Se fossimo…

venerdì 24 luglio 2026


Se fossimo cinici opportunisti diremmo grazie al sindaco di Bologna, Matteo Lepore, per il comportamento ignobile – non solo irresponsabile – che ha tenuto in relazione alla vicenda della morte di Abderrahim Fakir. La decisione di chiamare la piazza, a poche ore dagli avvenimenti che hanno portato al decesso del marocchino nel mentre due agenti di polizia stavano procedendo a immobilizzarlo, ha dato la stura alla violenza della sinistra antagonista contro la Polizia. E contro il Governo. Quelle immagini mandate in tv, dove si vedono campeggiare striscioni con la scritta “poliziotti assassini”, valgono, in termini di accrescimento del consenso al centrodestra, più di cento comizi organizzati per magnificare l’operato in questi anni del Governo Meloni.

Se fossimo cinici opportunisti dovremmo accendere un cero alla Madonna di San Luca perché convinca il sindaco Lepore a ripetere nei prossimi mesi altre imprese come quella organizzata nei giorni scorsi, perché il fieno elettorale alla destra non bisognerebbe neanche disturbarsi a portarlo in cascina ma ci andrebbe con i suoi piedi. Lo spot per la campagna “Giorgia Meloni ancora premier” sarebbe già pronto e confezionato: le scene di devastazione a opera delle carogne dei centri sociali e la domanda fissata in sovrimpressione “volete essere governati da questi qui?”.

Altro che denunce e ispezioni, al compagno Matteo Lepore dovremmo mandare confezioni maxi di gianduiotti e boeri in segno di gratitudine per il piacere che fa alla destra di essere il demagogo che è; per la sua naturale, indefettibile, attitudine a mostrare il volto vero della sinistra, che è autoritario, illiberale e antidemocratico. Se fossimo cinici opportunisti a Lepore dovremmo dedicare un “grazie di esistere” grande quanto una casa.

Il guaio è che non lo siamo, cinici opportunisti. E per quanto potrebbe tornare utile ai calcoli di bottega elettorale, fare aggio sulla vergognosa manipolazione della realtà, innescata dal sindaco di Bologna che va in piazza a chiedere verità e giustizia per un soggetto deceduto durante un intervento della polizia ancor prima che l’Autorità giudiziaria apra un fascicolo sull’accaduto, non è nelle nostre corde.

Un barlume di dignità e di amor patrio che ci residua impedisce di speculare sui fatti che hanno interessato il capoluogo emiliano romagnolo. Bologna la rossa, da sempre casa della sinistra, e con questo? Bologna è Italia e vederla oltraggiata, ferita, violentata dalla furia devastatrice di una manica di delinquenti, figli di papà che giocano a fare i rivoluzionari per ammazzare la noia e il nulla delle loro inutili esistenze, fa male. E fa peggio vedere i poliziotti, l’estremo baluardo della difesa dell’ordine pubblico, aggrediti selvaggiamente come neppure lo si vede in certe scene di guerriglia urbana di qualche remoto Paese africano.

Sarà l’avanzare degli anni che ci rende un tantino sentimentali, ma a guardare quei ragazzi in divisa che si stringono l’un l’altro per fare muro all’odio, ci fanno ripensare a Pier Paolo Pasolini e alle sue parole di verità sui rivoluzionari immaginari, figli di papà dall’occhio cattivo, incerto, disperato ma, al tempo stesso, prepotente, ricattatorio, sicuro. Il paradigma piccoloborghese, che si palesò all’opinione pubblica nel Sessantotto della Contestazione in quel di Valle Giulia, è tornato e sta a sinistra. E lui, Matteo Lepore, l’amico devoto dei facinorosi dei centri sociali, non può fare lo gnorri, lanciare il sasso e nascondere la mano. Non può cavarsi d’impaccio montando la favoletta delle due piazze: quella buona e pacifica e quella cattiva e violenta. Lui è il sindaco di tutta la città, non di una sola parte di essa. Lui ha radunato la gente in piazza ben consapevole che agli antagonisti quella convocazione sarebbe suonata alla stregua di una chiamata alle armi per scontrarsi contro l’odiata polizia.

E la storia di Abderrahim Fakir, il marocchino deceduto? Quella non frega a nessuno (per onestà intellettuale, dobbiamo ammettere che neanche noi ci stracciamo le vesti per la sua dipartita). Ciò che gli è capitato è servito solo da pretesto. Una ghiotta occasione, colta dal sindaco per attaccare il Governo sulla questione sicurezza; un’ancor più propizia occasione servita su un piatto d’argento ai delinquenti dei centri sociali per mettere a ferro e fuoco la città.

Dopo la follia della guerra in strada, si contano i danni: oltre 300mila euro, quelli stimati. E si contano i feriti: oltre 60 poliziotti ridotti male. Ma non è solo asciutta contabilità di numeri. I feriti sono persone, con le loro storie, con i loro bisogni, con le loro angosce, con le loro speranze. E anche i beni distrutti sono portatori di storie: vetrine infrante, auto incendiate, biciclette distrutte, pali divelti, bancomat scardinati.

Si dirà: oggetti. Sì, ma oggetti che appartenevano a qualcuno che adesso dovrà ricomprarli o ripristinarli. Ci siamo chiesti se i tanti “signor qualcuno” diventati nel tempo inconsapevoli vittime dell’altrui violenza, li avessero i denari per ricomprare o ricostruire ciò che è stato distrutto o danneggiato?

La questione evidentemente non tocca i violenti perché la finalità della loro azione è propriamente quella di distruggere ciò che appartiene agli altri. È di tutta evidenza che la faccenda non scalfisca neppure la coscienza del sindaco Lepore. Della vicenda Fakir non parliamo perché qualunque cosa dicessimo, domani o domani l’altro, potrebbe rivelarsi una grandissima sciocchezza.

Sappiamo che sono al lavoro gli investigatori, i quali si ritrovano tra le mani una copiosa documentazione filmata che gli consentirà di stabilire con assoluta certezza come siano andate effettivamente le cose; se davvero vi sia stata una qualche responsabilità degli agenti nel determinare la morte del soggetto (Fakir) in preda a un’agitazione di tipo psicotico. E tanto basta. Una volta di più piace ricordare ai troppi investigatori fai da te, dilettanti allo sbaraglio formatisi ingurgitando le innumerevoli serie poliziesche sfornate a getto continuo dalla tivù, che nel nostro lessico esiste una parola, oggi desueta, ma che ancora conserva il suo valore nell’orientare il comportamento umano. Questa parola è: cautela.

Quella che non ha avuto Matteo Lepore nel tuffarsi a capofitto in una vicenda che presentava chiaramente delle preoccupanti controindicazioni. Non è nostra consuetudine insultare o augurare il peggio a chi riteniamo abbia commesso qualcosa d’inaccettabile ai nostri occhi. Non lo faremo con Matteo Lepore, pur non nascondendo il giudizio pessimo che abbiamo di lui. Tuttavia, siamo anche stanchi di vedere che in questo sciagurato Paese si sia persa traccia del sacrosanto principio di responsabilità.

É sempre più infrequente che qualcuno paghi per gli errori commessi, a meno che non siano tali da far scattare il Codice penale. Ecco perché apprezziamo la dichiarata intenzione di un sindacato dei lavoratori della Polizia – il Sap – che intende denunciare il sindaco Lepore perché risponda dei danni causati in seguito alla manifestazione da lui convocata. E ancor più apprezzabile è la decisione del medesimo sindacato di schierarsi al fianco degli oltre 60 poliziotti feriti e di offrire loro il patrocinio gratuito per il risarcimento dei danni patiti.

La premier Meloni invoca tolleranza zero nei confronti dei violenti? Benissimo. Ma se si vuole rendere inoffensivo il serpente, si cominci a bastonarlo dalla testa invece che dalla coda. È il momento di dire basta al modello di sindaco capopopolo che aizza la piazza, che vellica i violenti e che poi manda il conto dei danni allo Stato. Si cominci a contestare un po’ più il danno erariale a questi” eroi” con i soldi degli altri.

Da oggi, se i tanti progressisti alla Matteo Lepore, sparsi sul territorio nazionale, volessero giocare a fare gli incendiari per proprio tornaconto politico liberi di farlo, ma gli si dovrebbe ricordare che, nel caso, sarebbero loro, con la propria tasca, a pagare per i danni provocati. Comincino a scucire i quattrini e poi vediamo se non gli passa la voglia di lisciare il pelo ai violenti dal verso sbagliato.


di Cristofaro Sola