venerdì 25 settembre 2026
Mercoledì scorso il Senato ha dato il via libera definitivo alla legge delega sull’energia nucleare sostenibile con 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astensioni. È l’inizio di un percorso lungo e tutt’altro che scontato.
Il nucleare, nel nostro Paese, ha sempre avuto qualcosa di paradossale. Se ne discute da decenni, ma sempre in termini ideologici, mai nel merito. Nel frattempo, altri Paesi hanno continuato a investire, a costruire competenze, a sviluppare tecnologie e a programmare il proprio futuro energetico.
La storia italiana dell’atomo è, in questo senso, emblematica. Nel 1987, sull’onda emotiva del disastro di Chernobyl, il referendum segnò la fine della stagione nucleare italiana. Fu così che l’Italia, dopo essere stata un’eccellenza tra i Paesi europei impegnati nello sviluppo dell’energia atomica, ha progressivamente perso competenze, strutture industriali e continuità progettuale. Ora si riparte.
Bisognerà decidere quali tecnologie adottare, quanto investire, come garantire la sicurezza, come ricostruire le competenze necessarie, dove realizzare gli impianti e spiegare ai territori interessati che cosa si intenda fare. Nessuna grande infrastruttura può essere realizzata contro le comunità che dovranno conviverci. Intanto, le centrali dismesse devono essere smantellate e i rifiuti radioattivi collocati secondo procedure conclusive e trasparenti. Non si può pensare di costruire una nuova stagione dell’atomo, senza chiudere correttamente quella precedente.
La credibilità di qualsiasi nuova strategia passerà anche dalla capacità di risolvere problemi che il Paese si trascina da decenni. Se l’obiettivo è davvero riaprire la partita dell’atomo sarà necessario adottare, da parte dell’intera classe politica, una prospettiva di lungo periodo orientata ai prossimi trent’anni e non alle esigenze dell’immediato. Serviranno meno slogan e più progetti, meno contrapposizioni ideologiche e più capacità di governo. Il futuro non può più attendere.
di Francesco Carella