venerdì 25 settembre 2026
Era ora! Il Senato ha approvato in via definitiva la Legge delega per la produzione di energia nucleare sostenibile. In 81 senatori hanno pigiato il tasto del dispositivo elettronico di voto per dire sì all’avvio della riforma più significativa dell’Era Meloni. L’evento è storico – ha ragione il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin – e per dargli il giusto risalto scomodiamo nientemeno che l’astronauta Neil Armstrong che, quando mise per primo piede sulla luna, pronunciò la celeberrima frase “un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità”. Per i senatori del centrodestra è stata la stessa cosa. Quel tastino pigiato è stato un piccolo gesto per loro, un grande passo in avanti per gli italiani. Sia chiaro: non è che con il voto di ieri l’altro si cominci da domani a costruire siti nucleari. Magari fosse così. La Legge delega approvata autorizza il Governo a predisporre il quadro normativo necessario per reintrodurre il nucleare in Italia.
Dodici mesi, il tempo di realizzazione e approvazione dei decreti attuativi che serviranno a scegliere le tecnologie da utilizzare e a individuare i siti dove collocare gli impianti. Inoltre, la normativa dirà quali sistemi di sicurezza e controllo della produzione verranno adottati e come verrà gestito il ciclo dei rifiuti. Si occuperà anche dello smantellamento dei vecchi impianti nucleari presenti sul territorio e dello smaltimento delle scorie radioattive residuate. Il cronoprogramma prevede che per accendere il primo reattore bisognerà attendere il 2033, massimo il 2034. Potrebbe sembrare un tempo infinito, ma non lo è. Dopo quasi mezzo secolo di cecità assoluta della classe politica sull’argomento, e qualche referendum ideologico dallo scontato esito negativo dove la paura dell’olocausto nucleare l’ha fatta da padrona, è quasi un miracolo che quella stessa politica, finora riottosa e insipiente nel compiere scelte forti per il futuro della nazione, abbia acceso un faro di luce che ci lasci intravedere l’uscita dal tunnel sul fondamentale dossier dell’approvvigionamento energetico alternativo alle fonti fossili.
Si obietterà: il 2034 è lontano. No, otto anni passano in fretta e poi, vivaddio, sapere che un’uscita esista, che un futuro di tranquillità per gli italiani sia possibile, non è da sé stessa una grande notizia? Probabilmente ci è voluta la crisi petrolifera di questi anni – prima la guerra russo-ucraina e adesso la chiusura dello stretto di Hormuz – per restituirci in tutta la sua drammaticità la debolezza strutturale di un Paese manifatturiero, potenza commerciale di prima grandezza, privo o quasi di materia prima energetica. L’Italia, un gigante con i piedi d’argilla che, per continuare a produrre, deve mandare i suoi governanti in giro per il mondo con il cappello in mano a chiedere ad altri di venderci l’energia di cui abbiamo bisogno. Dovrebbero saperlo i tanti mistificatori, che straparlano di libertà senza comprenderne l’intimo significato – magari senza neanche volerla vedere applicata alla realtà – che la prima condizione per essere liberi è di non dipendere da qualcun altro.
Già immaginiamo la dolente litania dei predicatori ambientalisti: il nucleare è pericoloso, imponiamo solo e soltanto energia pulita catturata dai pannelli solari del fotovoltaico. Una follia imbottita di malafede. Non basta l’energia solare per coprire il fabbisogno energetico della Nazione. I numeri parlano chiaro. Il rapporto Adeguatezza Italia, redatto da Terna, ha calcolato il consumo elettrico nazionale del 2025 in 311,3 TWh/anno (Twh sta per Terawattora) che equivalgono a 311,3 miliardi di kWh/annum ( KWh sta per Kilowattora). Le proiezioni indicano un incremento del fabbisogno, nel 2030, di 362 TWh (+16 per cento) e di 391 TWh (+26 per cento) nel 2035. Segnatamente: l’evoluzione picco di carico (GW) nel medio e lungo termine (valore medio, 10° e 90° percentile tra le diverse condizioni simulate) dà 56 nel 2025, 66 nel 2030, 71 nel 2035.
Per intenderci: tra 10 anni occorrerà produrre 80 miliardi di kWh in più all’anno per restare a galla come sistema Paese. E come si fa, se si è intrapresa con convinzione la strada della progressiva decarbonizzazione? Si riempie l’Italia di pannelli solari? E il consumo di suolo, bestia nera dell’ambientalismo più spinto, ce lo dimentichiamo? La vocazione agricola di qualità la mandiamo a farsi benedire per installare al posto di viti e campi di grano gli impianti del fotovoltaico? Si può essere ridicoli anche dicendo cose stupide con sguardo serioso. In medio stat virtus, dicevano gli antichi. E avevano ragione. Per produrre una montagna di energia aggiuntiva non basta una sola fonte di approvvigionamento, occorre fare un mix, come dicono quelli bravi. Se non c’è più il fossile, serve tutto il resto: solare, eolico, idroelettrico, accumuli, efficientamento delle reti di distribuzione, razionalizzazione dei consumi. Ma senza il piatto forte, che è il nucleare, non si va da nessuna parte. Certo, in prospettiva si dovrà puntare ad avere una produzione nucleare da fusione, che è più sicura e più pulita.
Nel frattempo, non possiamo stare a rincorrere il futuro remoto mentre rimaniamo immobili nel gestire il presente. Quindi, giusta e sacrosanta la scelta di questo Governo di puntare da ora sui reattori avanzati di piccola taglia, come gli Smr (Small modular reactors). Peraltro, il futuro prossimo sarà caratterizzato dalla crescita della produzione di reattori sempre più piccoli, che serviranno ad alimentare la propulsione dei mezzi di trasporto. Si pensi al settore marittimo, dove per le grandi navi la riconversione dall’endotermico al nucleare “Coal-to-Nuclear” è già in atto. C’è poi la questione dei data center da considerare. Si fa un gran parlare che l’Italia, insieme ai partner europei, debba avere un ruolo proattivo nello sviluppo delle nuove tecnologie. Encomiabile proponimento. Peccato però che vi sia un piccolo ostacolo da superare. Il sistema di archiviazione, elaborazione e distribuzione dati, ai massimi ordini di grandezza per consentire il funzionamento di tutti i servizi digitali, genera un consumo energetico di dimensioni gigantesche. La incameriamo tutta dal sole? Le reti digitali devono funzionare, non prendere la tintarella. Nucleare, non c’è altra strada. Nucleare ad uso civile. Per adesso.
Un giorno ricorderemo con affetto e gratitudine quegli 81 senatori che dissero sì in quel ventoso pomeriggio di primo autunno. E ci ricorderemo anche degli altri, dei 51 contrari e dei 7 astenuti. La sinistra compatta ha detto no, con motivazioni risibili. In particolare, hanno attirato l’attenzione i senatori del Partito democratico. Nella circostanza, si sono appesi agli specchi per non rompere con gli alleati (al momento, potenziali). Per non dire no al nucleare si sono appellati al grado d’indeterminatezza con cui sarebbe stata scritta la Legge delega. Un patetico tentativo di cavarsela buttando la palla in tribuna. Ma giorno verrà nel quale dovranno dire un sì o un no secco alla costruzione degli impianti. Cosa faranno? Smentiranno loro stessi per inseguire la coppia triste “Nicola Fratoianni & Angelo Bonelli”, antinuclearisti ideologici senza “se” e senza “ma”? È questa la maniera della signora Schlein di percepirsi testardamente unitaria? Altro che disaccordo nel campo largo sull’Ucraina. A sinistra non sono d’accordo su niente, se non sull’idea di riprendersi il potere.
Gli elettori dovrebbero conoscere la verità, al netto della manipolazione propagandistica. Un consiglio non richiesto agli esponenti del centrodestra e ai colleghi dei media di orientamento anti-progressista: bisognerebbe impegnarsi un giorno sì e l’altro pure a ripetere a martello la stessa domanda a Elly Schlein, a Giuseppe Conte: nucleare sì o no? E niente giri di parole. Ma sarebbe istruttivo chiederlo anche a Pier Luigi Bersani, a Lia Quartapelle e a tutti coloro che, da sinistra, in passato hanno manifestato aperture per l’opzione nucleare. Eccome se l’hanno fatto. Allora, compagni, pendiamo dalle vostre labbra: nucleare sì o no? A margine, va segnalato il voto favorevole della pattuglia di Azione. La cosa non meraviglia, visto che è nostro granitico convincimento che, dopo le elezioni, Giorgia Meloni troverà il modo e la formula per imbarcare a bordo “Carletto” Calenda e la sua truppa al completo. E lui non attende che essere chiamato.
Triste parabola invece per quell’arrogante di Matteo Renzi. Lui e i suoi sono annegati in un mesto “ni”. Si sono astenuti perché paralizzati. Non sanno cosa fare. Non hanno votato favorevolmente per non dare motivi di critica ai compagni della sinistra. La preoccupazione era che costoro potessero dire: “Di Matteo, come sempre, non ci si può fidare”. Rimasto in sospeso l’ingresso nell’alleanza a causa del fatto che non sono pochi a non volerlo nel campo largo, Renzi non avrebbe potuto consentirsi uno strappo. Tuttavia, neanche avrebbe potuto rinnegare tanto platealmente ciò che finora ha sostenuto a proposito del nucleare. Allora, meglio una pilatesca astensione. Segno che, in talune occasioni di vita, non essere carne né pesce è l’unica strada per la sopravvivenza. Che pena questo Renzi, sic transit gloria mundi. Riguardo al centrodestra, un caloroso incitamento: fate presto! Sarà pure che il paradiso può attendere, ma il futuro della Nazione no.
di Cristofaro Sola