mercoledì 22 luglio 2026
La politica britannica incontra la profezia del romanzo “Exit Queen” di Spartà e Ubezio
Nelle scorse ore il Regno Unito ha accolto il suo nuovo primo ministro. Prima di assumere formalmente l’incarico, Andy Burnham ha compiuto il passaggio obbligato della tradizione costituzionale britannica: la richiesta formale da parte di Re Carlo III e il successivo gesto di deferenza noto come Kissing the hands. Un rito antico, dalla forte valenza simbolica, che rappresenta la continuità della Corona e il delicato equilibrio tra monarchia e governo.
Eppure, il profilo del nuovo capo dell’esecutivo appare distante dall’immagine tradizionale del potere britannico incarnata dal Sovrano. Burnham è un uomo delle città, delle periferie e delle comunità operaie del Nord dell’Inghilterra: una figura politica cresciuta lontano dai salotti di Westminster e più vicina alle amministrazioni locali che alle stanze del Palazzo.
Come l’astro nascente della sinistra americana Zohran Mamdani, anche Burnham arriva alla guida del governo dopo essere stato sindaco di una grande città. Dal 2017 al 2026 ha amministrato Manchester, il cuore simbolico della Gran Bretagna post-industriale, costruendosi una reputazione da leader combattivo e vicino ai cittadini. Da qui il soprannome di “King of the North”, conquistato soprattutto durante la pandemia, quando si oppose con forza alle restrizioni imposte dal governo centrale, rivendicando maggiore autonomia e attenzione per il Nord dell’Inghilterra.
Una linea politica che gli ha garantito consenso popolare e che ha contribuito a trasformarlo in una figura riconoscibile anche oltre i confini locali, fino al ritratto diventato iconico realizzato dall’illustratore Stanley Chow.
Nato a Liverpool nel 1970, Burnham non è tuttavia un outsider della politica britannica. La sua carriera istituzionale è lunga e consolidata: ha ricoperto incarichi ministeriali nei governi guidati da Tony Blair e Gordon Brown. La sua identità politica è però rimasta legata soprattutto alle battaglie progressiste, alla difesa dei servizi pubblici e all’attenzione verso quelle classi lavoratrici che per decenni hanno rappresentato il cuore sociale del Labour.
È proprio questa combinazione di esperienza istituzionale, radicamento territoriale e linguaggio popolare a rendere Burnham una figura destinata a modificare gli equilibri della politica britannica. Il suo stile, in bilico tra pragmatismo amministrativo e accenti populisti, richiama inevitabilmente il protagonista di Exit Queen, il romanzo scritto da Francesco Spartà e Marco Ubezio e pubblicato da Bonfirraro Editore nell’aprile 2026.
Nel libro, il premier Lionel Gorringe si trova a confrontarsi con un’Elisabetta II ancora in vita e arriva a promuovere un referendum sulla monarchia. Un’ipotesi narrativa che, pur appartenendo alla finzione, si inserisce in un dibattito che la particolare natura della costituzione non scritta britannica renderebbe tecnicamente possibile.
È improbabile che Burnham scelga la strada di Gorringe e apra una stagione politica all’insegna di uno scontro diretto con la Corona. La monarchia resta un elemento profondamente radicato nell’identità nazionale britannica e il rapporto tra primo ministro e sovrano si fonda su un equilibrio costruito nei secoli.
Ma la storia del Regno Unito insegna che i cambiamenti più rilevanti raramente arrivano attraverso gesti rivoluzionari: spesso nascono da nuovi equilibri, da nuovi linguaggi e da nuove rappresentanze sociali.
Un premier proveniente dal Nord, formato nell’amministrazione locale e capace di parlare direttamente alle comunità potrebbe segnare una fase nuova per Westminster. A Buckingham Palace, probabilmente, non ci si aspetta una rivoluzione. Ma con Andy Burnham a Downing Street, le sorprese potrebbero non mancare.
di Salvatore Di Bartolo