venerdì 17 luglio 2026
Ci risiamo. Sembrava che, questa volta, il Governo di centrodestra ne fosse immune. Invece, il male oscuro, malattia infantile della coalizione liberale-conservatrice, è tornato a fare sentire i suoi effetti autolesionistici. E, come ai tempi di Silvio Berlusconi, ha fatto la medesima vittima: la credibilità di una coalizione di partiti alternativi alla sinistra. È capitato ieri l’altro a Montecitorio. Era all’esame della Camera dei deputati l’emendamento, presentato da Fratelli d’Italia, sul ripristino parziale delle preferenze nella riforma del sistema elettorale in discussione in Parlamento. A sentire i leader della maggioranza l’accordo per approvarlo nella riformulazione concordata (capilista bloccati e scelta libera per i cittadini sugli altri nomi presenti nei listini) c’era. Non era così, perché nel segreto dell’urna non uno o due malpancisti ma una folta pattuglia di deputati della maggioranza (trenta e più) hanno silurato l’emendamento. Risultato al tabellone: 187 favorevoli, 188 contrari, la Camera respinge. Per un voto il centrodestra ha rimediato una figura di palta regalando alle opposizioni un’insperata vittoria d’immagine dopo i flop rimediati dal “campo largo” nelle ultime settimane.
Si può essere più stupidi? Evidentemente si può. La gente comune fatica a capire come sia possibile un comportamento tanto miope quanto sconsiderato. Deve essere un morbo trasmissibile per via aerea o, più banalmente, una sorprendente mancanza di visione prospettica della comunità nazionale, che si è presentata, in coda di legislatura, a reclamare la sua oncia di carne. I “traditori” non hanno resisto alla tentazione di anteporre gli interessi propri a quelli del Paese. Complimenti! Ve lo diciamo dal cuore, pur non conoscendo la vostra identità: l’auspicio è che questa bravata vi si ritorca contro e che, alle prossime elezioni, siate voi i primi a pagarne il prezzo. Ma, bando alle invettive, proviamo a capire cosa sia successo. Per farlo dobbiamo partire dalla domanda fondamentale: cui prodest? In concreto, a chi ha giovato un tradimento senza senso apparente? Qui possiamo solo procedere per indizi mancando elementi probatori inoppugnabili. Tuttavia, per ipotizzare a chi abbia fruttato, dobbiamo innanzitutto individuare “contro chi” la pugnalata alla schiena sia stata sferrata.
In apparenza, si direbbe contro Giorgia Meloni. È lei che ha provato a forzare la mano agli alleati autorizzando Fratelli d’Italia alla presentazione di un emendamento che si sapeva avrebbe quanto meno registrato le perplessità di Forza Italia e della Lega, partiti notoriamente contrari all’adozione del sistema delle preferenze. Questa ipotesi, però, non convince. La Meloni è forte nei sondaggi e puntare a indebolirla, in un momento di fiducia in flessione per i partner alleati, avrebbe comportato il rischio di un calo del consenso all’intera coalizione. Il sospetto, infatti, è che, diversamente dal passato, il sistema dei vasi comunicanti a destra potrebbe non funzionare. Per essere espliciti, non è detto che elettori convinti di votare Giorgia Meloni – per ciò che è, per ciò che ha fatto e anche per ciò che rappresenta umanamente e personalmente – siano disposti a dirottare il proprio voto verso un altro soggetto della coalizione. Più probabilmente, resterebbero a casa il giorno delle elezioni determinando una diminuzione del margine di vantaggio che il centrodestra continua a mantenere sul centrosinistra.
Allora chi, se non Giorgia Meloni? La nostra idea è che i bersagli della sortita dei “franchi tiratori” fossero i due vice, Matteo Salvini e Antonio Tajani, rei agli occhi di quote importanti delle classi dirigenti dei loro partiti di aver ceduto alle pressioni della Meloni accettando una versione sia pure edulcorata della logica delle preferenze nella scelta dei parlamentari. I due non l’avrebbero fatto per inettitudine, ma per un chiaro tornaconto personale. Proviamo a spiegare. Il meccanismo delle liste bloccate, in teoria, conferirebbe al capo del partito un grandissimo potere nel designare alla candidatura chi più gli aggradi, o chi più gli sia fedele. In realtà, per quanto riguarda Forza Italia e la Lega non è così. Nel partito berlusconiano lo sanno anche le pietre che chi comanda è la famiglia Berlusconi. Il buon Tajani al più può essere considerato un plenipotenziario dei Berlusconi nel campo della politica. Ragione per la quale, gli eredi del defunto líder máximo non hanno alcun interesse a che sotto le bandiere del partito di famiglia possano accamparsi, in vista di uno strapuntino in Parlamento, i cosiddetti cani sciolti, detentori di cospicui pacchetti di voti. Il loro successo non sarebbe ascrivibile alla famiglia Berlusconi e, quindi, l’eletto si sentirebbe libero di operare nell’ambito parlamentare seguendo i propri interessi e non quelli del dante causa. Per i Berlusconi una condizione irricevibile che, tuttavia, potrebbe verificarsi se ad avere mano libera sulle candidature fosse il vecchio volpone veterodemocristiano, Antonio Tajani. Lui ha il fiuto del cane da tartufi nello scovare, localmente, i possessori di pacchetti di voti ed eventualmente arruolarli per la causa, contribuendo a creare l’effetto distorcente di un gruppo parlamentare formato da berlusconiani di nome, ma di fatto svincolati dall’obbligo di rapporti organici di subalternità alla famiglia Berlusconi.
Non è diverso per la Lega. Matteo Salvini è sì il capo del partito, ma solo formalmente. La verità è che ha alle spalle una classe di “mandarini” della prima ora bossiana che lo ha condizionato nelle scelte (sbagliate) fin dal 2019, anno della tragica estate del Papeete. Con le candidature bloccate la casta leghista avrebbe buon gioco a imporre i propri nomi, soprattutto nelle circoscrizioni del Nord. All’opposto, con le preferenze, Salvini avrebbe l’opportunità di reclutare personaggi estranei al mondo leghista ma dotati dal punto di vista del consenso. Costoro gli consentirebbero di tenere la percentuale di voto alla Lega sopra la linea di galleggiamento. Un affare vitale per il partito, al prezzo di una poltrona parlamentare. A margine, una tale opzione concorrerebbe a riequilibrare gli equilibri di potere all’interno del mondo leghista, conferendo al capo maggiore peso specifico all’interno dell’organizzazione-partito attraverso il controllo diretto dei gruppi parlamentari del Carroccio. Per intenderci, è ciò che è accaduto con Roberto Vannacci. Salvini lo ha cooptato contro la volontà dei suoi “colonnelli” i quali, dal giorno dopo dell’esito delle europee, hanno cominciato a fargli la guerra fingendo d’ignorare la nient’affatto casuale circostanza che Vannacci, con i suoi voti, avesse evitato la disfatta elettorale della Lega.
Altro conto è l’epilogo sgradevole del rapporto tra Vannacci e la Lega. Il generale, quando ha capito che rischiava di soccombere sotto il fuoco amico, ha fatto i bagagli e se n’è andato. Per colmo di paradosso, i sullodati “colonnelli”, dopo aver stappato bottiglie di prosecco per festeggiare l’uscita del generale, ne hanno fatto un casus belli al solo scopo di imputare al capo del partito la scelta sbagliata nell’aver arruolato l’infido generale. Ecco, la casta leghista non vuole rivivere il dramma del “prelato” straniero che si accomoda, insalutato hospite, alla tavola del leghismo originario. Le due diverse, sebbene convergenti, preoccupazioni, a nostro avviso, sono all’origine della “porcata” di ieri l’altro. Perciò, è fatica sprecata stare a invocare la fisiognomica per scoprire chi tra i parlamentari del centrodestra abbia tradito nel segreto dell’urna. Posto che il pugnale insanguinato è ancora lì sul tavolo autoptico di Montecitorio, si lasci perdere l’identificazione dei sicari e si individuino i mandanti. Se toccasse a noi indagare, cominceremmo a investigare dalla parti di Segrate e in certe stanze regionali dei territori del Nord dove bivaccano ex osannati governatori in cerca di nuova occupazione. Verosimilmente, non vi sarà alcuna caccia al colpevole ma sulla vicenda verrà scaricata una vagonata di sabbia, come nelle migliori tradizioni italiche. Perché la verità, checché se ne dica, quasi mai è rivoluzionaria. In compenso, può essere molto scomoda. Allora, meglio lasciare che riposi in pace. E amen.
P.S. Nel mentre scriviamo giunge notizia dell’approvazione, alla Camera, del testo di riforma della legge elettorale con 217 voti a favore, 152 contro e 2 astenuti. È una buona notizia, che però non sposta di una virgola la nostra sdegnata critica sul comportamento vergognoso tenuto, ieri l’altro, dai franchi tiratori annidati all’interno del centrodestra. Ora il testo di riforma passa al Senato per l’approvazione definitiva. Nel frattempo, Giorgia Meloni ha inteso porre al centro del dibattito nella coalizione una riflessione sui fatti accaduti alla Camera ieri l’altro. Francamente, non ne vediamo l’utilità a meno che non sia la stessa premier a minacciare gli alleati di far saltare il banco e di mandare tutti a casa. Il che non sarebbe un affare per gli alleati e neppure per la pattuglia di traditori che scoprirà di essersi data da sola un robusto colpo di bastone sulle parti intime. Tafazzi, grazie a loro, è tornato e chissà adesso per quanto tempo resterà a vivere e prosperare nel ventre del centrodestra.
di Cristofaro Sola