Il caso Bologna, specchio di una Repubblica divisa

venerdì 24 luglio 2026


In Italia la politica sembra avere perso una virtù fondamentale delle democrazie mature: la capacità di attendere i fatti, prima di formulare i giudizi. Ogni episodio di cronaca, ogni tragedia, ogni inchiesta giudiziaria diventano immediatamente terreno di scontro. La domanda non è più che cosa sia realmente successo, ma da quale parte convenga schierarsi.

È quanto accaduto anche a Bologna nei giorni scorsi, dopo la morte di un uomo − in evidente stato di agitazione − immobilizzato durante un intervento di polizia. Da una parte, si grida alla violenza di Stato, dall’altra, si difende senza alcuna esitazione l’operato degli agenti. La politica italiana reagisce agli avvenimenti in modo automatico e precostituito. Il merito delle questioni, quali che siano, viene divorato puntualmente dalle appartenenze ideologiche.

Il caso Bologna è solo l’ultimo anello di una lunga catena di contrapposizioni che affonda le radici nella storia del secondo Novecento. La Repubblica italiana è cresciuta per quasi cinquant’anni nel clima della Guerra Fredda. La Democrazia Cristiana e il Partito Comunista non rappresentavano semplicemente due programmi politici alternativi, ma incarnavano due modelli diversi di società, due visioni del mondo e due opposte collocazioni internazionali. Si trattava di una cultura politica ad elevato tasso di divisività che ha lasciato un retaggio molto più profondo di quanto si sia disposti ad ammettere. Con la caduta del Muro di Berlino ci era illusi che stesse per aprirsi, anche in Italia, una stagione nuova in cui gli opposti schieramenti sarebbero stati disposti a legittimarsi reciprocamente. Purtroppo, nulla di tutto questo si è verificato.

Negli ultimi trent’anni il bipolarismo ha sostituito lo scontro ideologico con uno scontro identitario. Da Silvio Berlusconi a Romano Prodi, da Matteo Renzi a Giuseppe Conte, fino a Giorgia Meloni, il linguaggio della politica è rimasto sostanzialmente immutato. L’avversario raramente è stato descritto come un competitore democratico portatore di idee diverse. Più spesso è stato presentato come un’anomalia, se non un rischio per il Paese. La sinistra ha contribuito in misura rilevante a questa impostazione, soprattutto negli anni del berlusconismo, quando la critica politica si è trasformata in una vera e propria delegittimazione etica dell’avversario. Nel frattempo è cambiato radicalmente anche il modo di comunicare. Quella predisposizione allo scontro identitario ha trovato nell’ecosistema digitale un moltiplicatore straordinario.

Finché si continuerà a confondere l’avversario con il nemico, il dissenso con l’ostilità, ogni fatto di cronaca verrà trasformato in una bandiera, ogni tragedia diventerà un’arma polemica e ogni occasione di confronto si ridurrà all’ennesimo capitolo di una guerra verbale senza vincitori. A rimetterci è la qualità della democrazia.


di Francesco Carella