Compatisco Bonaccini, uno che ha studiato troppo poco

lunedì 31 agosto 2026


Sassolini di Lehner

Egregio Stefano Bonaccini, benché acculturato, votai Giorgia Meloni. Tuttavia, non le faccio pesare la mia laurea con 110 e lode, né il mio passato di docente universitario e liceale e tanto meno gli oltre 30 saggi, di cui uno in lingua russa. Non intendo infierire, anzi le sono vicino e condolente. Anzi, la compatisco. Lei, purtroppo, potrebbe essere intruppato da qualche saccente da salotto buono dentro l’etnia di quanti “hanno studiato poco”. Del resto, non ha proseguito gli studi, rimanendo bloccato al diploma.

Ignorando la drammatica storia del Novecento, secolo funestato dal bolscevismo e dalla tirannia comunista, da cui scaturirono per reazione ed emulazione il fascismo ed il nazismo, invece che all’università, inconsapevole com’era, si iscrisse al Pci. Scelse, cioè, il partito che chiamò gli squadristi, manganello ed olio di ricino, “fratelli in camicia nera”; che consegnò al piombo dell’Nkvd o al Gulag oltre mille socialisti, anarchici e comunisti sgraditi a Paolo Robotti e a Palmiro Togliatti; che plaudì al patto Molotov-Ribbentrop, rappresentando Adolf Hitler come pacifico agnellino, vittima degli imperialisti anglofrancesi, totalmente responsabili – parole di Togliatti – della guerra mondiale. Sconoscenza, complicità od omertà, diplomato Bonaccini?

Comunque, la compatisco, visto che le sfuggì anche il Togliatti Guardasigilli così antisemita da chiamare a dirigere l’ufficio legislativo il già presidente del Tribunale della razza. Ignorando di tutto e di più, lei aderì al partito che giustificò gli SS-20 puntati sulla Penisola, mentre dal 1981 al 1983 il suo Pci riempì le piazze contro i missili Cruise americani. Secondo lei, dunque, l’Urss aveva il diritto di minacciarci. Noi il dovere di non difenderci. Insomma, sempre lo stesso infingardo e falso pacifismo a sostegno del Cremlino, iniziato con il movimento Partigiani della pace, di cui il suo Pci fu attivo partecipe sin dal 1949, su ordine di Stalin che affidò la direttiva a Pietro Secchia.

Certo, esimio Stefano, lei optò per quel Pci che, a Napoli, nel primo dopoguerra, scatenò l’inferno contro il professor Vincenzo Palmieri, per impedirgli di raccontare la verità su Katyn’. Non si doveva far sapere agli italiani che il genocidio di oltre 22mila polacchi fu compiuto non dalla diabolica Wehrmacht, ma dall’angelica Armata rossa, istigata da Stalin e Lavrentij Berija. A gran maggioranza – a riprova di quanto possano essere idioti e giunchi al vento anche i cattedratici – il corpo accademico della Regia Università di Napoli votò per l’immediata estromissione di Palmieri, il bestemmiatore della santa armata comunista.

Né, poco studioso Bonaccini, le sorsero mai dubbi nell’aderire al partito che coprì i partigiani assassini, le ombre sfiguranti l’immagine della Resistenza, dell’emiliano triangolo della morte e non solo. Dal 1944 fino al 1949, torturarono e macellarono sacerdoti, cattolici, donne, anziani e fanciulli sospettati di scarse simpatie per falce e martello. Rolando Rivi, il 14enne seviziato e fucilato dai militanti del Pci, perché seminarista, poco scolarizzato Stefano, non le ha mai creato problemi di coscienza? Forse, non lo sa, ma un compagno assassino di partigiani finì in Parlamento e quando fu condannato in via definitiva, il suo Pci gli evitò il carcere, organizzandone la fuga verso Praga.

Neppure l’eccidio di Porzûs, febbraio 1945, la fece tentennare? Essendo ignorante, forse non era edotto del fattaccio di Porzûs: i partigiani del suo partito uccisero 17 membri delle Brigate Osoppo, colpevoli di non essere rossi, bensì antifascisti e partigiani bianchi o laico-socialisti. Lei dirà: essendo poco studioso come una capra del Nepal, ignoravo tutti codesti orribili spettri nell’armadio del Pci. Non sapevo neppure che la parlamentarizzazione e la rinuncia alla rivoluzione – i comunisti combatterono il totalitarismo nazifascista con l’intenzione di sostituirlo con quello sovietico – non scaturirono da un’evoluzione in senso liberaldemocratico di Togliatti, bensì da un tassativo ordine di Baffone. I partigiani rossi definirono la svolta come “rivoluzione tradita”, annunciando il terrorismo degli anni Settanta. Sconoscere, per lei, è stato sinonimo di militare.

Infatti, non è rimasto scosso né dai dollari del Pcus, né dalla ditta Maritalia di Ravenna, introdotta dal Pci nei traffici della compagnia marittima del mar dAzov. Frodando sia il fisco sovietico, sia quello italiano, la “Maritalia” unì l’utile al dilettevole partitico, riuscendo a procurare per anni finanziamenti più che illeciti al suo Pci. Nessuna perplessità, né un po’ di vergogna, davanti all’esercito clandestino delle Botteghe Oscure addestrato a commettere svariati crimini dall’alta scuola del Kgb presso la Lubjanka? Non sapendo, non si sarà neppure mai chiesto quale potrebbe essere stato lo sbocco futuro, magari criminale, magari brigatista, di quei giovani militari di partito, già ben istruiti a usare le armi, a mettere bombe, a falsificare documenti.

La delusione per le svolte moderate e gli inciuci con la Dc, ad esempio, ispirarono la ripresa degli eccidi partigiani agli iscritti della gioventù comunista come Alberto Franceschini, Lauro Azzolini, Prospero Gallinari, Fabrizio Pelli, Franco Bonisoli, Roberto Ognibene, l’originaria pattuglia emiliana delle Brigate rosse. Eppure, qualche notizia dovrebbe esserle giunta come quella tragicomica, nonché pazzesca, del senatore comunista Ugo Pecchioli, a suo tempo tramite ufficiale tra Pci e Lubjanka, nominato da un Legislatore decerebrato dal golpe manipulitista presidente del Copaco (Comitato parlamentare di controllo sui servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di Stato). Insomma, un grottesco salto dalle sinergie col Kgb al controllo di Sisde e Sismi.

Assenza di perplessità anche davanti ai carri armati del 1956 a Budapest o del 1968 a Praga? Ignorantia legis non excusat, ma la scarsa conoscenza riguardo la storia del Novecento, pur non configurando reato, danneggia gravemente la sua immagine, signor Stefano. Perciò, compatendola, la uso spesso come monito. A mio figlio, infatti, ripeto sempre: studia, altrimenti mi diventi una capra del Nepal come Bonaccini.


di Giancarlo Lehner