, a cominciare dal Cristianesimo.

Questa presunta Palestina coranica, mai menzionata nel Corano né per nome né attraverso riferimenti temporali o geografici, sarebbe stata rivendicata come territorio esclusivamente musulmano, escludendo ebrei e cristiani, in virtù della concezione islamica secondo cui l’Islam precederebbe cronologicamente entrambe le religioni. Nell’Islam, sarebbe dunque questa la Palestina da restaurare. È in quest’ottica che ebrei e cristiani vengono dipinti come colonizzatori, poiché la cancellazione dell’intera storia biblica, Vangeli compresi, nega le radici storiche e religiose della loro presenza in quella terra. È a questa interpretazione che, secondo l’autore, si richiamano i cristiani che esibiscono con orgoglio la kefiah, simbolo di una Palestina intesa come costruzione puramente politica, concepita per eliminare la fede ebraica e quella cristiana.

Le folle di occidentali che, con l’incoraggiamento di alcuni esponenti del clero cristiano, contestano Israele e idealizzano la “Palestina” non si rendono conto di rinnegare le fondamenta della propria civiltà. Secondo l’autore, queste folle finiscono così per sostenere l’islamizzazione dei propri Paesi, esponendosi al rischio di essere uccise oppure di dover scegliere tra la conversione all’Islam e la sottomissione a un regime di inferiorità giuridica, quello riservato ai cosiddetti dhimmi. Questa sarebbe l’eredità di Said, venerato dal mondo accademico americano.

Riboua ha ragione quando scrive che la principale sfida per gli Stati Uniti non proverrà dal jihad esterno, bensì dalle comunità musulmane della diaspora negli Stati Uniti e in Europa, “animate da risentimento postcoloniale e da una politica di resistenza permanente”: un risentimento e una resistenza diretti contro la Bibbia ebraica e il Vangelo cristiano, considerati espressioni del colonialismo.

Anche questo è jihad: il risentimento per essere stati umiliati dall’infedele disprezzato e per dovergli obbedire, mentre, secondo la concezione islamica qui descritta, l’Islam sarebbe chiamato a comandare, non a essere assoggettato, e non riconoscerebbe valore alla testimonianza dei dhimmi. Nella società islamica tradizionale, ebrei e cristiani erano segregati in quartieri separati e non potevano possedere terre, portare armi, vestirsi come i musulmani né montare a cavallo o in groppa a un cammello. I loro abiti, le loro abitazioni e i loro luoghi di culto dovevano essere modesti e fatiscenti. Erano sottoposti a ogni forma di umiliazione. Nell’Impero ottomano, ogni anno numerosi bambini cristiani, maschi e femmine, venivano rapiti, ridotti in schiavitù, convertiti forzatamente all’Islam e destinati a diversi ruoli: arruolati nell’esercito, impiegati come eunuchi negli harem, ridotti in schiavitù sessuale oppure assegnati all’amministrazione ottomana, dove alcuni potevano persino raggiungere le più alte cariche.

In effetti, il divieto imposto ai musulmani di adottare usi e costumi ebraici e cristiani o di stringere rapporti di amicizia con ebrei e cristiani è sancito da principi che risalgono al Corano stesso. Questi principi, codificati nel testo sacro, sono all’origine di un’infinità di divieti nella giurisprudenza islamica fin dalla sua affermazione, nell’VIII secolo. Secondo l’autore, tali restrizioni hanno ostacolato l’adozione delle innovazioni scientifiche e tecnologiche occidentali nei Paesi musulmani e ritardato la diffusione della stampa.

Nel 2000, l’ICESCO pubblicò un opuscolo di rilievo intitolato Strategia dell’azione culturale islamica in Occidente. Gli autori, riconoscendo l’incompatibilità tra i valori e le leggi occidentali e i precetti islamici, raccomandavano una serie di misure volte a impedire l’integrazione e l’assimilazione dei musulmani nella cultura europea. Tali principi si fondano su precetti coranici quali: “O voi che credete, non sceglietevi per alleati i giudei e i nazareni, essi sono alleati gli uni degli altri. E chi li sceglie come alleati è uno di loro. In verità Allah non guida un popolo di ingiusti”. Corano 5:51, traduzione Sahil International.

In definitiva, i Paesi musulmani possono dormire sonni tranquilli: la conquista dell’Occidente è già in pieno svolgimento. Le truppe islamiche sono operative sul campo. Il loro principale alleato è un odio viscerale di alcuni cristiani nei confronti degli ebrei, che li induce, proprio come accadde ai nazisti, a cercare di recidere il legame tra Ebraismo e Cristianesimo, obiettivo questo impossibile, e a cancellare così le radici giudaico-cristiane dell’Occidente. Un esito che, secondo questa tesi, coinciderebbe con il progetto nazista di islamizzare l’Europa. 

Grazie alla complicità inconsapevole di tanti in Occidente, il jihad continua ad avanzare indisturbato.

(*) Tratto da Gatestone Institute

(**) Traduzione a cura di Angelita La Spada


di Bat Ye՛or (*)