Il cavallo di Troia dietro la bandiera palestinese

mercoledì 7 ottobre 2026


Masse spente in fila ai botteghini di tutta Italia stanno regalando la marcia trionfale degli incassi record ad una specie di documentario-propaganda proiettato in questi giorni e costruito sulla mistificazione “dell’uccisione sistematica” dei gazawi da parte delle forze militari di Israele; masse deboli e manovrabili, quelle che negli ultimi 3 anni hanno trasformato la bugia in verità, facili prede della contraffazione storica, del travisamento della cronaca, della manipolazione ideologica.

Bombardati da titoloni, accuse genocidarie, strampalate teorie di segregazione e pulizia etnica; alla mercè di intellò accantonati che hanno riscoperto il successo facile del menestrello, di pseudo-intellettuali rampanti divulgatori di fake news, di commentatori politici capaci di strumentalizzare persino i drammi e del ministero della propaganda dei terroristi di Hamas.

Dall’alba del 7 ottobre del 2023, nelle narrazioni prostrate e fedeli al dogma identitario del palestinianismo è sparito il massacro nazista perpetrato dai macellai di Hamas. Sono spariti i migliaia di morti ammazzati, sono spariti le centinaia di rapimenti, gli stupri e le atrocità di quel giorno. È sparita la caccia casa per casa, l’eliminazione deliberata. Sono spariti gli anni di prigionia di civili israeliani detenuti nei tunnel della città parallela scavata sottoterra a Gaza, sono sparite le crudeltà del gruppo islamico che uccide l’infedele perché ebreo e vive al soldo del regime degli ayatollah tenendo sotto scacco da decenni la stessa popolazione palestinese.

Dalla mattanza di tre anni fa, nelle analisi dei professionisti del relativismo è sparita la barbarie dei vermi che fanno imbracciare i fucili ai ragazzini di 9 anni - salvo poi beneficiare gratuitamente di avvocati da salotto televisivo che nella vita hanno fatto solo i comici intenti ad urlare che Israele si diverte a sparare alla testa dei bambini di Gaza; nessuna traccia delle famiglie raccolte e buttate come immondizia nelle stanze intorno agli obiettivi militari, di fianco ai centri direzionali del governo territoriale di Hamas, messi lì a fare da scudo umano per poter accusare Israele di aver deliberatamente compiuto una mattanza.

È sparita l’informazione sui finanziamenti iraniani utilizzati per organizzare la jihad, per i missili, l’arsenale bellico per l’intifada, mica per costruire la civiltà, per sviluppare comunità, per migliorare le condizioni di vita del posto: no, così invece può attecchire la narrazione per cui è Israele ad assetare Gaza, a costringerla alla fame perché non fa passare i fiumi di aiuti umanitari internazionali (e israeliani).

E guarda un po’, è invece sparita dai radar ogni testimonianza documentata di come quegli aiuti umanitari siano stati sequestrati proprio da Hamas. Ogni testimonianza relativa agli ordini di evacuazione di massa per avvisare i civili dei bombardamenti. Sparita l’evidenza delle decine di migliaia di palestinesi che vivono in pace, integrati, studiando e lavorando in Israele. Come i nazisti, sparita la realtà e costruita la versione per la propaganda. Un’operazione attenta, dettagliata e barbaramente strumentale alla narrazione del sionismo genocidario e dell’Occidente complice.

E i miopi, i deboli e i fessi che credono di avere il cuore buono, sono stati il terreno fertile per far esplodere la bomba nel cuore delle nostre società libere: i troiani che hanno glorificato i moti popolari, reso omaggio alla pulizia delle coscienze di cui si facevano portatori, traditi dall’autoreferenzialità anti-pluralista e dal vanto della purezza, semplicemente non si accorgevano dell’olezzo che si nascondeva dietro quella narrazione colpevolista, indignata e militante che sventola le bandiere della Palestina anche quando non c’azzecca niente.

Era il cavallo di Troia islamista. Il virus per cui si può discutere di qualunque guerra e di qualunque governo, ma appena compare il vessillo, l’accenno a Gaza, il discorso cambia tono e forma: la protesta smette di essere una questione di politica estera ed entra nelle università, nei consigli comunali, nei partiti, nei cortei violenti contro la polizia, nelle campagne di boicottaggio dei BTS. Nelle elezioni di sindaci che a New York si rifiutano di condannare l’espressione “globalizzazione dell’intifada”; nel revisionismo storico delle lezioncine di inviate Onu che generalizzano e minimizzano l’antisemitismo (mentre in Europa gli episodi di violenza cieca contro gli ebrei aumentano del 300 per cento, aggressioni, liste di proscrizione, case segnate come fossero del diavolo), che raccontano di come Israele sia “il nemico dell’umanità” e le lobby ebraiche controllino l’Occidente. Addirittura, in tentati dirottamenti di voli di linea di copiloti omaniti radicalizzati che vogliono vendicare Gaza morendo da martiri.

La causa palestinese ha oltrepassato i confini della critica politica, della dimostranza militante e della battaglia d’opinioni: è diventata identità politica, un intreccio neo-nazista cucito addosso ad ignoranti, obnubilati sprovvisti di capacità d’analisi critica e senza la benché minima coscienza storico-politica; un contenitore nel quale convergono movimenti, retoriche estremiste e alleanze fra ambienti ideologicamente diversi, accomunati dall’utilizzo della causa palestinese come veicolo ideologico: anticapitalisti, islamisti, antagonisti d’estrema sinistra e, in altri contesti, persino nazionalisti.

È la convergenza tattica di un amalgama che trasuda estremismo. Lo si denota dalla frequenza e dalla violenza delle manifestazioni, dalla presenza costante della bandiera nelle città, sui social, dai migliaia di cortei spesso non autorizzati e degenerati in guerriglie urbane contro i blocchi delle forze dell’ordine con fumogeni, bombe carta e duri scontri di criminali ideologici che mettono a ferro e fuoco le città. Sotto quella bandiera non si vede gente che chiede la fine delle ostilità, la pace o la nascita di uno Stato palestinese. Tutt’altro. Ci sono soprattutto soggetti che giustificano il 7 ottobre, la violenza, che considerano un’organizzazione terroristica come un movimento di liberazione da applaudire, che utilizzano retoriche antisemite (dietro l’artificio narrativo dell’antisionismo) o trasformano la protesta in intimidazione.

E così la finta protesta umanitaria e politica cala la maschera e mostra tutte le contraddizioni di un movimento che non sa prendere le distanze da Hamas e dal terrorismo islamico. Non si contano più le prese di posizione in cui la critica (legittima) al governo israeliano si confonde con l’odio verso l’identità ebraica; non esiste pro-Pal che ponga come obiettivo quello dei due Stati per due popoli che vivono in pace uno accanto all’altro: sventolano in piazza le bandiere dei terroristi, di Hamas, Hezbollah, urlano in nome di una “Palestina libera dal fiume al mare”, un obiettivo politico che prevede la cancellazione dello Stato di Israele.

Lo fanno giovani irretiti e vecchi smemorati, appellandosi ai gruppi terroristici islamisti che in Medio Oriente hanno fatto della lotta ad Israele l’unico motivo della loro esistenza storica, come ad eroi della resistenza da celebrare a casa nostra, nel cattivo mondo libero occidentale: è l’oicofobia, la retorica che accusa l’Occidente di essere la fonte di ogni male.

Le università europee e i campus americani della generazione Pro-Pal sono il nuovo terreno di conquista: luoghi trasformati in “laboratori ideologici”, “scuole di attivismo politico” dove i senati accademici assumono posizioni politiche vicine alle richieste dei collettivi, in balìa dei gruppi che interrompono lezioni, conferenze o dibattiti focalizzati sul dialogo, censurano ospiti sgraditi, organizzano azioni di boicottaggio culturale ed arrivano persino ad organizzare giornate di festa in occasione del 7 ottobre.

Perché a loro la caccia all’ebreo piace. E la mattanza di tre anni fa la considerano necessità civile.

Il pro-palismo, fondamentalmente, è una grammatica di riconoscimento. E le frasi tipiche ripetute a pappagallo sono bugie: “Israele è apartheid”, “genocidio in diretta”, “i media tacciono”. Per questi muezzin impazziti non è importante il contenuto, è importante il gesto utile a stabilire appartenenza: gli slogan e i canovacci sono solo il mezzo per accreditarsi ideologicamente, la semantica per dire di essere buoni e di stare dalla parte giusta. Non sono in grado di indagare approfonditamente sui rapporti tra Hamas e la popolazione civile; nessuno diversifica tra Gaza e Cisgiordania, nessuno si chiede perché i Palestinesi abbiano rifiutato 5 volte la pace.

Non è importante sapere di 80 anni di attentati, attacchi militari e guerre che il mondo arabo ha perpetrato nei confronti del popolo ebraico in Medio Oriente: ciò che conta è l’effetto identità. E da noi vale erga omnes: le femministe sono anche pro-Pal, altrimenti non sono femministe; le feste della liberazione italiana sono condite da salsa pro-Pal, perché se non lo fossero sarebbero fasciste; e gli Lgbt o sono pro-Pal o sono considerati omosessuali codardi e ipocriti.

Il pensiero unico del pro-palista è dogmatico: o si sta di qua e si condivide il Verbo oppure si sta di là. E guai a dubitare: chi introduce complessità, viene additato come nemico “sionista”, “colonialista”, “fascista”. Era la premonizione di Umberto Eco nello studio sulla “semiosi aberrante”: il linguaggio non serve a descrivere il mondo ma a confermare appartenenza.

I macellai del 7 ottobre sono solo gli ultimi nemici di un conflitto senza fine, iniziato il 14 maggio del 1948. E questa guerra, come tutte quelle da 80 anni a questa parte, sul campo l’hanno persa. Ma ciononostante il cavallo di Troia ha fatto breccia: rima, a commuovere, era una causa; oggi, ad entusiasmare, è l’odio ideologico e viscerale.

Oggi, in quella falsificazione, in quella manipolazione, c’è di nuovo l’olocausto.


di Francesco Catera