Omicidio Regeni: le responsabilità di Cambridge

venerdì 2 ottobre 2026


Il 28 settembre 2026 la I Corte d’Assise di Roma, presieduta dal giudice Paola Roja, ha emesso la sentenza di condanna, in primo grado, per sequestro pluriaggravato di Giulio Regeni. Comminati 10 anni di reclusione a carico di tre dei quattro imputati – Uhsam Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif – tutti ufficiali dei servizi segreti egiziani. Un quarto imputato, il generale Tariq Sabir, è stato assolto. Ai tre condannati non è stato attribuito il reato di omicidio. Il processo si è svolto in contumacia perché nessuno degli imputati è comparso davanti al giudice italiano per rispondere delle accuse.

Purtuttavia, la famiglia di Giulio Regeni si è dichiarata soddisfatta dell’esito processuale, ancorché lacunoso – è mancata l’individuazione degli assassini materiali del giovane ricercatore – visto che un punto di chiarezza è stato stabilito: Giulio è stato sequestrato, torturato e ucciso da soggetti riconducibili agli apparati di sicurezza dell’Egitto.

Quindi, giustizia è fatta? Non del tutto, non proprio. Manca un pezzo di verità a questa orribile pagina criminale. È giusto che gli investigatori – che hanno fatto un lavoro improbo per portare sia pure solo virtualmente alla sbarra i responsabili della morte del nostro connazionale attesa la manifesta ostilità delle autorità egiziane a collaborare alle indagini – continuino a ricercare gli assassini. Lo si deve ai genitori di Giulio che in questi anni non hanno mai smesso di chiedere verità allo Stato italiano.

Ma c’è qualcosa d’altro che turba le nostre coscienze: un pugno nell’occhio alla giustizia vera; un posto vuoto al banco degli imputati che grida vendetta. Non parliamo di egiziani, ma di altri personaggi che, al riparo nei loro prestigiosi circoli intellettuali, hanno le mani sporche del sangue del povero Giulio non meno di quanto le abbiano gli aguzzini che si sono accaniti sulla vita di un’innocente fino a spegnerla nel modo più barbaro e atroce.

Lo denunciammo allora, nelle immediatezze della tragica scoperta del cadavere di Giulio Regeni, lo ribadiamo oggi: le autorità accademiche di Cambridge, che mandarono allo sbaraglio sul campo, senza alcuna copertura diplomatica, un ragazzo a fare una ricerca ad altissimo rischio, sono corresponsabili – quanto meno morali – della sua morte. Ed è uno schifo, oltre che un oltraggio alla dignità della nostra nazione, che costoro non siano stati neanche sfiorati dall’indagine penale che li avrebbe dovuti vedere chiamati in causa.

In una realtà popolata da persone che hanno la memoria dei pesci rossi è bene fare un ripasso degli accadimenti. Giulio Regeni, dottorando italiano dell’Università di Cambridge, fu rapito a Il Cairo il 25 gennaio 2016. Il suo corpo esanime fu ritrovato il 3 febbraio successivo non lontano da una prigione dei servizi segreti egiziani. I segni di tortura erano evidenti. Giulio aveva da poco compiuto 28 anni (era nato a Trieste il 15 gennaio 1988). Era poco più che un ragazzo, uno splendido figlio della terra friulana. Era, a ragione, l’orgoglio della sua famiglia e della comunità che lo aveva visto crescere. Giovane, brillante negli studi, era approdato alla prestigiosa università britannica per svolgere il dottorato in Development Studies, all'interno del Department of Politics and International Studies (POLIS) e del Centre of Development Studies dell’Università di Cambridge. Avrebbe dovuto essere il trampolino verso una carriera universitaria luminosa. Invece, Cambridge è stata la sua tomba.

Già, perché per rispondere a cosa ci facesse Giulio in Egitto bisogna guardare all’ateneo britannico. Ed è in quel luogo carico di storia e di ignobili ipocrisie che sono custodite le risposte sulla sua tragica sorte. Il giovane ricercatore era stato inviato a Il Cario per svolgere una ricerca sui sindacati indipendenti nel contesto di un Paese a regime totalitario. Anche un bambino, solo a conoscere il tema del lavoro di Giulio: “Sindacati indipendenti e sviluppo nell’Egitto post-Mubarak” avrebbe intuito che sarebbe stata una missione pericolosa. A mandarcelo era stata la sua professoressa, Maha Abdelrahman, responsabile della ricerca e tutor di Regeni. La signora ha avuto l’ardire di presentarsi al processo in Italia dove ha dichiarato di essere rimasta devastata e traumatizzata dalla notizia della morte del suo allievo e per questo di aver deciso di non mettere più piede in Egitto per ragioni di sicurezza personale. Complimenti!

Lei si para le spalle standosene beatamente al sicuro nella bambagia di Cambridge, ma non si è fatta scrupolo di spedire lì Giulio senza adottare le necessarie precauzioni. È occorsa la morte del ragazzo per accorgersi che il Paese nordafricano non fosse un posto sicuro dove fare domande scomode sulla struttura di potere? E poi, con la testimonianza resa processo, l’ha scaricato affermando: “Giulio non ha mai avuto rapporti con le autorità inglesi e l’università di Cambridge gli aveva dato in parte un finanziamento, ma non una borsa di studio completa. Lui era una persona intelligente, matura e autonoma”.

Oltre che vile, anche perfida. Per lei, Giulio se l’era cercata. Quindi, il fatto che l’illustre accademica fosse di origini egiziane; che avesse orientato i suoi studi ad analizzare i movimenti di protesta egiziani, la società civile, i movimenti sociali e le rivolte contro il regime di Hosni Mubarak; che alcune fonti la qualificassero come accademica e attivista egiziana impegnata nella contestazione al regime del presidente Abdel Fattah al Sisi; che fonti italiane accreditate la indicassero vicina alla Fratellanza musulmana, è stata soltanto una gigantesca fortuita coincidenza? Probabilmente sarà stato perché si sentiva devastata che la gentile signora si è rifiutata di rispondere alle domande che gli investigatori italiani avevano tentato di rivolgerle prima di vedersi sbattere le porte in faccia dai “professoroni” di Cambridge.

Giulio era un giovane studioso, con una grande curiosità e un’immensa passione per i suoi studi. Ma era pur sempre un ragazzo che non aveva l’esperienza di vita necessaria per capire fin dove la miseria umana potesse spingersi. Come avrebbe potuto fiutare a naso la trappola che quel verme schifoso di Mohamed Abdallah, il sedicente capo del sindacato dei venditori ambulanti del Cairo, gli aveva apparecchiato? Il ratto di fogna prima ha tentato di estorcergli denaro e poi lo ha “venduto” ai servizi di sicurezza facendolo passare per una spia.

La storia non si fa con i “se”, ma talvolta i “se” aiutano a capire la storia. Allora, se accanto a Giulio, a contenere il suo entusiasmo, ad aiutarlo a fiutare il pericolo, a proteggerlo dall’insidia di essere vittima della sua stessa ingenuità, vi fosse stata una persona esperta del luogo e degli equilibri di potere locali da rispettare; preparata ad attivare i corretti protocolli di sicurezza entro i quali svolgere il lavoro, è legittimo supporre che si sarebbe salvato; che non avrebbe fatto quella tragica fine. Non sarebbe stato scambiato per spia dai servizi di sicurezza egiziani. Lui, con quella faccia pulita da bravo ragazzo triestino.

Sì, lo affermiamo in piena coscienza: il posto vuoto sul banco degli imputati spettava alla signora Maha Abdelrahman che, assegnandogli quel tipo delicatissimo di ricerca, lo ha mandato incontro alla morte senza tanti scrupoli. La signora professoressa ha fatto il suo gioco sulla pelle di Giulio per coltivare i suoi sporchi interessi politici e l’università di cui fa parte glielo ha consentito, a dimostrazione che la vita umana altrui può non valere niente non solo a Sud o a Est ma anche nella civilissima Inghilterra, culla della democrazia e della libertà.

La famiglia di Giulio pretende che adesso l’Italia rompa i rapporti con l’Egitto a pena di perdere la faccia e la dignità come nazione. Comprendiamo il risentimento. Tuttavia, se volessimo essere coerenti, dovremmo anche interrompere i rapporti con la Gran Bretagna per ciò che quelli di Cambridge non hanno fatto per Giulio. Non l’hanno protetto, come avrebbero dovuto. Non hanno vigilato perché le sue attività di ricerca e di studio si muovessero su piste complesse in assoluta sicurezza. D’accordo, una chiamata in correità per l’accusa di omicidio sarebbe troppo. Ma almeno una contestazione di culpa in vigilando la signora Maha Abdelrahman con la cricca di Cambridge l’avrebbe meritata.

Ora attendiamo di leggere le motivazioni della sentenza. Non c’è da farsi grandi illusioni. Tuttavia, se i giudici spendessero qualche riga per censurare il comportamento degli accademici britannici nella vicenda sarebbe comunque un piccolo mattone aggiunto al muro di verità che si vorrebbe edificare intorno alla memoria di Giulio Regeni. Un giovane italiano vittima di troppi sicari.


di Cristofaro Sola