Onu, Palazzo di vetro? Anche no!

martedì 1 settembre 2026


Con Bachelet avremmo avuto sicuramente Nazioni Unite più queer. E forse sarebbe stato perfetto per un’organizzazione che ormai sembra molto più a suo agio con le parole, le identità e il “gender” che con il mondo reale quando il mondo reale comincia a sparare. La candidatura della cilena, del resto, non arrivava per caso: presidente del Cile, direttrice esecutiva di Onu Donne, Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. Insomma, casa sua. Attentissima “all’inclusività”, come si conviene. Adesso però Bachelet è finita parecchio indietro. Nel secondo straw poll, quello del 21 agosto, è stata Carolyn Rodrigues-Birkett, candidata della Guyana, a passare in testa con otto “encourage”, davanti a Rebeca Grynspan e Rafael Grossi, entrambi a sette. Bachelet è fuori dalla partita di testa. Il prossimo Segretario generale potrà pure essere meno interessato a certe battaglie culturali. Okay. Ma non è detto che sia meno Guterres. E poi c’è Grynspan. Sempre nel gruppo di testa. Guterres l’ha voluta all’Unctad. Di rotture, per ora, neanche l’ombra.

Prendiamo Israele. Il Palazzo di Vetro ha sempre qualcosa da dire. Le risoluzioni non mancano mai. E neppure le accuse. Nel 2025 l’Assemblea generale ha approvato 15 risoluzioni riguardanti Israele. Quelle di condanna degli altri Paesi sono state 11. Dal 2015 al 2024 il conto è ancora più interessante: 173 contro Israele, 80 contro tutti gli altri Paesi. Il conto è di UN Watch, che certamente non è neutrale. E allora? Le risoluzioni sono pubbliche. Contatele. Hamas intanto ha massacrato israeliani e preso ostaggi il 7 ottobre; Hezbollah ha costruito per anni un apparato militare in Libano e continua a minacciare Israele. Nella grande narrazione internazionale il bersaglio finisce spesso per essere Israele! Hamas? Hezbollah? Quello che è venuto prima? Boh. Pare quasi che la guerra sia cominciata quando Israele ha deciso di difendersi.

Poi c’è l’Unrwa. Per anni, una specie di reliquia intoccabile. E qua la faccenda diventa parecchio sporca. Il 5 giugno l’ispettorato generale di Usaid ha riferito di aver segnalato 101 attuali o ex dipendenti Unrwa per la possibile sospensione o esclusione dai programmi federali americani. Partecipazione al massacro del 7 ottobre e/o affiliazione all’ala militare di Hamas. Nell’elenco compaiono insegnanti, dirigenti scolastici, personale sanitario e addetti alla sicurezza. Non chiacchiere pescate sui social. Lo scrive l’ispettorato Usaid. A febbraio gli Stati Uniti avevano già escluso per dieci anni da contratti e sovvenzioni federali un ex dipendente Unrwa per la sua partecipazione agli attacchi del 7 ottobre. Ad aprile l’ispettorato aveva riferito di altri quattro dipendenti o ex dipendenti collegati alla detenzione di ostaggi civili e/o alle attività terroristiche di Hamas. Qualche pensierino cattivello viene fuori. Com’è possibile che dentro una macchina considerata indispensabile emerga una roba del genere? E chi sollevava dubbi prima? Spesso trattato come quello che faceva propaganda israeliana. Okay.

Intanto gli ayatollah sono ancora lì. Le donne iraniane che si ribellano al regime vengono arrestate, represse, in alcuni casi uccise. Il 5 agosto l’ufficio Onu per i diritti umani parlava di almeno 56 esecuzioni in Iran dal 19 marzo per accuse legate alla sicurezza nazionale, 27 collegate alle proteste. Dov’è l’Onu? Con le donne iraniane o con gli ayatollah? Quando ci sono gli ayatollah, il Sudan, il Congo e tutto il resto, l’Onu sembra su un altro pianeta. Arriva Israele e il Palazzo di Vetro ritrova improvvisamente la voce. Il Sudan è devastato dalla guerra. Nel Congo orientale le milizie continuano a combattersi sulla pelle della popolazione. L’Onu sa! Sa tutto. Contano i morti, registrano la gente in fuga. Preso atto. Nel frattempo, si continua a morire.

E costa pure. Per il solo 2026 l’Assemblea generale ha approvato un bilancio ordinario da 3,45 miliardi di dollari. Tre miliardi e mezzo. Attenzione: non è tutto il sistema Onu, il peacekeeping sta fuori. Restano 3,45 miliardi per la macchina centrale. Mica due spiccioli. Qua non c’è bisogno di un organismo sovranazionale che venga a spiegarci come dobbiamo vivere. Figurarsi un mega-organismo sovranazionale, popolato da governi democratici e dittature assortite, che pretende di parlare a nome dell’umanità. Ma quale umanità? Le donne iraniane? Gli israeliani massacrati da Hamas? Sudan? Congo? Boh. Da quelle parti l’umanità sembra andare un po’ a giorni alterni.

Il Palazzo di Vetro è questo: una macchina che serve prima di tutto a tenere in piedi se stessa. Fuori può succedere di tutto. Nel Consiglio di Sicurezza siedono cinque membri permanenti con diritto di veto: Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito. Ne basta uno. L’autorità planetaria si schianta contro il veto. E intanto il Palazzo di Vetro diventa sempre più opaco. Le crepe ci sono. Il vetro, quando è pieno di crepe, viene giù. Come un bicchiere di vino. E se venisse giù? Nessun problema. Potremmo farne a meno.

Bachelet si porta dietro tutto il suo bagaglio. Grynspan è lì. Grossi pure. Rodrigues-Birkett, per adesso, davanti a tutti.

Vedremo chi entrerà nell’ufficio.

Ma in ogni caso non credo che riusciremo ad avere Nazioni Unite meno Guterres.


di Massimo Ricciuti