martedì 25 agosto 2026
All’inizio facevano quadrato, difendevano a spada tratta il loro intoccabile baluardo. Oggi, tra ombre giudiziarie, logoramento e imbarazzi indicibili, persino i suoi chiedono al conduttore di farsi da parte come “atto di gentilezza”. Ebbene sì, la parabola è compiuta.
È giunto quel preciso momento, tipico dei sistemi di potere autoreferenziali, in cui il fortino difensivo comincia a sfilacciarsi e quel perimetro di assoluta intoccabilità, che sembrava eterno, si sgretola sotto il peso della realtà. È esattamente ciò che sta accadendo intorno a Sigfrido Ranucci. Le indiscrezioni raccolte nelle ultime ore tracciano il contorno di un epilogo che ha il sapore inesorabile del contrappasso: le crepe più profonde non arrivano più dall’esterno, dagli avversari politici, quei cattivoni di TeleMeloni, o dai soliti criticoni, ma si aprono fragorosamente all’interno della stessa redazione di Report.
All’indomani dello scoppio dei recenti casi giudiziari e delle polemiche che hanno travolto il conduttore, il copione era stato recitato alla perfezione. Truppe schierate, barricate alzate a protezione del fortino, la solita narrazione manichea del giornalismo d’inchiesta sotto assedio da parte dei poteri forti. Si cercava di fare scudo a spada tratta, urlando al complotto e trasformando ogni legittimo interrogativo istituzionale o giudiziario in un attacco alla libertà d’informazione. Una difesa corporativa e cieca, utile a serrare i ranghi finché la polvere è rimasta sotto il tappeto.
Ma il logoramento, si sa, divora prima o poi anche i più ferventi adepti. La situazione è divenuta insostenibile. E così, dietro le quinte di Viale Mazzini, ma anche all’interno della stessa trasmissione, si è passati dalla solidarietà d’ufficio ai malumori sussurrati, fino alla richiesta esplicita: farsi da parte. Un passo indietro invocato non come punizione, ma, paradossalmente, come “atto di gentilezza” verso il programma stesso, affinché la trasmissione possa continuare a vivere e respirare anche dopo l’uscita di scena del suo totem indiscusso.
È la nemesi di un metodo. Chi per anni ha eretto il tribunale mediatico a metodo di governo dell’opinione pubblica, brandendo avvisi di garanzia e intercettazioni come clave contro chiunque capitasse nel mirino, si ritrova oggi vittima dello stesso identico meccanismo di logoramento. Quando il cerchio si stringe e la gestione del potere interno traballa, i dogmi della fede televisiva si sciolgono come neve al sole. E a staccare la spina non sono i censori di Stato o la politica malvagia, ma proprio i compagni di strada, i colleghi di redazione, coloro che con Ranucci hanno condiviso anni di trasmissioni e che oggi riconoscono, sottovoce ma con chiarezza, che la misura è colma.
La verità è che il mito dell’uomo solo al comando, infallibile e immune a qualsiasi critica, ha mostrato tutta la sua fragilità strutturale. Quando persino la tua squadra ti chiede gentilmente di toglierti di mezzo per salvare il salvabile, significa che il tempo degli alibi è scaduto. La trasmissione deve sopravvivere, si dice. Certo, ma a patto di liberarsi di quell’ingombrante figura totemica che ha finito per identificare l’informazione pubblica con il proprio destino personale.
E per i lettori liberali e garantisti, che da sempre denunciano i metodi giustizialisti e l’uso politico della tv di Stato, lo spettacolo di questo redde rationem interno non sorprende affatto: l’intransigenza giustizialista, prima o poi, finisce sempre per divorare i suoi stessi figli.
di Salvatore Di Bartolo