venerdì 28 agosto 2026
Se dovessimo racchiudere in una parola il disagio sempre più presente nell’Italia di oggi ci affideremmo al termine “disgregazione”. La crisi che attraversa il Paese va ben oltre l’ambito politico ed economico. È qualcosa che riguarda le crescenti difficoltà che gli italiani incontrano nel riconoscersi appieno dentro una comunità di destino: condividere un linguaggio, dei valori, un’idea di futuro.
A partire dal Secondo dopoguerra, l’identità collettiva italiana è cresciuta e maturata all’ombra di quattro grandi agenzie educative, ossia la famiglia, la scuola, i partiti politici, la Chiesa cattolica. Entità diverse e spesso conflittuali fra loro, ma determinanti nel trasmettere, ciascuno nel rispettivo ambito, regole, responsabilità, memoria. Accadeva che la famiglia fosse il primo luogo dove s’imparava il valore della solidarietà. La scuola consentiva di proiettarsi oltre il proprio ambiente d’origine attraverso processi di alfabetizzazione. I partiti erano luoghi di educazione al dibattito pubblico e alla cittadinanza attiva. La Chiesa, infine, rappresentava per milioni di italiani una comunità spirituale, ma concreta, capace di accompagnare le persone nei passaggi fondamentali dell’esistenza.
Non si tratta di essere nostalgici. Né si vuole negare che la famiglia tradizionale non di rado eccedesse sotto il profilo autoritario e che la scuola avesse insopportabili tratti classisti. Del resto, gli stessi partiti erano efficaci luoghi di formazione, ma anche strutture spesso chiuse e autoreferenziali. Oggi il problema non è che quel mondo sia giunto al capolinea. È che non sono state trovate alternative altrettanto efficaci. Le famiglie, impotenti davanti a una società sempre più complessa, chiedono alla scuola, prima ancora d’indirizzare i propri figli alla sfera dei saperi, d’insegnare loro le regole elementari della convivenza civile. I partiti, dal canto loro, hanno perso la funzione storica di formazione e di orientamento dell’opinione pubblica. La rivoluzione digitale contribuisce a ridurre la politica sempre più a comunicazione, contrapposizione, personalizzazione. In tal senso, si premia la velocità, l'emozione, la semplificazione, ma si penalizza la riflessione e il pensiero critico. Il rischio è quello di trasformare il cittadino in spettatore e fruitore permanente d’indignazione. Tutti fattori che costituiscono la matrice del populismo.
Alexis de Tocqueville ci ha insegnato che una democrazia non vive soltanto di leggi e istituzioni, ma anche di consuetudini, fiducia reciproca, relazioni sociali e partecipazione alla vita collettiva. Se ogni individuo viene lasciato solo davanti allo schermo, alla paura e al risentimento, nessuna riforma istituzionale sarà in grado di riavviare un senso collettivo di appartenenza. Il rischio che si corre è di trasformarsi in un Paese nel quale milioni di persone finiscano, per usare l’espressione del sociologo Robert Putnam, nel “giocare a bowling da sole”, senza sentirsi più parte di un “noi”. Forse è proprio da qui che dovrebbe ripartire la politica: non dalla ricerca dell’ennesimo nemico, ma dalla ricostruzione di una comunità.
di Francesco Carella