Prima di giudicare Israele, ricordiamo la sua storia

mercoledì 7 ottobre 2026


Ci sono date che non appartengono soltanto alla cronaca. Entrano nella memoria di un popolo e diventano una chiave per comprendere il presente. Il 7 ottobre 2023 è una di queste. Per Israele quella mattina ha riaperto una ferita mai davvero rimarginata: la consapevolezza che la propria sicurezza non possa essere data per acquisita.

Dalla nascita dello Stato nel 1948, Israele ha vissuto tra guerre, attentati e terrorismo, con la propria sopravvivenza spesso percepita come una questione concreta. Poi è arrivato il 7 ottobre: Hamas ha sferrato il più grave attacco dalla nascita di Israele, uccidendo circa 1.200 persone e prendendo 251 ostaggi, secondo le Nazioni Unite. Furono colpite comunità civili, famiglie e giovani riuniti a un festival musicale. La Commissione d’inchiesta Onu ha documentato uccisioni intenzionali di civili e sequestri.

Per questo il 7 ottobre non è una semplice premessa della guerra di Gaza. È uno spartiacque. Ha dimostrato che tecnologia, intelligence e deterrenza non erano sufficienti a impedire un attacco di quelle dimensioni. Da quel momento la domanda israeliana è diventata inevitabile: come impedire che possa accadere di nuovo? Comprenderla non significa approvare ogni scelta del governo israeliano. Significa riconoscere il contesto storico e strategico nel quale quelle decisioni sono state prese.

Israele nasce anche dalla persecuzione degli ebrei europei e dalla tragedia della Shoah. La costruzione di uno Stato capace di garantire protezione al popolo ebraico non è quindi soltanto un elemento identitario: è una delle ragioni profonde della sua esistenza. Per questo criticare Israele è legittimo, delegittimarlo è un’altra cosa. Allo stesso modo, difendere il diritto di Israele alla sicurezza non significa approvare ogni operazione militare.

Il diritto internazionale vale anche in guerra e la protezione dei civili palestinesi resta un principio imprescindibile. Questa distinzione dovrebbe essere al centro del dibattito occidentale, troppo spesso schiacciato sulla contrapposizione tra due memorie che finiscono per escludersi a vicenda. Il 7 ottobre ha ricordato anche all’Europa che l’antisemitismo non appartiene soltanto al passato. Può riemergere quando la memoria si indebolisce e la violenza viene normalizzata nel linguaggio pubblico.

Per questo la questione israeliana riguarda anche l’Europa: la sua storia, la sua sicurezza e la sua capacità di distinguere tra critica politica e odio verso un popolo.

Tre anni dopo, ricordare il 7 ottobre significa dunque rifiutare una memoria selettiva: riconoscere le vittime israeliane senza cancellare quelle palestinesi, condannare il terrorismo senza ignorare le conseguenze della guerra e difendere Israele senza trasformare ogni scelta del suo governo in una verità indiscutibile. Ma soprattutto significa non cancellare il punto da cui tutto è ripartito.

Il 7 ottobre ha ricordato a Israele che la sicurezza non è mai definitivamente acquisita. All’Occidente ha ricordato che la storia, quando viene rimossa, non scompare: torna a presentare il conto.


di Claudia Conte