Il virus spagnolo

mercoledì 7 ottobre 2026


La Spagna tornerà alle urne il prossimo 29 novembre. Lo ha deciso il premier, il socialista Pedro Sánchez. Una mossa astuta per ribaltare i pronostici negativi, aggravati dalla pessima gestione del fenomeno immigratorio che ha conosciuto con la vicenda di Ceuta il suo acme. Sánchez lascia e raddoppia, con una nazione in fiamme a dimostrazione che i “compagni” quando è in gioco il potere non guardano in faccia a nessuno. E, soprattutto, non badano a salvaguardare l’interesse nazionale se questo va a discapito di quello di parte. La loro parte.

Ma andiamo con ordine. Il Governo madrileno approva lo scorso 29 settembre due decreti-legge sulla questione abitativa, che in Spagna è diventata un’emergenza nazionale. Il Congresso dei deputati, il 2 ottobre, li boccia. Il primo viene respinto con 178 voti contrari su 172 favorevoli; il secondo finisce 184 a 166 per il no. La precaria maggioranza che fin qui ha retto il Governo “rosso” di Pedro Sánchez si sgretola. A votare con le opposizioni è la pattuglia parlamentare di Junts, il partito indipendentista catalano d’ispirazione conservatrice che, a livello nazionale, ha sostenuto la maggioranza di sinistra. Politicamente, un terremoto. Ma perché i “decreti” hanno spaccato la nazione? Cosa contenevano di tanto dirompente? Per semplificare: il premier, pur di arginare il problema del caro-affitti che trascina con sé la crisi abitativa, ha messo a punto un piano di tipo sovietico per colpire i diritti dei proprietari a vantaggio esclusivo degli affittuari.

In particolare: introduzione di proroghe automatiche di due anni ai contratti in scadenza entro il 31 dicembre 2028; blocco degli aumenti degli affitti con limite fissato al 2 per cento fino al 2027; blocco degli sfratti in danno dei cosiddetti “vulnerabili”; limitazione alla speculazione immobiliare dei grandi fondi d’investimento; regole draconiane per il mercato degli affitti brevi. Questi i punti salienti dell’intervento governativo. Un’iniziativa dal vago retrogusto comunista la cui bocciatura parlamentare ha provocato un’immediata risposta di piazza.

La protesta si è rivolta non contro Sánchez – il quale nelle more della gestione corrente ha assicurato che confermerà l’applicazione dei decreti ancorché bocciati dall’organo parlamentare – ma a suo favore, al punto da convincerlo a cavalcare l’onda del consenso popolare in vista di un ribaltamento dei pronostici elettorali. La spregiudicatezza del premier, sebbene deprecabile dal punto di vista etico, ha un evidente fondamento politico. E la destra, a qualsiasi latitudine, lo deve comprendere se non vuole soccombere nelle urne. Chiariamo un punto: non ci è mai appartenuta l’espressione “voto di pancia”. Mai abbiamo pensato che la gente potesse affidare il mandato a rappresentarla sulla scia di una valutazione umorale. Uscendo dalla generalizzazione delle categorie concettuali, chiariamo di chi si parla. Innanzitutto, di ceto medio impoverito. Di anziani con pensioni insufficienti; di famiglie che non riescono a tenere il passo dell’aumento del costo della vita; cittadini che, per capacità reddituale, non possono concedersi di abitare in centro nelle grandi città; giovani costretti a fare i “bamboccioni” a casa di mamma e papà perché procurarsi un’abitazione propria non è economicamente possibile.

Questa è la “gente” che ragiona con la testa quando c’è da badare ai propri interessi. E quando è messa in pericolo da una politica che non riesce a garantire l’equilibrio tra le componenti sociali, si fa sentire andando in piazza a bloccare le strade, a incendiare cassonetti, a devastare i centri urbani. É giustificabile quando diventa violenta nel ribellarsi? Certo che no. Ma va capita e non soltanto repressa. Perché quella stessa gente, il “popolo” delle cui analisi sociologiche grondano le pagine dei giornali, la mitica “casalinga di Voghera” di arbasiniana memoria, poi si presenta alle urne e sceglie partiti e coalizioni che non vorremmo che ci governassero. Accade in Spagna, sta succedendo in Francia, sebbene su differenti motivazioni, e in Germania non va meglio. La questione abitativa è un problema centrale del nostro tempo storico. Non si può fare spallucce limitandosi a dire: è il mercato bellezza!

Come non si può permettere che la soluzione sia tornare a Karl Marx trasformando la sua idea rivoluzionaria di socializzazione dei mezzi di produzione in “socializzazione dei mezzi di abitazione”, come qualcuno ha ironizzato. Su questo argomento non devono esserci equivoci: difendiamo con incrollabile convincimento il diritto alla proprietà privata e al suo libero utilizzo. Purtuttavia, un questione di sostegno a chi l’abitazione non l’ha un Governo di destra ha il dovere di porsela. L’Italia, sul versante abitativo, è messa meglio di altri Stati europei. Un’indagine di Eurostat certifica che nel 2024 la popolazione che vive in un immobile di proprietà è il 76 per cento del totale, contro il 24 per cento che è in affitto. Livello record se si considera che in Francia la quota di proprietari della prima casa è del 61 per cento e in Germania del 47 per cento. Ciò è un bene perché sottrae carburante alla protesta sociale. Cionondimeno, quel quarto di popolazione che non possiede immobili va tutelato e messo in sicurezza dallo Stato.

Dimenticarlo significherebbe replicare la situazione spagnola. Cosa alla quale sta pensando la sinistra nostrana: prendere spunto da Madrid per accendere la miccia della rivolta di piazza in Italia. E qui da noi di materiale altamente infiammabile ve n’è a iosa. A cominciare dalle aree centrali dei grandi centri urbani, dove è in atto una massiccia espulsione dei residenti storici per favorire la speculazione finanziaria legata allo sviluppo turistico. Una matassa complicata da dipanare per chi è di ispirazione liberale. Certo, la parte proprietaria ha il diritto di fare ciò che vuole del proprio bene immobile. Tuttavia, è pur vero che risolvere un contratto di locazione, magari durato decenni, non è solo interrompere un anodino rapporto negoziale: è recidere un legame sentimentale con un luogo, con una storia, con una tradizione che ha contribuito nel tempo a creare quel particolarissimo habitat del quale la proprietà stessa si è giovata in fase di rivalutazione monetaria del proprio bene immobiliare. Non parliamo solo di appartamenti a uso abitativo ma anche di locali commerciali un tempo adibiti a botteghe. Il combinato disposto, nei centri urbani, della presenza di un ceto popolare composto principalmente da affittuari e la diffusione del piccolo commercio associato alla micro imprenditoria artigianale, ha implementato quella economia di prossimità che ha retto tutti gli impatti generati dai grandi rivolgimenti politici e sociali nel secolo scorso.

Lo sradicamento forzoso di tali realtà, dettato da esigenze di mercato, sta provocando la perdita di identità a quei luoghi, che sono archivio vivente della memoria collettiva, non solo individuale. Il fatto che siano diminuiti drasticamente i veneziani a Venezia, i fiorentini a Firenze, i napoletani a Napoli non è una conquista della modernità. Semmai, è una perdita di orizzonte di senso. A maggior ragione se poi gli espulsi non sanno dove andare. Non può bastare la risposta consolatoria che è la legge di mercato a farla da padrona. Il mercato va bene se non mette a rischio i costumi locali, l’identità di un territorio, la coesione sociale, il senso di comunità di un popolo. Il centrodestra italiano non deve restare immobile attendendo che la tempesta dalla Spagna trasmigri in Italia. Non possiamo consentire che la risposta al problema sia la riscoperta di improbabili avventurismi comunisti all’inseguimento dei cosiddetti “diritti sociali”.

Il Governo Meloni ha varato il “Piano casa 2026” (Decreto legge 66 del 2026) successivamente convertito in legge (numero 116 del 2026). L’obiettivo del provvedimento è di aumentare la disponibilità di abitazioni a prezzi accessibili. Che è la strada giusta, agendo sul piano dell’offerta, per evitare d’imboccare la “via sovietica” del controllo statale della proprietà privata. In ballo c’è il recupero di 60mila alloggi di edilizia residenziale pubblica da ristrutturare e da assegnare a chi ne abbia diritto. Vi è anche il Fondo Housing Coesione – gestito da Invimit e che parte con una dotazione di 100 milioni di euro – da rendere operativo. Si tratta di un prezioso strumento finanziario che consente di raccogliere e coordinare tutte le risorse pubbliche destinate all’housing sociale. Lo strumento presenta però un problema non da poco: richiede la negoziazione con le Regioni e gli enti locali per essere avviato.

Un consiglio: Giorgia Meloni forzi la mano ricorrendo alla figura dei commissari straordinari dotati dei più ampi poteri decisionali. Il rischio è che l’azione del Governo centrale cada preda delle macchinazioni burocratiche degli apparati periferici e territoriali dello Stato che non vogliono perdere la presa sul denaro da spendere e sugli affari che ne derivano. C’è da scommettere che saranno le regioni governate dal centrosinistra a fare melina per evitare che l’iniziativa del Governo si metta in moto producendo consenso nell’opinione pubblica. Gli antitaliani del “campo largo”, a cui il bene del popolo non frega nulla, vogliono che si alimenti la narrazione del disastro sociale, della gente in povertà e senza casa, allo scopo di provocare l’incendio dal quale trarre un qualche beneficio elettorale. Meloni non offra il fianco ai sabotatori. Esiste in Italia un problema caro-vita dovuto all’inflazione ed esiste anche, per una quota di popolazione, un’emergenza abitativa che va affrontata e non può essere lasciata alla propaganda demagogica della sinistra. Il Governo Meloni si sbrighi, che non manca molto al ritorno alle urne. Nel 1918 una pandemia, denominata “spagnola”, si propagò in Italia mietendo oltre 500mila vittime. Non vorremmo che a un secolo di distanza un’altra “spagnola” inguaiasse le vite degli italiani. Sul versante abitativo, rispetto al resto d’Europa, l’Italia è una felice anomalia. Auspichiamo che resti tale.


di Cristofaro Sola