Il caso De Rosa

martedì 1 settembre 2026


La domanda che il centrosinistra finge di non sentire: perché mai dovremmo credervi?

Il caso Paolo De Rosa non è soltanto una polemica. È un test politico. E il Partito Democratico, quando le domande riguardano le proprie scelte, sembra aver imboccato la strada più comoda: aspettare che il rumore passi. Ma la domanda resta. Al centro della vicenda c’è Autistici/Inventati, realtà italiana attiva nella fornitura di servizi digitali, nei confronti della quale gli Stati Uniti hanno adottato pesanti misure nell’ambito della propria normativa antiterrorismo, contestando attività e servizi che, secondo le autorità americane, sarebbero stati messi a disposizione di soggetti e reti legati al terrorismo.

Il collettivo respinge le accuse e la decisione americana non equivale automaticamente a una sentenza della magistratura italiana. Un punto va chiarito senza ambiguità: Paolo De Rosa non risulta personalmente accusato dagli Stati Uniti di terrorismo. Non siamo davanti a un tribunale e proprio per questo la questione è politica.

Le ricostruzioni giornalistiche hanno evidenziato il suo ruolo in AI ODV e i rapporti emersi con Autistici/Inventati. Nel 2023 De Rosa è stato inserito in un gruppo di lavoro del Partito Democratico dedicato alle politiche digitali e all’innovazione. Quella scelta l’ha fatta il Pd. E il Pd dovrebbe spiegarla. Chi lo ha indicato? Su quali valutazioni? Quali verifiche sono state compiute? Cosa sapeva il partito?

Non sono accuse né richieste di condanna. Sono domande politiche. Il garantismo tutela le persone, ma non può diventare un lasciapassare per sottrarre i partiti al dovere di spiegare le proprie decisioni. Qui emerge una contraddizione evidente.

Per anni la sinistra ha preteso chiarimenti immediati su nomine, incarichi e frequentazioni degli avversari. Quando però il riflettore si accende in casa propria, la prudenza rischia di trasformarsi in silenzio e le domande in attacchi. Severissimi con gli altri, improvvisamente garantisti con sé stessi. Il caso De Rosa, però, apre una questione ancora più ampia. Il centrosinistra sembra ormai affetto da una vera e propria “malattia Meloni”: la premier è diventata il perno dell’intera narrazione politica. Il rischio è trasformare l’antimelonismo nel principale collante di una coalizione che, sul resto, continua a mostrare divisioni profonde.

Dall’altra parte, invece, c’è una maggioranza composta da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati. Forze diverse, che discutono e talvolta si scontrano, ma che hanno trovato una sintesi e continuato a governare insieme.

Giorgia Meloni ha guidato una coalizione che molti annunciavano destinata a esplodere. Eppure, è rimasta in piedi attraverso guerre, crisi internazionali, inflazione, emergenza energetica, pressione migratoria e una delle fasi globali più instabili degli ultimi decenni. Il governo, nato il 22 ottobre 2022, ha inoltre raggiunto una durata che rappresenta un risultato politico in un Paese storicamente segnato dall’instabilità. Naturalmente sarà giudicato dagli elettori per risultati, errori e decisioni. Ma un fatto è difficilmente contestabile: questa maggioranza ha governato e si è assunta la responsabilità delle proprie scelte.

Il centrosinistra, invece, sembra spesso puntare più sulle difficoltà degli altri che sulla costruzione della propria unità. Ogni tensione nel centrodestra viene raccontata come l’annuncio di una rottura e Roberto Vannacci indicato come un possibile detonatore. Ma c’è un equivoco: Vannacci non opera per gli interessi del centrosinistra. Segue la propria linea e ciò che ritiene essere il bene del Paese. Se apre un confronto o assume posizioni autonome, non significa che stia lavorando per regalare una vittoria alla sinistra. Semmai è quest’ultima a sperare che ogni divergenza diventi una crepa irreparabile. Ma aspettare che l’avversario si spacchi non è un progetto politico.

E allora la domanda diventa inevitabile: il centrosinistra, invece, cosa è pronto a fare? Perché non basta voler mandare a casa Meloni per essere pronti a sostituirla. Pd e Movimento 5 Stelle restano divisi su questioni fondamentali e persino sulla leadership. Elly Schlein o Giuseppe Conte? Un accordo tra i due? Un candidato di sintesi scelto all’ultimo momento? Gli italiani non voteranno semplicemente contro qualcuno. Dovranno scegliere chi dovrà governare.

Una cosa è desiderare la fine di un governo. Un’altra è dimostrare di avere una proposta migliore. La sfiducia verso chi governa, infatti, non produce automaticamente fiducia in chi sta all’opposizione. Ed è qui che il caso De Rosa assume un valore più generale. Non perché autorizzi a costruire responsabilità personali non accertate, ma perché pone una questione di metodo: come vengono scelte le persone? Chi verifica? Chi risponde? Oggi si parla di un gruppo di lavoro. Domani, per chi aspira a governare, si tratterebbe di scegliere ministri, sottosegretari e figure chiamate a gestire dossier strategici.

La fiducia non si eredita e non si pretende. L’alternativa bisogna meritarla. Il centrosinistra sembra invece rischiare di confondere la possibile sconfitta dell’avversario con la propria vittoria. Ma le due cose non coincidono.

E allora, nella cabina elettorale, la domanda degli italiani potrebbe essere molto più semplice e molto più brutale: perché dovremmo cambiare un governo che, piaccia o meno, ha dimostrato di saper governare e di mantenere una coalizione, per affidarci a chi non ha ancora chiarito né chi guiderà il campo né quale programma proporrà al Paese? Perché sperare che perda Meloni è l’unica strategia dell’opposizione. Ma non una ragione sufficiente perché gli italiani possano votarla.


di Claudia Conte