mercoledì 5 agosto 2026
La crisi dell’invasione di immigrati nell’exclave spagnola di Ceuta è stata l’occasione per Giorgia Meloni di mettersi alla testa del cambio di orientamento che l’intera Unione europea sta vivendo sulla complessa questione dei flussi incontrollati d’immigrati provenienti dal Sud e dall’Est del mondo.
Lo ha fatto a modo suo, con intelligenza tattica e fiuto politico, aggredendo al momento giusto Pedro Sánchez, premier in bilico a casa sua ma modello e fonte ispiratrice della sinistra italiana. Nella circostanza, Meloni ha mutato postura: piuttosto che “underdog”, è stata solo “dog”. Si è avventata come un molosso da presa ai polpacci del leader spagnolo, il quale di suo non è che fosse messo bene già prima di Ceuta. La Meloni ha addentato l’osso e non lo molla. E qual è quest’osso?
L’opportunità di archiviare una volta per tutte la scellerata politica dell’accoglienza e delle porte aperte che è stata, finora, la bandiera delle forze progressiste continentali. Sono occorsi anni, decenni, perché l’Europa capisse del pericolo che la minaccia migratoria avrebbe arrecato alla civiltà occidentale nel suo complesso. Perché comprendesse quanto fosse fallimentare l’immobilismo di fronte alla pretesa di masse sempre più numerose di disperati di radicarsi nella nostra terra allo scopo di darsi un futuro che altrove gli sarebbe stato negato.
Lo scivolone di Sánchez su Ceuta è capitato al momento giusto. Meloni che, sulla scia del pensiero di Mao Zedong ai tempi della Rivoluzione culturale cinese, ha pensato bene che si dovesse colpirne uno per educarne, in questo caso, non cento ma ventisei, quanti sono i capi degli Stati partner dell’Ue. Serviva prendersela con qualcuno che finora avesse sventolato la bandiera dell’accoglienza illimitata per indicare a tutta l’Europa la direzione di un radicale mutamento di rotta sulla questione.
E chi meglio del premier spagnolo che è praticamente un morto che cammina (politicamente parlando), con gli scandali in patria che lo stanno inseguendo, con un Governo tenuto in piedi con gli spilli e con un Paese che non vede l’ora di liberarsi di lui?
Sánchez oggi è kryptonite non solo per i governi esteri che a lui si oppongono ideologicamente ma anche per gli stessi leader della sinistra europea che ne prendono le distanze pur di non farsi coinvolgere nel tonfo politico al quale è destinato a breve.
La prova? Sapete chi ha chiesto, congiuntamente al Governo italiano, la convocazione d’urgenza dei ministri dell’Interno dell’Ue per discutere dei fatti di Ceuta? Mette Frederiksen, ministro di Stato (capo del governo) del Regno di Danimarca. Un donnone che guida con mano ferma il suo Paese dal 2019.
Piccolo particolare: la signora Frederiksen non è una rozza sovranista, ma un’apprezzata esponente della socialdemocrazia europea. Una, per intenderci, che ha mollato il sodale Sánchez per stare con Giorgia Meloni sul cambio di approccio all’immigrazione incontrollata e, soprattutto, per portare la quasi totalità dei Paesi membri Ue a pensarla come lei e come il premier italiano. Cosicché, a prendere le parti del progressista spagnolo, l’ultimo dei moicani del progressismo, restano gli orfani e le vedove inconsolabili della sinistra italiana.
I velenosi virgulti di casa nostra sono così accecati dall’odio ideologico che pur di non ammettere la verità che è sotto gli occhi di tutti e per dare ragione al loro idolo a ogni costo, cosa si sono inventati con totale sprezzo del ridicolo? Che l’invasione migratoria di Ceuta sia stata figlia di un complotto organizzato dall’Internazionale sovranista per spegnere quel faro di civiltà e di umanità che dal Palazzo della Moncloa, in quel di Madrid, irradia la sua luce su tutto l’Occidente.
Tra non molto a sinistra sentiremo straparlare di complotto pluto-giudaico-massonico e dei Protocolli dei savi di Sion. Come ai tempi belli, quando c’era lui, e pure quell’altro a Berlino. Ma si può essere più pazzi, stralunati di così? Evidentemente, per la sinistra nostrana congenitamente affetta da autoreferenzialità, si può. E questo, opportunisticamente, non dispiace affatto perché, fin quando l’allegra combriccola di Elly Schlein & compagni porterà avanti la difesa a oltranza dell’immigrazione clandestina, il centrodestra potrà rimanere pacificamente alla guida dell’Italia per tanti anni ancora.
Detto ciò, resta il problema delle soluzioni da mettere in campo per contrastare il fenomeno immigratorio. Il Governo italiano propone ai partner il cosiddetto “modello Albania”. E i partner, da ieri, hanno preso a discuterne seriamente. Che, viste le precedenti posizioni, è un gran passo avanti. La chiave di volta, di portata storica, è nel convincimento che deve maturare in tutti i protagonisti della politica europea che il fenomeno vada fermato a monte e non a valle, quando ormai è troppo impegnativo e difficoltoso gestirlo.
Gli immigrati non devono partire. Poiché ciò è quasi impossibile, anche a causa della sempre più pressante azione propagandista che svolgono i trafficanti di esseri umani nei Paesi d’origine dei potenziali clienti, è necessario attivare un potentissimo strumento di deterrenza che quanto meno riequilibri la sollecitazione delle organizzazioni criminali volta a incentivare le partenze verso una fantomatica terra di Bengodi su suolo europeo.
L’idea di creare degli hotspot in Africa è il giusto rimedio terapeutico al male che ci sta colpendo. Se i potenziali migranti clandestini sapranno di finire con certezza in campi di raccolta per essere poi rimpatriati nei loro luoghi d’origine e la “terra promessa” europea non la vedranno mai, al più la sfioreranno per essere rispediti indietro a stretto giro, ci penseranno parecchio prima di cedere alle bugiarde sirene dei trafficanti di esseri umani.
Preveniamo la scontata obiezione: facile dirlo adesso e accodarsi alla Meloni. Non è così e possiamo dimostrarlo. Che la soluzione fosse la creazione di hotspot in Africa lo diciamo – e lo scriviamo – da anni, al punto che se ci fossimo montati la testa potremmo asserire, consapevoli di suscitare una fragorosa sghignazzata, che è l’Unione europea che sta venendo sulle nostre posizioni, non viceversa.
Ora, non è mai elegante autocitarsi, ma questa volta dobbiamo farlo per amore di verità. Era il 20 giungo 2015 e su L’Opinione compariva un articolo a nostra firma dal titolo: “Immigrati. La soluzione c’è”. Nel testo è scritto: “Per l’Italia è giunto il momento di mettere da parte l’utopia egualitaria di un mondo senza frontiere e fare i conti con la realtà. L’accoglienza illimitata deve finire. Un’altra estate al ritmo degli sbarchi attuali e siamo al collasso sociale. Bisogna allora avere il coraggio delle “decisioni irrevocabili”. Per come si sono messe le cose, non riuscendo a stoppare il traffico dei disperati alla fonte, è necessario deviarne il flusso in un’area presidiata fuori del nostro territorio nazionale…Tra lo starsene a guardare impotenti al consumarsi di un’immane tragedia e tuffarsi in una sanguinosa faida interna ci sono soluzioni intermedie praticabili. Quella che a noi sembra più realistica prevede l’acquisizione di un fazzoletto di deserto nella regione occidentale della Libia, a ovest di Tripoli, per impiantare un mega campo profughi nel quale far confluire tutti coloro che la nostra Marina Militare salva dalle acque del Canale di Sicilia… La giurisdizione sul campo potrebbe essere affidata alla nostra Croce Rossa per gli aspetti sanitari e all’Onu e all’Ue per quelli relativi alla concessione dello status di rifugiati ai richiedenti asilo. L’enclave sul suolo libico è la soluzione al problema. Si chieda questo agli altri capi di Stato europei e si lasci perdere l’idiozia della spartizione pro-quota di vite umane”.
Al tempo, avevamo pensato alla Libia perché era da lì che proveniva il flusso maggiore e più preoccupante. Sono passati 11 anni e adesso, forse, qualcuno a Bruxelles si accorge che la soluzione al problema è come l’uovo di Colombo: talmente lapalissiana, che nessuno ci aveva pensato prima. O, più verosimilmente, hanno finto di non vedere la soluzione perché faceva comodo che quei flussi d’irregolari vi fossero e che certi Paesi – leggi Italia ai tempi dell’asse di ferro carolingio Merkel-Sarkozy – venissero trasformati nella stazione di arrivo e di sosta permanente della clandestinità migratoria globale.
Oggi il clima è cambiato; la considerazione verso l’Italia è cambiata; l’autorevolezza dei rappresentanti politici della destra nostrana è cresciuta. E forse anche la linea di governo della Commissione è mutata, a stare dietro a voci fuggite dalle stanze di Bruxelles che parlano con insistenza di una maggioranza “Giorgia” che avrebbe preso piede in Europa.
Se così fosse, ne saremmo contenti. E lo saremmo ancora di più se, in Spagna, il signor Sànchez, idolo delle folle progressiste, togliesse il disturbo e alla Moncloa approdasse una maggioranza di centrodestra in salsa iberica. Un’Europa più conservatrice, interessata alla difesa della sua identità, indisponibile a farsi fagocitare da culture aliene alla sua tradizione millenaria, meno favorevole ad accogliere e a farsi carico della disperazione del mondo. Insomma, un’Europa più di destra.
di Cristofaro Sola