Uno spettro si aggira per il mondo: l’Intelligenza artificiale

mercoledì 16 settembre 2026


Lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale può rappresentare un rischio esistenziale per il genere umano? È la domanda che ha acceso negli ultimi giorni il dibattito pubblico su scala planetaria. Perché ora e perché siano proprio i produttori (statunitensi) dei sistemi d’Intelligenza artificiale generativa a sollevare il problema? Domande, legittime, che meritano risposte, sensate. Ma non prima di aver messo mano al quesito di fondo: l’AI può alla lunga distanza prevalere sull’uomo fino a provocarne l’estinzione? La questione è seria, non alla portata delle polemiche che quotidianamente nutrono il circo mediatico. Roba da esperti e da cervelloni, dunque? Non proprio. Invece che a filosofi, scienziati, teologi, la prima – e più interessante – interlocutrice a cui abbiamo rivolto la domanda è stata l’Intelligenza artificiale stessa. Penserete a un’iniziativa stupida, come chiedere all’oste se il vino è buono. Invece, no. A domanda la risposta è stata a dir poco sorprendente: “Sì. Esistono rischi potenzialmente seri, soprattutto se l’Intelligenza artificiale venisse sviluppata e impiegata senza adeguati controlli. Non significa però che uno scenario catastrofico sia inevitabile”. Della serie: ragazzi, calma e gesso!

L’Intelligenza artificiale non mostra soltanto intelligenza ma anche saggezza nello spegnere le fulminee vampate millenaristiche di segno opposto: quelle dei catastrofisti innamorati degli scenari distopici e quelle degli irredimibili ottimisti con le fette di salame sugli occhi. È di tutta evidenza che il quesito, in sé suggestivo, sia mal posto, fallace. Proviamo a spiegarlo con un esempio. Poniamo la domanda: la pistola è un pericolo per la vita umana? Anche un bambino risponderebbe che non è l’oggetto pistola a essere pericoloso ma l’uso che se ne fa e, soprattutto, l’attitudine di chi la maneggia. Se a impugnarla è un soggetto scappato da un manicomio è presumibile che la sicurezza delle persone che lo incontrano sia più a rischio rispetto alla possibilità che quelle stesse persone vengano colpite incrociando un poliziotto ugualmente armato di pistola. Fatte le debite proporzioni, per lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale non è granché diverso. Un giorno si potrebbe giungere al punto in cui un’Intelligenza artificiale in grado di riprogrammarsi indipendentemente dalla volontà umana potrà comandare più efficienti cyberattacchi, sistemi d’arma tattici e mettere in circolazione virus letali prodotti all’interno di laboratori specializzati nella guerra batteriologica. Ma, perché ciò accada, a monte dovrà esserci stata una chiara manifestazione di volontà del decisore – che è umano – di innescare e implementare quel processo di costruzione dell’algoritmo che porterà, senza che al medesimo vengano imposti limiti invalicabili di programmazione, a uno o più degli effetti ipotizzati.

Uno scenario da Terminator è una roba da film fantasy che non ha alcuna attinenza con la realtà. E con la logica. Quindi, è tutto buono e dovremmo stare con Donald Trump che vuole lasciare briglie sciolte alla ricerca nel settore? Certo che no. Accordarsi su alcune regole di base, a livello globale, per delimitare il perimetro di espansione dell’IA a tutti i settori dello scibile non sarebbe cosa sbagliata. D’altro canto, se la comunità umana è riuscita a sopravvivere per millenni senza cedere totalmente – ma solo parzialmente e per periodi di tempo limitati – alla voglia di scannarsi vicendevolmente è perché ha compreso che il ricorso ad alcune regole condivise fosse la strada obbligata per garantirsi un futuro. Perché non dovrebbe valere per lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale generativa? Allora, penserete, hanno ragione i grandi protagonisti dell’industria dell’AI quando chiedono una pausa di riflessione nella corsa allo sviluppo di uno strumento che ha in nuce la possibilità di porre fine alla presenza del genere umano sulla Terra?

Francamente, abbiamo qualche dubbio che gente della stazza finanziaria e imprenditoriale di un Sam Altman (ceo di OpenAI), di un Dario Amodei (ceo di Anthropic) o di un Elon Musk (ceo di xAI), parlino per un improvviso sussulto della coscienza. Più verosimilmente, la loro improvvisa voglia di frenare sullo sviluppo dell’AI è dettata da ragioni d’interesse economico piuttosto che da altre nobili motivazioni. Claudio Cerasa su Il Foglio fa i conti in tasca ai magnati dell’Intelligenza artificiale dimostrando, numeri alla mano, che nel 2025 i ricavi generati dall’espansione dell’AI sul mercato siano stati ampiamente inferiori ai costi sostenuti per produrla per cui, non volendo ridimensionare di loro i programmi d’investimento, rischiando che i competitor su scala globale gli strappino il primato nella ricerca di settore che attualmente vantano, si sono inventati la manfrina del ripensamento morale. Peccato che chi conta non abbia abboccato: Trump li ha mandati a quel paese e le autorità cinesi hanno rispedito al mittente la proposta della pausa di riflessione in modo neanche troppo elegante.

È chiaro che la partita geopolitico-strategica si disputerà sul piano della primazia nella gestione e nel controllo dell’AI. E verrà giocata in via esclusiva dalle due potenze che si preparano a ridisegnare i termini e i confini del nuovo ordine mondiale: la Cina e gli Stati Uniti. Gli altri seguiranno, che lo vogliano o no. Nondimeno, senza che si giunga a rievocare Terminator, è concreta la minaccia che l’ingresso a tutto tondo dell’Intelligenza artificiale generativa nel controllo e nello sviluppo dell’automazione dei processi produttivi comprometterà la condizione lavorativa di una parte consistente del genere umano. Una macchina gestita da un’altra macchina pensante che sostituisce il lavoro tradizionalmente inteso. Un antico sogno dell’uomo: l’avvento di una forma d’intelligenza in grado di “evitare il lavoro riuscendo comunque a portarlo a termine” (Linus Torvalds). Ma anche una minaccia imminente che grava sull’umanità e a cui i governi degli Stati del pianeta dovrebbero provare a dare risposta.

Quale sarà il destino di quei lavoratori resi obsoleti dall’implementazione dell’automazione controllata dall’AI? Cosa accadrà a coloro che per livello di competenze non potranno essere riconvertiti per essere destinati ad altri lavori? Quale sarà la fonte di reddito sostitutiva degli inoccupati per consentirgli di sopravvivere insieme alle proprie famiglie? Sarà il singolo Stato a farsene carico con la propria rete di welfare? E il sistema pensionistico reggerà l’impatto di una massa di individui privi dei requisiti per accedere alla previdenza ma che ugualmente reclamano un sostegno pensionistico? Non è solo questione economica. Cosa resterebbe di noi se smettessimo, non lavorando, di esercitare le facoltà che ci permettono di comprendere, scegliere e agire? Non è che tutto si possa risolvere con l’ausilio del Terzo Settore per una corretta gestione del tipo libero. La perdita di identità professionale potrebbe avere importanti ricadute sull’equilibrio psico-fisico dell’individuo espulso dai processi produttivi, soprattutto se, oltre a delegare alla macchina pensante la fatica, le affidassimo anche la memoria, la scrittura, la ricerca delle informazioni, il ragionamento e il potere della decisione, cosa che in parte sta già accadendo.

Come si rimedia? Non certo facendo spallucce e rispondendo: è il mercato, bellezza! Esiste una formula magica che, finora, ha evitato la guerra di tutti contro tutti e il caos universale. La formula, che si compone di due parole, è: coesione sociale. Finché essa regge il pericolo di scannarci a vicenda è scongiurato. Diversamente, se uno sciagurato giorno l’equilibrio dovesse essere irrimediabilmente compromesso, non occorrerà alcuna fantasia distopica per immaginare il peggio; non servirà avere sull’uscio di casa un Arnold Schwarzenegger versione Terminator che urla I’ll be back per capire che è finita. Per noi, per gli altri, per tutti.


di Cristofaro Sola